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l'abolizione degli ordini professionali và al di là...
by Liberiamoci Friday, Feb. 03, 2006 at 7:49 PM mail:

abolire gli ordini professionali non significa semplicemente abolire un esamee no riguarda solo le professioni classiche, ma significa NUOVE OPPRTUNITà DI LAVORO PER I DISOCCUPATI

quante persone hanno cominciato una attività nella più totale libertà sfruttando il fatto che molte professioni non era regolamentate? tantissime comincianodo con gli psicologi di cui molti non erano neanche Laureati, ed il resto era composto da persone laureate generalmente in Lettere e filosofia. All' epoca non esistevano gli albi, per cui queste persone hanno iniziato a lavorare e BENE senza dover dimostrare con corsi ed Esami la propria preparazione. Oggi invece non solo per diventare psicologo bisogna essere iscritti ad un albo, MA Al momento un laureato in filosofia o in scienze dell'educazione che svolge la professione volgarmente detta di "formatore" non può usare pubblicamente il temine "psicologia del lavoro" nonostante possa dimostrare un'ottima formazione post lauream e esperienza pluriennale perchè non è laureato in psicologia .Ma ci sono tante altre figure professionali sorte grazie a dun vuoto legislativo come : l'interprete tutristico e l'accompagnatore turistico ( vuoto rappresentato dal fatto che la normativa prevedeva esclusivamente la figura di Guida Turistica) ebbene questi professionisti riuniti in albi ,stanno facendo pressioni affinchè le regioni disciplinino queste figure, cioè: PREVEDANO LA FREQUENTAZIONI DI CORSI ( oraganizzati dai suddetti professionisti riunitisi in associazioni) e superamento del relativo esame.
ECCO CHE LA RIFORMA DEGLI ORDINI PROFESSIONALI è DOVUTA E NECESSARIA ANCHE PER DARE NUOVI SBOCCHI LAVORATIVI AI DISOCCUPATI

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No
by non è GIUSTO! Friday, Feb. 03, 2006 at 7:55 PM mail:

la cosa più assurda è che coloro che fanno pressioni sono
coloro che hanno iniziato , praticamente, senza titolo.
io conosco moltissimi accompagnatori turistici che guadagnano tantisismi soldi già con la professione, ed in più hanno creato delle "scuole" dove rilasciano i diplomi, ma queste stesse persone premono , poi, affinchè gli esami diventino impossibili da superare. Per cui nonostant prendi il diploma ( e sei già laureato) rischi di non poterti iscrivere MAI AD UN ALBO!
nn parliamo di quello degli avvocati, perchè ci sarebbe da SKASSARE TUTTO
ABOLIAMO GLI ORDINI PROFESSIONALI E GLI ALBI
ABOLIAMOLI TUTTI

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e l'italia continua
by a pagare le moratorie Friday, Feb. 03, 2006 at 8:12 PM mail:

giusto per la cronaca in molti paesi europei per svolgere la professione di Avvocato o Architetto è sufficiente la
SOLA laurea! solo in italia accade questo scempio, al punto che la stessa Italia ( pur di tutelare le Lobbies)
preferisce pagare MIGLIAIA DI EURO DI MORATORIA ALL'EUROPA
visto che L'unione Europea rifiuta CATEGORICAMENTE GLI ORDINI PROFESSIONALI
ma loro signori non contenti di questo, stanno facendo di tutto per mettere negli albi anche altre professioni non disciplinate come : GLI INFORMATICI, nonchè le altre figure menzionate
COSA ASPETTIAMO? del resto i soldi delle moratorie LI PAGHIAMO NOI

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e
by non solo Friday, Feb. 03, 2006 at 8:22 PM mail:

questi professionisti non solo fanno PRESSIONI , ma sono ESSI STESSI AD ORGANIZZARE GLI ESAMI E A FARE DA SELEZIONATORI ( cioè decidono chi deve passare e chi no)
è ovvio che una persona normale , a meno che non sia PARENTE DEL SELEZIONATORE NON PASSERA' MAI! anche perchè questi signori hanno tutto l'interesse a non crearsi dei concorrenti ed a rimanere in pchi sulla piazza
esempio : l'eame di guida turistica organizzato dalle STESSE GUIDE TURISTICHE , guide turistiche che a loro volta hanno iniziato , semplicemente, cacciando i turisti per le strade ( si parla di gente con LA TERZA MEDIA)

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corporazioni
by df Friday, Feb. 03, 2006 at 10:37 PM mail:

gli ordini professionali non sono altro che corporazioni, permanenze dello stato corporativo fascista. Molti evidentemente ritengono che questo modello economico-sociale sia una buona cosa, tale da riproporre. Il fascismo non è -solo- una faccenda di saluti romani, manganelli o coreografia. Punto.

