Cos'è questo? - Cosa ci faccio qui? - Cos'era Indymedia? - Cos'è Indymedia Time Machine?
Indymedia e' un collettivo di organizzazioni, centri sociali, radio, media, giornalisti, videomaker che offre una copertura degli eventi italiani indipendente dall'informazione istituzionale e commerciale e dalle organizzazioni politiche.
toolbar di navigazione
toolbar di navigazione home | chi siamo · contatti · aiuto · partecipa | pubblica | agenda · forum · newswire · archivi | cerca · traduzioni · xml | toolbar di navigazione toolbarr di navigazione toolbarr di navigazione toolbar di navigazione
Campagne

CD GE2001 - un'idea di Supporto Legale per raccogliere fondi sufficienti a finanziare la Segreteria Legale del Genoa Legal Forum


IMC Italia
Ultime features in categoria
[biowar] La sindrome di Quirra
[sardegna] Ripensare Indymedia
[lombardia] AgainstTheirPeace
[lombardia] ((( i )))
[lombardia] Sentenza 11 Marzo
[calabria] Processo al Sud Ribelle
[guerreglobali] Raid israeliani su Gaza
[guerreglobali] Barricate e morte a Oaxaca
[roma] Superwalter
[napoli] repressione a Benevento
[piemunt] Rbo cambia sede
[economie] il sangue di roma
Archivio completo delle feature »
toolbarr di navigazione
IMC Locali
Abruzzo
Bologna
Calabria
Genova
Lombardia
Napoli
Nordest
Puglia
Roma
Sardegna
Sicilia
Piemonte
Toscana
Umbria
toolbar di navigazione
Categorie
Antifa
Antimafie
Antipro
Culture
Carcere
Dicono di noi
Diritti digitali
Ecologie
Economie/Lavoro
Guerre globali
Mediascape
Migranti/Cittadinanza
Repressione/Controllo
Saperi/Filosofie
Sex & Gender
Psiche
toolbar di navigazione
Dossier
Sicurezza e privacy in rete
Euskadi: le liberta' negate
Antenna Sicilia: di chi e' l'informazione
Diritti Umani in Pakistan
CPT - Storie di un lager
Antifa - destra romana
Scarceranda
Tecniche di disinformazione
Palestina
Argentina
Karachaganak
La sindrome di Quirra
toolbar di navigazione
Autoproduzioni

Video
Radio
Print
Strumenti

Network

www.indymedia.org

Projects
oceania
print
radio
satellite tv
video

Africa
ambazonia
canarias
estrecho / madiaq
nigeria
south africa

Canada
alberta
hamilton
maritimes
montreal
ontario
ottawa
quebec
thunder bay
vancouver
victoria
windsor
winnipeg

East Asia
japan
manila
qc

Europe
andorra
antwerp
athens
austria
barcelona
belgium
belgrade
bristol
croatia
cyprus
estrecho / madiaq
euskal herria
galiza
germany
hungary
ireland
istanbul
italy
la plana
liege
lille
madrid
nantes
netherlands
nice
norway
oost-vlaanderen
paris
poland
portugal
prague
russia
sweden
switzerland
thessaloniki
united kingdom
west vlaanderen

Latin America
argentina
bolivia
brasil
chiapas
chile
colombia
ecuador
mexico
peru
puerto rico
qollasuyu
rosario
sonora
tijuana
uruguay

Oceania
adelaide
aotearoa
brisbane
jakarta
manila
melbourne
perth
qc
sydney

South Asia
india
mumbai

United States
arizona
arkansas
atlanta
austin
baltimore
boston
buffalo
charlottesville
chicago
cleveland
colorado
danbury, ct
dc
hawaii
houston
idaho
ithaca
la
madison
maine
michigan
milwaukee
minneapolis/st. paul
new hampshire
new jersey
new mexico
new orleans
north carolina
north texas
ny capital
nyc
oklahoma
philadelphia
pittsburgh
portland
richmond
rochester
rogue valley
san diego
san francisco
san francisco bay area
santa cruz, ca
seattle
st louis
tallahassee-red hills
tennessee
urbana-champaign
utah
vermont
western mass

