Commento. Poca fiducia nel GUP che va a pescare assieme ad un dipendente del Tubone
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Messahhero Veneto MARTEDÌ, 20 GIUGNO 2006 Pagina 13 - Udine Disastro ambientale, si è aperto il processo Ieri il via all’udienza preliminare per gli scarichi del “Tubone”, sono nove gli imputati UDINE. È cominciata ieri la maratona dell’udienza preliminare sul Tubone di San Giorgio di Nogaro. Dieci imputati e il sospetto che l’impianto del Consorzio depurazione laguna, smaltendo abusivamente tonnellate di rifiuti, abbia provocato un disastro ambientale con pericolo per l’incolumità pubblica. Il pubblico ministero Luigi Leghissa ha subito detto che avrebbe chiesto il rinvio a giudizio di nove imputati, pronunciandosi per il non luogo a procedere soltanto nei confronti di Cristina Luci, di Bicinicco, per il ruolo di vertice rivestito nella Depura spa di Povoletto. Il Gup Giuseppe Lombardi ha già fissato per il prossimo lunedì la prosecuzione dell’udienza, quando finiranno di parlare le difese. Intanto, ieri è stata ammessa la costituzione di parte civile del Wwf e del ministero dell’Ambiente. Le accuse spaziano a vario titolo, differenziate per tutto il consiglio d’amministrazione del Consorzio del 2002, per funzionari di Provincia e Regione, tecnici, dipendenti e imprenditori. Due posizioni sono state archiviate dopo la chiusura dell’inchiesta: sono quelle dell’imprenditore Adriano Luci e di Giordano Burg, responsabile tecnico commerciale del Tubone fino al 31 dicembre 2002, già procuratore della Depura spa degli stessi Luci. Per il resto, le anticipazioni sull’udienza hanno visto una sola richiesta di patteggiamento, istanza avanzata dal difensore di Andrea Targato, un semplice dipendente del Consorzio accusato d’aver violato alcuni sigilli dell’Arpa in concorso con il responsabile della gestione impianti. Le accuse principali sono mosse a tre persone: l’ex presidente del Consorzio di depurazione Bassa friulana (oggi appunto Consorzio depurazione laguna) Gianfranco Turchetti; quindi Claudio Feruglio in veste di responsabile della gestione degli impianti; e Alessandro Florit in qualità di direttore tecnico. A loro si contesta l’illecito smaltimento di rifiuti, attività diretta a cagionare un «disastro ambientale innominato» provocando un pericolo per l’incolumità pubblica. Questa l’iniziale ipotesi accusatoria. Tra le condotte ipotizzate vi è anche quella d’aver fatto confluire nel cosiddetto Tubone rifiuti incompatibili con le capacità di smaltimento degli impianti in funzione nello stesso, che li riceveva a un prezzo inferiore a quello di mercato e comunque inferiore al costo industriale del corretto processo di smaltimento del rifiuto stesso. Ciò fino al febbraio 2003, data del sequestro. È stata invece stralciata la posizione degli otto consiglieri dell’epoca (a partire dal maggio 2002) indagati soltanto per le ipotesi contravvenzionali contestate anche all’allora presidente: in pratica, per aver disposto lo smaltimento in assenza di autorizzazione. La complessità tecnica dei fatti contestati ha evidentemente suggerito alle difese di andare al processo qualora il Gup non ritenga di prosciogliere.
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