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Ingegneri
by Ingegnere Friday, Feb. 03, 2006 at 10:58 PM mail:

Ingegneri
organizzazione della professione di ingegnere nei diversi Paesi. La professione è regolamentata in Spagna, Portogallo, Grecia, Stati Uniti e Canada. Nei Paesi regolamentati prevale il sistema ordinistico (con l'importante eccezione degli Stati Uniti dove in ogni Stato esistono dei Consigli per la registrazione delle licenze professionali), ma mentre in alcuni di loro assume la forma centralizzato (Grecia, Portogallo), in Spagna ha carattere settoriale e in Canada prevalentemente regionale (gli ordini regionali sono coordinati da un organismo a livello centrale).
Anche nei Paesi non regolamentati è assente un modello di riferimento e, comunque, la situazione è più complessa di quanto potrebbe sembrare limitandosi alla bipartizione iniziale: in Francia è protetto il titolo di studio attraverso l'accreditamento dei corsi ingegneristici da parte di un organismo ad hoc, mentre in Gran Bretagna sono tutelati i titoli professionali tramite l'iscrizione volontaria ad istituzioni professionali settoriali aventi natura pubblicistica, accorpate negli Anni Ottanta in un organo centrale con poteri effettivi. In Germania la situazione è articolata: in generale, è tutelato soltanto il titolo professionale (che corrisponde al titolo di studio), ma per esercitare la libera professione è richiesta l'iscrizione obbligatoria nelle Camere degli ingegneri dei Lander, che sono enti di diritto pubblico.
le associazioni professionali tedesche hanno focalizzato la loro attenzione sulla tutela sindacale degli ingegneri perché questi erano in gran parte dipendenti delle imprese industriali; la divisione esistente in Francia tra ingegneri statali e ingegneri civili (nonché tra le diverse scuole d'ingegneri) ha prodotto un sistema fondato sulla protezione abnorme del titolo di studio, in Gran Bretagna è prevalso un modello autoregolamentativo della professione (peraltro di natura pubblicista in quanto conferito con Royal Charter) come affermazione della tradizione autonomia dallo Stato delle prestigiose Engineering Institutions.

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palla
by Anna, procuratore lagale Friday, Feb. 03, 2006 at 11:05 PM mail:

in molti paesi europei per svolgere la professione di Avvocato è sufficiente la SOLA laurea!

palla colossale

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invece è vero
by e si vede che sei procuratore legale Friday, Feb. 03, 2006 at 11:21 PM mail:

come molti tuoi colleghi totalmente IGNORANTI IN FATTO DI NORMATIVE ( eppure ESERCITATE) non sai che in Spagna basta la sola laurea ed in tutti gli altri paesi basta presentare una semplice relazione al consiglio finito il praticantato.
se non sbaglio la presentate anche voi questa relazione , però dovete subirvi 3 giorni massacranti di scritti , più gli orali
e dimmi cara procuratrice, quanti tuoi colleghi mandano in galera le persone pur essendo iscritti all'albo?

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bah!
by gli avvocati sono i più penalizzati Friday, Feb. 03, 2006 at 11:36 PM mail:

Prima di tutto il biennio di pratica previsto dal nostro regolamento ha poco senso ed infatti in Europa siamo l'unico paese a doverlo svolgere. Gli anni effettivi di tale pratica, poi, sono superiori a due, se si pensa al tempo necessario per crearsi una propria clientela e, sopratutto, a quello intercorrente fra le prove scritte e le prove orali dell'esame di stato, nonché alla durata di quest’ultime. Alla fine gli anni diventano già tre (se non addirittura quattro). Sarebbe più giusto abolirli e fare come avviene per le altre professioni, ad esempio l'ingegnere o l'architetto, che sostengono l'esame di stato subito dopo avere conseguito la laurea. Se questa abolizione del biennio non fosse- per varie ragioni - possibile, allora sarebbe equo adottare misure alternative che permettano il conseguimento d'ufficio dell'abilitazione ad Avvocato a chi risulti in possesso del prescritto certificato di compiuta pratica biennale, rilasciato dalle competenti corti d'appello.