West Asia
beirut
israel
palestine

Process
discussion
fbi/legal updates
indymedia faq
mailing lists
process & imc docs
tech
volunteer
Medio Oriente: seminando tempesta
by Challenge Wednesday, Dec. 25, 2002 at 4:16 PM mail:

Israele, America e la guerra imminente Roni Ben Efrat (da "Challenge" A magazine covering the israeli-palestinian conflict)


Il Presidente degli Stati Uniti, George W. Bush, ha trovato in Israele un robusto supporto per la sua imminente guerra contro l'Iraq. La destra e la sinistra lo esaltano entrambe. La stampa gli fa da cassa di risonanza. Le colombe sulla questione Palestinese sono diventate falchi a proposito dell'Iraq. L'opinione pubblica israeliana e' per il 40% favorevole all'uso del nucleare qualora l'Iraq utilizzasse armi chimiche o biologiche contro Israele, anche se questo fatto non rappresenterebbe in se' e per se' una vera e propria minaccia all'esistenza dello Stato d'Israele medesimo. Ma gli israeliani si mettono ordinatamente in fila per ricevere ognuno la propria maschera antigas. I benefici di questa imminente guerra appaiono loro cosi' evidenti, che l'argomento non e' stato oggetto di alcuna discussione, ne'alla Knesset, ne'in seno al governo. All'arrivo della guerra il paese che subira' la collera dell'Iraq sara' Israele. Eppure, il sostegno degli israeliani alla guerra di Bush e' ancora piu' forte di quello degli stessi americani. Questo fatto e' ancora piu' evidente quando ci accorgiamo che nel resto del mondo, Stati Uniti compresi, l'argomento accende dibattiti roventi. Il Cancelliere tedesco Gerhard Schroeder ha ottenuto la ri-elezione in Germania per la sua forte presa di posizione contro la guerra all'Iraq. Al momento della stesura di questo articolo, Francia e Russia minacciano di porre il proprio veto in seno al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite nei confronti della risoluzione statunitense che vorrebbe l'autorizzazione per un intervento militare immediato nel caso l'Iraq si opponga all'invio degli ispettori. Meta' della popolazione americana e' favorevole alla guerra, ma si e' verificato un calo del 17% di questo consenso, rispetto al giugno scorso. Il 26 ottobre circa 150000 americani hanno manifestato contro la guerra: a Londra il 28 settembre erano in 350000 a protestare. (Secondo il Guardian solo un terzo della popolazione britannica e' favorevole alla guerra). In Italia un milione e mezzo di persone hanno manifestato contro la posizione favorevole alla guerra (e la politica economica) del governo Berlusconi. E l'opposizione israeliana? Non si sente. Yossi Sarid, il suo leader parlamentare, ha tenuto un discorso lo scorso 14 Ottobre, per l'apertura della sessione invernale della Knesset, nel quale e' riuscito a non dire una parola sia sull'Iraq sia sulla questione palestinese. Si e' limitato a parlare della poverta' in Israele. Ha raccontato di un bambino che ricevendo il pranzo a scuola e' stato sorpreso dalla sua insegnante a nascondere un pezzo di pollo in tasca: lo avrebbe conservato per la madre. Si tratta certamente di una storia emblematica, ma Sarid ha omesso il contesto: il disastroso crollo sociale di Israele e' per gran parte dovuto al deterioramento della complessa situazione politica sia nei confronti dei Palestinesi sia dei paesi arabi piu' in generale. La guerra contro l'Iraq non potra' che complicare ulteriormente la situazione. La Junta messianica Israele e' pro-America per tradizione. Non c'e' nulla di nuovo in questo. Ma Israele dovrebbe chiedersi se l'amministrazione Bush gli riserva la stessa fedelta' accordatagli dai suoi predecessori. La risposta e' un chiaro no! Il mondo si trova oggi di fronte ad un fenomeno "nuovo, ma vecchio", le cui implicazioni si estendono ben oltre il conflitto Stati Uniti- Iraq. In seguito a dubbie elezioni la Casa