Milano una giornata nera.
La manifestazione degli antifascisti voleva impedire di insozzare Milano a chi nega l’olocausto, inneggia alla razza aggredendo migranti e militanti di sinistra, nel preoccupante assemblaggio di un neofascismo di stadio e di governo. “Marzo per il movimento milanese è un mese intriso di sangue e ricordi dolorosi, come l’assassinio di Fausto e Iaio, il vile agguato mortale a Dax e i pestaggi dei compagni accorsi all’ospedale San Paolo - avevano scritto nella loro convocazione centri e gruppi promotori - nelle giornate dedicate a questi tristi eventi i fascisti vogliono marciare su Milano, non possiamo permetterlo”. Volevano prendersi la piazza concessa dalla Questura al Movimento sociale - Fiamma tricolore dopo due dienighi in concomitanza del giorno della memoria, ma questa volta erano loro a non essere autorizzati. Avevano messo in conto una risposta muscolare e promesso di portare la protesta in tutta la città, non è stato così. Quasi un migliaio in corso Buenos Aires, tanti giovanissimi e molti venuti dalle realtà che hanno subito decine di attentati e raid punitivi di squadracce: Bergamo, Brescia, Verona, Torino. Qualche tedesco e dei francesi. Clima teso, in Piazza Lima, si organizzano i cordoni: passamontagna e caschi. Sensazioni negative. Passano viale Tunisia, issano una barricata con fioriere e bidoni e incendiano il negozio di An. La polizia sta ferma, poi va, anzi no. Due botti fortissimi, poi la sassaiola, quattro auto incendiate e un’edicola. Partono i lacrimogeni c’è fumo dappertutto, rispondono alcuni razzi, uno colpisce un carabiniere, bulloni e ancora pietre. I pompieri fanno fatica a operare, la gente dello struscio del sabato è terrorizzata. I manifestanti dietro si sparpagliano, alcuni centri sociali se ne vanno. Rimangono in un centinaio e parte la carica delle forze dell’ordine, fino in fondo. Alcuni vengono inseguiti e menati ovunque. Si registrano anche un paio di tentativi di linciaggio da parte di baristi e passanti nei confronti di manifestanti in fuga. All’angolo con viale Tunisia restano i segni di una battaglia, vetrine e auto sfondate e un petardone addizionato di chiodi. I numeri finali sono dieci contusi tra i poliziotti e 45 fermati. In serata arrivano le conferme per dei primi arresti: 12 persone, tra le quali una minorenne. Ma il numero potrebbe crescere.
Al presidio dell’Anpi al Sacrario dei caduti di Piazza Mercanti c’è imbarazzo. «Siamo qui per difendere la memoria della Resistenza e la necessità dell’antifascismo, per respingere qualsiasi capovolgimento della storia ed equiparazione tra chi lottò per la libertà e chi inflisse sacrifici enormi a una lotta di popolo - ricorda Tino Casali, presidente dell’Anpi - i fatti di oggi (ieri, per chi legge, N. d. R.) sono offensivi per noi, Resistenza e antifascismo significano difendere il vivere civile, ai feriti tra manifestanti e forze dell’ordine va la nostra solidarietà e facciamo in modo che la città ritrovi le sue radici antifasciste e democratiche nelle prossime elezioni». Poche parole da Giovanni Pesce, una vita a combattere i fascisti dalla Spagna alle strade di Milano: «Ci sono parole che fanno vivere, una di queste è Resistenza».
Intanto An organizza una contro manifestazione, con Ignazio La Russa e qualche centinaio di persone davanti al punto elettorale di An andato in fumo. Bandiere italiane e odio contro “i comunisti, gli autonomi, quelli dell’Unione”. Mentre circa un migliaio dei fascisti di Berlusconi della Fiamma, in maggioranza da Veneto e Lazio, si concentrano in via Palestro con croci celtiche e solito armamentario. La Digos ne riduce l’impatto imponendo il ritiro di osceni simboli runici e fasci littori. «Non chiamateci fascisti», dice il segretario della Fiamma, il negazionista Luca Romagnoli mentre sale il grido “Duce Duce”. Sfilano fino a San Babila, da cui erano stati cacciati negli anni ’70, gridando «me ne frego è il nostro motto» e insulti al “boia” Gianfranco Fini. «Cari camerati oggi abbiamo dimostrato ai milanesi la nostra civiltà - ha esultato Romagnoli nel comizio finale - alla faccia di quei democratici come il signor Fiano e i Ds». Emanuele Fiano è il capogruppo in comune della Quercia, figlio di deportati, che aveva chiesto l’interdizione di questa offesa alla città. In San Babila parla anche Maurizio Boccacci, leader del disciolto movimento politico occidentale: «Denunciatemi per apologia di fascismo, ne sono orgoglioso, sono e rimarrò un fascista». Anche senza le celtiche, il messaggio è chiaro e vergognoso.
La destra che Fini voleva riformare ritorna esultante e An ha la sua vetrina bruciata. «E pensare che nel ’46, in Duomo, alle lezioni di politica in piazza del Pci il primo insegnamento era ‘non cadere nelle provocazioni», commenta Luigi Pestalozza, partigiano dell’Anpi, comunista e grande uomo della cultura milanese.
|