Così finalmente cesserebbe di esistere questo "esame di stato", che esige un apparato organizzativo complesso ed inutilmente dispendioso per lo Stato. Un sistema che ormai serve soltanto a giustificare l'indecente realtà che è davanti agli occhi di tutti, ma che molti fanno finta di ignorare.
Pensiamo ad esempio all'esame di avvocato in certe regioni d'Italia, come qui da noi a Roma: su un campione di migliaia di candidati, soltanto ad un 25-30% di esaminati è concesso di arrivare alla fine. Bloccati da un esame scritto, creato al solo scopo di impedire il più possibile che altri nuovi avvocati possano accedere a questa professione e costituire quindi in futuro una concorrenza.
Inoltre, con l'ultima iniqua riforma voluta da questo governo, in particolare dal ministro Castelli, che con un Decreto Legge ha riformato questo esame, la situazione si è ulteriormente aggravata, perchè disponendo correzioni incrociate tra le diverse corti d'appello ha determinato una ulteriore distribuzione di queste ingiustizie in tutto il territorio nazionale, con il fine di chiudere l'accesso alla professione di avvocato a migliaia di giovani. Questa riforma svilisce e contrasta con la qualifica di "libero professionista", qual'è appunto quella dell' avvocato, e che di per sè non tollera alcuna limitazione di esclusivo carattere corporativo.

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Cambiare le regole
by non significa abolirle Saturday, Feb. 04, 2006 at 7:23 PM mail:

Cambiare le regole non significa abolirle
di Manlio Cammarata - 20.12.01
La lettera che Franco Abruzzo ha inviato a InterLex deve essere letta con attenzione, perché contiene tutti gli elementi per capire il punto di vista di una buona parte dell'establishment giornalistico. Per questo offre l'opportunità di una risposta articolata e il più possibile chiara. Eccola.

Caro Abruzzo,
cerco di rispondere punto per punto alle tue domande e alle tue osservazioni.

Oggi chi vuol diventare giornalista professionista deve farsi assumere da un editore. Questa soluzione ti va bene? Non è democratica, invece, la via universitaria?

Secondo me si cade dalla padella nella brace. Il vecchio sistema è intollerabile, io stesso ne sono vittima: dopo più di trent'anni di professione sono sempre "pubblicista", cioè faccio un altro mestiere, secondo l'articolo 1 della legge che dal 63 regola la nostra professione.
Ma l'università come unica via d'accesso è meno democratica di quanto sembra a prima vista: non fingiamo di non sapere che la norma costituzionale che afferma che "i capaci e i meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi" è una mera dichiarazione di principio che non trova riscontro nei fatti.

L'Ordine di Milano da 24 anni ha sperimentato con grande successo la strada della Scuola di giornalismo: abbiano "costruito" 540 giornalisti, che al 98% sono dipendenti di testate, tg e radiogiornali. Abbiamo rotto un monopolio. Il Consiglio ha riconosciuto centinaia e centinaia di praticanti di ufficio. Io stesso sono il primo praticante d'ufficio della piccola storia dell'Ordine.

E' vero, ed è un grande merito dell'Ordine lombardo. Fra l'altro, se la memoria non mi inganna, siete stati i primi ad aprire l'Albo ai foto e cine operatori, nei primi anni '70. Ma nel discorso c'è qualcosa che non quadra: se la laurea in giornalismo deve essere l'unica via d'accesso alla professione, allora si contraddice tutta la politica di apertura che fino a oggi è stata seguita a Milano.

... in Italia si accede per Costituzione alle professioni con un esame di Stato e che quella giornalistica è riconosciuta come professione dal Parlamento. O ritenete che quello dei giornalisti sia un mestiere?