Bianca e' finita in mano a una giunta di destra sostenuta da 70 milioni di fondamentalisti cristiani che considerano il proprio destino legato a Sion. Questo concetto messianico trova la sua corrispondenza laica nell'interpretazione data alla storia dai diretti collaboratori di Bush: il Vice Presidente Dick Cheney, il Segretario alla Difesa Donald Rumsfeld, il Consigliere per la Sicurezza di Stato Condoleeza Rice e i loro "dipendenti" Paul Wolfowitz e Richard Perle. Nella visione di questi soggetti, nell'era di Reagan l'amministrazione repubblicana sconfisse "l'impero del male" lasciando gli Stati Uniti unica superpotenza mondiale. Bush senior approfitto' di questa situazione ereditata dal suo predecessore e monto' un'offensiva mondiale vincente contro l'Iraq. Poi ci fu la ritirata. Per questioni economiche di poca importanza, gli americani elessero Bill Clinton. Invece di condurre il paese verso il suo chiaro destino di potenza mondiale, Clinton ha ricercato i profitti della pace. Le difese del paese sono andate in malora. Ma alla fine, nonostante tutto, la squadra Reagan-Bush e' tornata in auge. Per guidare gli Stati Uniti verso l'egemonia globale. Quanto sopra si ritrova in un lungo documento intitolato "Rebuilding America's Defence". E' stato pubblicato nel Settembre 2000, poco prima delle elezioni presidenziali, da un gruppo conservatore che si autodefinisce "Progetto per un Nuovo Secolo Americano". "In senso ampio", dicono gli stessi autori, "intendiamo il progetto come la riproposizione del piano di difesa strategica preparato dal Dipartimento per la Difesa di Cheney nei giorni del declino dell'amministrazione Bush. La Guida alla Politica di Difesa (DPG), preparata all'inizio del 1992, forniva il progetto per il mantenimento della preminenza statunitense, finalizzata ad impedire l'insorgere di una forte potenza rivale e alla configurazione di un ordine internazionale in linea coi principi e gli interessi americani". (http://www.newamericancentury.org/RebuildingAmericasDefenses.pdf) "Rebuilding America's Defence" ha rappresentato la base di partenza per la politica estera e di difesa di George W. Bush. Il suo pezzo forte e' l'espansione della potenza politica americana, in modo tale che gli Stati Uniti possano restare l'unica superpotenza mondiale inviolata. A questo scopo sostiene che l'America debba incrementare la spesa per la difesa, sviluppare la propria potenza nucleare e riprendere i test nucleari. Sostiene l'annullamento del Trattato per la messa al bando dei test nucleari, firmato da Clinton (idem pp. 7-8).La sua influenza era gia' apparsa evidente durante il primo anno della nuova amministrazione Bush, quando furono bloccate le trattative internazionali sul controllo delle armi. "Rebuilding America's Defence" e' stato redatto prima degli attacchi dell'11 Settembre 2001.Questi fatti hanno poi dato un ulteriore impulso alle iniziative americane per un controllo globale, cosi' come indicato in un documento piu' recente, "The National Security Strategy of the United States", pubblicato dall'amministrazione Bush il 20 Settembre 2002. (<http://usinfo.state.gov/topical/pol/terror/secstrat.htm>). Il nuovo documento sulla Sicurezza Nazionale contiene cio' che e' ormai nota come Dottrina Bush: "Il pericolo maggiore che la nostra nazione ha di fronte si trova la' dove si incrociano radicalismo e tecnologia". L'America deve dimostrare la sua determinazione nell'azione. "La nostra attenzione deve rivolgersi immediatamente verso quelle organizzazioni terroristiche di portata mondiale e verso quei terroristi o stati che li fiancheggiano nel tentativo di conquistare o usare armi di distruzione di massa...Mentre gli Stati Uniti continueranno a lottare per ottenere il supporto della comunita' internazionale, noi non esiteremo ad agire da soli, se necessario, esercitando il nostro diritto di auto-difesa..." E ancora "Per secoli, la legislazione internazionale ha riconosciuto ai singoli stati il diritto a non dover subire un attacco prima di potersi legittimamente difendere da quelle forze che rappresentavano una seria minaccia incombente....Dobbiamo adattare il concetto di minaccia incombente alle potenzialita' ed agli obiettivi dei nostri nemici odierni". La conseguenza e' chiara: gli americani non si considereranno al sicuro finche' lo zio Sam non diventera' il Grande Fratello. Sulla New York Review of Books del 26 Settembre Frances Fitzgerald sottolineava che Bush padre sapeva il fatto suo in tema di politica estera. In seno ai piu' importanti consiglieri di Bush padre, il segretario alla difesa Cheney era un falco appartenente ad una minoranza. Oggi, alla Casa Bianca, George W. Bush dipende completamente dai suoi consiglieri. Oggi, il Vice Presidente Cheney collabora fianco a fianco col suo mentore e vecchio amico, Donald Rumsfeld, persona con idee nettamente di destra, che ha scelto a sua volta di essere affiancato da Paul Wolfowitz, co-autore del DPG, e suo vice. Nella ex posizione di quest'ultimo al pentagono, Rumsfeld ha nominato Douglas Feith, un favorito di Richard Perle, vecchio falco dell'amministrazione Reagan. (Oggi Perle e' Consigliere al Pentagono). E cosi', la minoranza guerrafondaia dai tempi del vecchio Bush padre rappresenta oggi il principale gruppo di consiglieri che circondano quell'ignorante di suo figlio. [......] Esiste una "Israeli connection". Nel 1996, sempre secondo F. Fitzgerald, Perle e Feith prepararono un documento che consigliava a Benjamin Netanyahu, allora primo ministro di Israele, di dare un taglio netto al processo di pace di Oslo, e di riprendere direttamente il controllo su West Bank e Gaza. Di fronte al rifiuto di Netanyahu di fronte a tale consiglio, Feith scrisse in un suo pezzo: " Il prezzo da pagare in sangue sara' alto, ma sara' una necessaria forma di disintossicazione, l'unico modo per uscire dalla trappola di Oslo" (citato da Fitzgerald, op. cit.) Un tale consiglio, da parte di Feith e Perle, dovrebbe attirare l'attenzione dei sostenitori degli accordi di Oslo, in seno alla sinistra israeliana, quando sostengono la guerra contro l'Iraq credendo con convinzione che dopo tale vittoria, con l'imposizione di un nuovo ordine in Medio Oriente, Bush imporra' il ritiro di Israele dai Territori Occupati. Tuttavia i fatti sembrano indicare che "lo stesso consigliere che oggi indica la via di Baghdad difende strenuamente la conquista definitiva di West Bank e Gaza da parte di Israele" [......] Rebuilding America's Defence risolve definitivamente il mistero del perche' Bush figlio sia cosi' accanito contro l'Iraq: "Di fatto, gli Stati Uniti hanno cercato per anni di giocare un ruolo di molto maggior peso nella sicurezza della regione del Golfo. Se da un lato il conflitto con l'Iraq ne fornisce una giustificazione nell'immediato, la necessita' di una sostanziale presenza delle forze americane nell'area del Golfo travalica i problemi legati al regime di Saddam Hussein" (Op. cit. p.14). Ma le basi americane non si trovano nei paesi del Golfo, questo al fine di proteggere i vicini di Saddam Hussein. "Dal punto di vista degli Stati Uniti, l'importanza di tali basi permarrebbe anche dopo un'eventuale uscita di scena di Saddam. Piu' a lungo termine infatti, sarebbe l'Iran a rappresentare una minaccia verso gli interessi degli Stati Uniti nel Golfo. E anche se le relazioni Stati Uniti - Iran dovessero migliorare, il mantenimento di basi militari avanzate nella regione rappresenterebbe comunque un elemento essenziale nella strategia di sicurezza degli Stati Uniti, considerato il perdurare degli interessi americani nella regione". (Rebuilding..., p. 