Questo è un punto essenziale. Secondo te fare il giornalista è la stessa cosa che fare il medico, l'avvocato o il commercialista. Non sono d'accordo, per un motivo abbastanza semplice: questi hanno un rapporto personale con il loro cliente, che può subire gravissimi danni se il professionista non si comporta con correttezza o non è abbastanza preparato. E i loro ordini professionali sono posti a tutela dei singoli cittadini, oltre che dei professionisti che ne fanno parte.
Invece il giornalista ha come "cliente" il grande pubblico. Se sbaglia paga in termini di immagine professionale, prima che in termini disciplinari. Il giornalista troppo furbo, disonesto o incapace, vene automaticamente spinto ai margini del mondo dell'informazione.
Non dimentichiamo che, nell'attuale ordinamento, l'accesso alla professione non passa per un "esame di stato", ma per una "prova di idoneità professionale", che è un'altra cosa.

Inoltre, per una fuorviante imprecisione linguistica, in Italia il giornalista professionista non è un "libero professionista", ma un dipendente, mentre il vero "giornalista libero professionista", cioè quello che non dipende da un editore, non ha nessuna via per ottenere il riconoscimento del proprio status professionale: resta a vita "pubblicista", cioè uno che fa il giornalista come secondo o terzo lavoro, secondo il dettato dell'articolo 1 della legge del '63.
Questa è una delle anomalie che deve essere eliminata se si vuole adeguare la professione all'evoluzione della società. Perché una cosa deve essere chiara: se vogliamo ridisegnare la figura del professionista dell'informazione dobbiamo guardare alla società in cui viviamo, non a leggi o sentenze vecchie di decenni e senza alcun riferimento alla situazione di oggi.

L’eventuale abrogazione della legge n. 69/1963 sull’ordinamento della professione giornalistica comporterà questi rischi:
1) quella dei giornalisti non sarà più una professione intellettuale riconosciuta e tutelata dalla legge.
2) risulterà abolita l’etica professionale fissata oggi nell’articolo 2 della legge professionale...

Eccetera eccetera. No, caro Abruzzo, qui proprio non ci siamo. A parte il fatto che una molto ipotetica abrogazione delle attuali norme non sottrarrebbe i giornalisti alle leggi dello Stato, e quindi pagherebbero comunque eventuali eccessi o comportamenti illegittimi, l'eventuale abolizione dell'Ordine non determinerebbe il caos né la perdita delle tutele, perché l'ente pubblico sarebbe sostituito da altri organismi, con regole non molto diverse dalle attuali, ma che potrebbe essere anche più severe e più garantiste. Questo è un aspetto fondamentale della questione: nessuno chiede di abolire l'etica, la responsabilità, la qualificazione professionale. Né le garanzie che fanno da giusto contrappeso a questi oneri. Si tratta solo di non limitare il diritto di espressione di chi non è e non vuole essere un giornalista (come invece fa, confusamente, la legge 62/01 e come, in altro contesto, si proponeva la 47/48).
Anche le sentenze della Corte costituzionale, che tu hai citato in altre occasioni, si riferivano a un contesto ormai completamente superato.

Il problema è un altro. E' che nell'assetto della società che si sta sviluppando anche in conseguenza della diffusione delle tecnologie dell'informazione non si può limitare a un ristretto gruppo di "addetti ai lavori" la facoltà di informare. Come scrive Andrea Monti, si deve distinguere tra chi ha il compito di fare informazione come attività professionale e chi vuole solo dare informazioni, senza alcuna intenzione di farlo per mestiere. E' necessario assicurare a questa moltitudine di persone il diritto di farlo liberamente, senza pastoie burocratiche e divieti legali.
Ed è necessario che chiunque voglia fare il "mestiere" di giornalista possa farlo, assumendosi le relative responsabilità, e con le relative garanzie.

Non dimentichiamo che esiste un'opinione diffusa, di cui dobbiamo tener conto, che dice "Grazie all'internet siamo tutti giornalisti" (vedi Voglio anch’io il First Amendment di Giuseppe Attardi). Lo ha autorevolmente ribadito Derrick De Kerckhove, considerato l'erede di McLuhan, nel convegno di Pescara del 24 novembre scorso. Noi non siamo d'accordo con questa visione, della quale dobbiamo però considerare alcuni aspetti interessanti. E' importante discuterne.

Governo e Parlamento devono preoccuparsi di riformare le leggi sugli ordini e i collegi e di tutelare i saperi dei professionisti stessi, saperi che sono una ricchezza senza confini e una inesauribile fonte di progresso per la Nazione. Gli esami per l’accesso devono essere delegati a un altro soggetto (l’Università) anche per garantire il rispetto del principio costituzionale dell’imparzialità. Non possono essere i giornalisti a giudicare chi debba entrare nella cittadella della professione. Lo stesso discorso vale per gli avvocati e per le altre professioni regolamentate.