17) Non dobbiamo pertanto attenderci una connessione diretta fra cio' che gli ispettori riveleranno sulle armi di Saddam e la decisione di Bush di optare per la guerra. La franchezza di una tale documento e' inusuale, ma cio' che rivela e' sconcertante: nella sua ricerca di dominio l'America e' pronta ad andare avanti da sola, trascinandoci tutti verso il caos. Non meno allarmante e' la reazione in Israele, dove la stragrande maggioranza ascolta con piacere ogni canto messianico sulla guerra tra il Bene e il Male. I sostenitori Il ruolo della stampa in Israele e' di netto sostegno alle posizioni guerrafondaie, dato che non promuove dibattiti alternativi in proposito. Persino il liberale "Ha'aretz, che si vanta della sua reputazione di giornale per la "gente pensante", titolava cosi' l'editoriale delle scorso 11 Settembre 2002: "Affrontiamo l'asse del male". Senza particolari prove da esibire, questo pezzo collega il disastro che ha colpito l'America con l'imminente guerra all'Iraq. "Cosi' l'America, un anno dopo, prepara l'attacco all'Iraq in un contesto da guerra all'ultimo sangue (milhemet hurmah, espressione biblica qui applicata alla guerra al terrorismo - RBE). Perche' la sfida, e la guerra, non sono limitate alle enclaves delle organizzazioni terroristiche, per quanto ramificate e pericolose esse possano essere. L'ambizioso obiettivo che si e' giustamente posto il Presidente Bush, e' di annientare le medesime forze del male che hanno colpito le Twin Towers a New York, e che nelle lor multiformi versioni hanno dichiarato guerra alla esistenza dell'intero mondo libero. Dopo aver ricordato Pearl Harbour, l'editoriale prosegue: "L'America ha capito [nel 1941] che la guerra non era solo contro il Giappone, ma contro l'intero "asse del male" di quell'epoca. La lucidita', la determinazione, il sacrificio e la capacita' di leadership dimostrata dall'America in quegli anni sono cio' che ha salvato la nostra civilta'". Mentre l'Ha'aretz riscrive la storia, Yediot Aharonot non e' da meno. In tre suoi editoriali (firmati dal direttore) Sever Plotzker si scaglia contro quanti nel mondo si oppongono alla guerra. Eccone un esempio: "In momenti come questo bisogna essere molto chiari con tutti: il terrorismo islamico, fascista, omicida, nutrito dal fanatismo religioso - ma anche supportato da regimi dittatoriali come quello di Saddam Hussein, e' la minaccia diretta alla pace, alla prosperita' ed al progresso dell'intero mondo civilizzato.... Gli oppositori alla guerra contro Saddam Hussein devono comprendere che, di fatto, col loro comportamento dimostrano a favore dell'attacco terroristico a Bali, degli attacchi a Tel Aviv, dell'attacco a Helsinki e per l'attentato che avra' luogo nel cortile di casa loro." (Yediot Aharonot October 14). Va sottolineato che questo crociato e' stato direttore di al-Hamishmar, un quotidiano socialista che ha chiuso dopo essere stato privatizzato. I giorni che ci porteranno alla guerra con l'Iraq entreranno nella storia (se qualcuno restera' a scriverla) con la superficialita' della stampa israeliana. Israele nell'attesa del Day After Dietro la cieca adulazione di Israele per l'America si cela ben altro.... La Guerra del Golfo del 1991 ha spento quanto restava della prima Intifada, cosi' come il movimento nazionale palestinese, storica espressione dell'OLP. Molti guerriglieri palestinesi si sono trasformati in tecnocrati. Quanti hanno mantenuto un'uniforme l'hanno fatto in seno all'Autorita' Palestinese, sotto la supervisione della CIA. Negli anni di Oslo, tuttavia (1993-2000), in seguito al degrado delle condizioni di vita nei Territori, un senso di profonda amarezza si e' diffuso sempre piu' ampiamente, sia nei confronti di Israele, sia verso l'Autorita' Palestinese. E' infine esploso nella Seconda Intifada, che e' rapidamente sfuggita ad ogni controllo. Oggi, In Israele, sia la destra sia la sinistra sono convinte che una nuova sconfitta di Saddam Hussein avra' un effetto analogo a quello scatenatosi alla fine della precedente, quello cioe' di domare la nuova Intifada. Questa teorica contiene due ulteriori considerazioni: la piu' semplice vede la campagna militare finalizzata alla caduta di Saddam Hussein strettamente collegata a quella tesa a rovesciare Arafat. La seconda, ben piu' complessa, ha origine da alcune figure dei servizi militari israeliani e ritiene che Israele possa da sola tener testa al terrorismo palestinese, ma che per raggiungere una soluzione politica ci sia la necessita' di un piu' ampio mutamento strategico in Israele..Questo cambiamento deve arrivare dall'esterno. E solo L'America e' in grado di piegare la regione alle esigenze geopolitiche di Israele. Questa posizione trova spesso voce presso i media. Per esempio:"Essendoci stato richiesto [da Bush - RBE] di restare fuori dalla questione irachena, il vero obiettivo del governo deve essere quello di concentrarsi sui vantaggi del "giorno dopo." (Yael Gvirtz, Yediot Aharonot, 7 Ottobre). Aluf Benn allude alla medesima posizione dalle colonne di Ha'aretz (10 Ottobre): "Il messaggio di Israele puo' essere anche letto nei termini seguenti: La crisi con l'Iraq fornisce una buona opportunita' per dare ai Palestinesi il colpo di grazia che porra' fine all'Intifada e migliorera' la posizione di Isarele nei negoziati che seguiranno la rimozione di Saddam." Israele vuole cogliere l'"uva" e non intende discutere col guardiano della vigna. Nella sua recente visita negli Stati Uniti Sharon ha promesso di mantenere questo atteggiamento col doppio obiettivo di supportare Bush nella sua ricerca di consenso e di ottenerne a sua volta il supporto sulla piazza internazionale e presso le banche, in un momento in cui l'affidabilita' finanziaria di Israele e' nel mirino delle stesse istituzioni bancarie. (Vedi anche "Bush tenta di risollevare le sorti dell'economia israeliana" in questo stesso numero). ASPETTATIVE PERICOLOSE La speranza che l'insediamento di un regime fantoccio in Iraq spiani la strada ad una analoga operazione nei Territori Occupati e' completamente destituita di ogni fondamento. Il tentativo di cambiare o modificare regimi esistenti e' stato spesso oggetto della politica statunitense. Ben lungi dal riscuotere significativi successi, ha piuttosto portato il caos (nel Sud Est asiatico, in America Latina, in Medio Oriente, in Afghanistan) di cui oggi la stessa amministrazione Bush si lamenta. Israele e' incappata in simili fallimenti nei tentativi fatti in passato di insediare leader arabi. Due esempi per tutti: 1) L'avventura libanese. Nel 1982, durante la presidenza di Ronald Reagan, in Israele era primo ministro Menahem Begin. Ariel Sharon, allora ministro della difesa, intraprese una campagna bellica per modificare la mappa geografica del Medio Oriente, cominciando dal Libano. L'idea era quella di eliminare l'OLP come forza interna a quel paese, in modo da permettere al leader della milizia cristiana Bashir Gemayal di assumere il controllo del paese e permettere al Parlamento di eleggerlo presidente. Gemayal avrebbe dimostrato la sua gratitudine negoziando la pace con Israele. Inoltre, avendo sconfitto Arafat in Libano, Israele avrebbe potuto esercitare la propria volonta' sui demoralizzati territori della West Bank e di Gaza. Secondo lo storico Howard Sachar, inoltre, Sharon aveva anche intenzione di rovesciare dal trono Re Hussein, trasformando la Giordania nello stato Palestinese ed annettendo i Territori Occupati. (Howard M. Sachar, A History of Israel, Volume II, New York: Oxford University Press, 1978, p. 172). Di fatto l'esercito israeliano caccio' l'OLP dal Libano e Bashir