Sulle differenze tra la professione di giornalista e le altre regolamentate ho già espresso la mia opinione. Aggiungo che limiti troppo stretti all'accesso vanno contro l'articolo 21 della Costituzione. Sono questioni importanti che devono essere affrontate e approfondite.
Per questo voglio avanzare una proposta: organizziamo un convegno "in campo neutro", dove si possano confrontare le diverse posizioni e cercare soluzioni utili. Invitiamo a partecipare tutti quelli che hanno qualcosa da dire e soprattutto i politici, che dovranno metter mano a nuove leggi dalle quali dipenderà il futuro della nostra democrazia. E dovranno farlo con cognizione di causa e seguendo un percorso trasparente, per non generare altri mostriciattoli come la 62/01.






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mah!
by mah! Saturday, Feb. 04, 2006 at 7:29 PM mail:

Questo è un punto essenziale. Secondo te fare il giornalista è la stessa cosa che fare il medico, l'avvocato o il commercialista. Non sono d'accordo, per un motivo abbastanza semplice: questi hanno un rapporto personale con il loro cliente, che può subire gravissimi danni se il professionista non si comporta con correttezza o non è abbastanza preparato. E i loro ordini professionali sono posti a tutela dei singoli cittadini, oltre che dei professionisti che ne fanno
hai mai sentito parlare di MEDICI CHE AMMAZZANO LE PERSONE?
EPPURE SONO ISCRITTI ALL'ALBO
PER Non parlare degli avvocati. L'ultima volta che ne ho incontrato uno gli ho chiesto cosa ne pensasse dell'esecuzione di Tookie Williams e lui mi ha risposto:
se l'è meritato ha ucciso 4 persone" al che io gli ho fatto notare che c'era una insufficienza di prove a suo carico e lui mi ha guardato come se di fronte avesse un MARZIANO ed a questo ho aggiunto: "scusa ma tu fai l'avvocato e non il giudice!" non ho avuto risposte

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calarsi le braghe (pantaloni) ?
by red Wednesday, Feb. 22, 2006 at 1:19 PM mail:

e allora che bisogna fare ? presso chi protestare ?
entro nel merito della questione delle professioni turistiche: perché bisogna avvalersi di individui che hanno il famoso patentino magari ottenuto senza troppi meriti anziché poter scegliere chi sembra più capace o adatto, indiendentemente dal pezzo di carta ?
perché io non posso affidare un viaggio al laureato e non, che magari ha grandi doti personali di comunicabilità e cognizioni, che vanno aldilà degli sproloqui fatti davanti ad una commissione di propri ex insegnanti su nozioni imparate a tavolino ?
non sarebbe più giusto che a fare la selezione ci pensi il mercato ? se sono bravo mi danno il lavoro, se quando accomagno i viaggi faccio dormire me ne sto a casa e faccio dell'altro ?

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un altro punto di vista
by Domenico Schietti Wednesday, Feb. 22, 2006 at 1:41 PM mail:

secondo me va aggiunta alla discussione questa problematica:

se un ing o un arch o un avv o un dott è iscritto all'ordine professionale , non per questo significa che sia un bravo professionista.

Lunardi per esempio cos'è?

Quindi se l'ordine professionale serve per garantire la professionalità, non raggiunge il suo scopo, bisognerà discutere quale può essere il miglior modo per garantire la professionalità all'utente del servizio.

sbaglio?

semplifichiamolo un po' sto cazzo di mondo, facciamolo a Misura di Bambino

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mah!
by Elle Wednesday, Feb. 22, 2006 at 2:00 PM mail:

ma.. credo che il sistema NON ci sia ( hai presente i medici che ammazzano la gente?) , ma il discorso va al di là , esempio: i giornalisti, i traduttori e gli interpreti, nel senso che se sei bravo a tradurre , TRADURRAI , indipendentemente dalla certificazione da parte di un ordine. quindi nell'ammissione del fatto che non esiste un modo CERTO per verificare la
capacità del professionista, direi che degli ordini professionali se ne porebbe fare tranquillamente a meno.

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