Gemayal fu eletto presedente il 23 Agosto. Poche settimane dopo, fu assassinato. Si scateno' il caos. Sharon chiese al suo Capo di Stato Maggiore di ripristinare l'ordine e di permettere ai Cristiano Falangisti di entrare nei campi dei rifugiati. Il risultato di tale operazione fu il massacro di Sabra e Shatila. A questo punto gli Americani ritornarono in Libano, con lo scopo, anche, di "riportarvi l'ordine" - ma, nell'Ottobre 1983, un attacco suicida uccise 241 marines. Gli americani e se andarono e gli Israeliani si ritirarone nel sud del Libano. Del piano di Sharon non rimaneva che una sottile "zona di sicurezza" oltre il confine settentrionale di Israele. Questa zona e' in seguito costata centinaia di vite umane a Israele e migliaia al Libano, finche' il primo ministro Ehud Barak non l'ha fatta sgomberare, due anni fa. Il Libano non e' diventato la "democrazia cristiana " sognata da Begin, Sharon, e (almeno fino ad un certo momento) Ronald Regan. L'invasione israeliana ha ottenuto, e' vero, la cacciata dell'OLP ma soprattutto ha prodotto morte e distruzione, una drammatica frammentazione della propria societa', un ampio discredito a livello mondiale, la crescita del movimento degli Hezbollah e la nascita di una nuova tattica di guerriglia: l'attacco suicida. 2) L'avventua di Oslo. In seguito all'espulsione dell'Olp dal Libano i Territori Occupati sono diventati il principale centro di resistenza palestinese. E poi scoppiata la prima Intifada (1987). Israele ha risposto con una piu' sofisticata forma di occupazione. Nel corso degli anni 70 e 80 Israele ha cercato, senza successo, di infiltrare collaboratori con posizioni di leader (i cosiddetti Village Leagues). L'idea era quella di trasformare la stessa OLP in un'entita' sottomessa al controllo di Israele. La combinazione tra la politica israeliana e quella della sua creatura, la corrotta autorita' Palestinese, ha condotto al caos della seconda Intifada. Il partito Laborista, che aveva puntato tutte le sue carte su Oslo si e' ritrovato, fin dall'Ottobre 2000, senza partners, senza agenda. Avendo perduto anche ogni caratteristica che lo differenziasse dal partito avversario, il partito laburista si e' unito al Likud, in un evidente tentativo di mettere fine allo scontro. (Dopo 20 mesi, l'alleanza si e' rotta). L'Intifada ha fatto crollare l'economia israeliana, riportandola ad essere un caso pietoso per la carita' americana. Nello stesso tempo, pero', anche l'America e' sprofondata in una seria crisi economica. William Grider cosi' scrive su "The Nation" (13 Settembre, 2002): "L'indebitamento estero netto dell'economia statunitense -causata dall'aver accumulato per 20 anni un deficit commerciale sempre piu' ampio - raggiungera' quest'anno quasi il 25% del prodotto interno lordo degli Stati Uniti, ovvero circa 2,5 trilioni di dollari. Quindici anni fa era...zero. Lo spettro della crescente debolezza americana sembra impermeabile agli sguardi della gente che continua a pensare di vivere in una prosperita' permanente. Ma le sabbie mobili sono una realta'. Siamo gia' sprofondati fino alle ginocchia." Gli Stati Uniti della seconda Guerra del Golfo non saranno gli stessi della prima. Dieci anni fa a Wall Street dilagava la speranza che i mercati mondiali si aprissero alle corporations americane; i dividendi del collasso sovietico erano a loro disposizione. Invece, il crollo delle torri ha scosso l'America. Quando si tratta di guerra all'Iraq, l'Europa resiste, il terzo mondo resiste, chiunque abbia la testa sulle spalle, resiste. Washington, allora, si sente tradita. Nonostante il crollo del comunismo, pace e prosperita' si fanno desiderare. Solo una piccola parte di Israele sta in maniera decisa con l'America e con il governo. Dopo due anni di attacchi suicidi gli Israeliani sono risoluti e determinati nel rifiuto della rabbia che genera il caos. Ora, si sentono pronti, a destra come a sinistra, a sostenere una crociata il cui risultato sara' la crescita esponenziale di quella rabbia. Quanti hanno seminato vento raccoglieranno tempesta. Ma quelli che hanno seminato tempesta, cosa raccoglieranno? La combinazione di potere militare e crisi economica e' pericolosa. Tenta le vie della forza per risolvere problemi economici, con mezzi militari. Questa commistione, non molti anni fa ha generato il fascismo. E ha sottoposto l'umanita' ad un incommensurabile olocausto. Il mondo si trova aggi ad un analogo crocevia. La domanda non e': 'Puo' il mondo convivere con Saddam Hussein?'. La vera domanda e', piuttosto: 'Puo' il mondo convivere con George W. Bush?' La sparizione del campo socialista e' sentita oggi come non mai. Quelli che hanno fermato Hitler non erano (con il dovuto rispetto per Ha'aretz) gli Americani, ma i Sovietici a Stalingrado. I Sovietici hanno impedito agli Stati Uniti di invadere Cuba. Hanno mitigato la poverta' in tanti paesi del mondo. Nei decenni piu' recenti le lotte della classe lavoratrice mondiale e delle forze pacifiste hanno subito una significativa battuta d'arresto. Hanno pagato un pesante prezzo per il fallimento del tentativo socialista. L'Unione Sovietica ha fallito perche' ha escluso le persone dai processi decisionali. Ha fallito nella costruzione del socialismo nell'unico modo in cui esso possa essere costruito: democraticamente. L'Unione Sovietica ha fallito, in breve, nel tenere desto lo spirito della rivoluzione. Noi dovremmo guardare a questo esperimento, tuttavia, come il primo, non come l'ultimo nel suo genere. Un nuovo movimento di massa e' cresciuto, in questi anni, contro la globalizzazione. Molte speranze sono riposte in esso, ma di fronte all'imminente guerra non si e' fatto sentire a sufficienza. La ragione chiave di questo fallimento e' che il movimento detesta i partiti politici. Rifuggendo la politica organizzata non sono in grado di porsi come alternativa all'ordine mondiale esistente. Non misurandosi col potere, non danno neanche vita a mutamenti politici. Nelle attuali circostanze in cui "gli altri" sono organizzati in multinazionali, partiti e regimi, le proteste che si limitano a reagire di fronte a determinati eventi sono un lusso che non ci si puo' permettere. La reale urgenza e' davvero un atto di reazione: fermare la megalomania della Casa Bianca. Non si puo' certo contare su Jacques Chirac o su Gerhard Schroeder che solo due anni fa hanno preso parte nell'attacco contro la Yugoslavia. E neppure su Vladimir Putin, preso da personali ambizioni. Su una piu' lunga prospettiva e' necessario arrivare a negare ai capitalisti i mezzi per trascinare l'umanita' nella guerra. La protesta va organizzata su un'agenda socialista.

versione stampabile | invia ad un amico | aggiungi un commento | apri un dibattito sul forum
Ci sono N_UMVISIBLE commenti visibili (su 6) a questo articolo
Lista degli ultimi 10 commenti, pubblicati in modo anonimo da chi partecipa al newswire di Indymedia italia.
Cliccando su uno di essi si accede alla pagina che li contiene tutti.
Titolo Autore Data
non diciamo scemenze lele Tuesday, Sep. 02, 2003 at 3:22 PM
gbn hamas Tuesday, Sep. 02, 2003 at 1:21 PM
memoria corta Emiliano Brogi Tuesday, Sep. 02, 2003 at 1:17 PM
un errore di esposizione roberto franco Thursday, May. 15, 2003 at 7:41 AM
analisi politica roberto franco Wednesday, May. 14, 2003 at 6:36 PM
liberal-stalinismo steg Sunday, Jan. 19, 2003 at 4:17 PM
©opyright :: Independent Media Center
Tutti i materiali presenti sul sito sono distribuiti sotto Creative Commons Attribution-ShareAlike 2.0.
All content is under Creative Commons Attribution-ShareAlike 2.0 .
.: Disclaimer :.

Questo sito gira su SF-Active 0.9