Hrant Dink è stato condannato a sei mesi di reclusione da un tribunale turco in base ad una legge che punisce «le offese all'identità turca».
Il giornalista di origine armena, ma di cittadinanza turca, Hrant Dink, è stato condannato a sei mesi di reclusione, con la condizionale, da un tribunale turco in base ad una legge che punisce «le offese all'identità turca» per alcuni articoli sulla sua rivista bilingue turco-armena Agos sulla memoria del «genocidio degli armeni» del 1915-16. Il giornalista ha già annunciato che ricorrerà in Cassazione ed alla Corte europea dei diritti umani contro la sentenza che ripropone il problema della persistenza nel codice penale turco di norme che criminalizzano le opinioni, come avviene nel caso dello scrittore turco Orhan Pamuk che sarà processato nei prossimi mesi solo per avere dichiarato che «un milione di armeni furono uccisi» all'epoca degli ultimi governi ottomani. Nel caso di Dink la corte ha ritenuto offensiva per la identità turca una frase scritta dallo stesso giornalista in cui egli invitava gli armeni a dimenticare il passato dato che la loro inimicizia verso i turchi avrebbe - secondo Dink« »un effetto velenoso nel vostro sangue«. Secondo una giornalista della stessa Agos, Karin Karakash, la corte avrebbe »male interpretato e decontestualizzato la frase« come se Dink avesse voluto dire che il sangue turco è veleno. Il giornalista è già sotto un altro processo, con la medesima accusa, per avere criticato come »discriminatorie« sia la strofa dell'inno nazionale turco in cui si dice »sorridi alla mia eroica razza« e il giuramento che gli studenti sono chiamati a fare ogni giorno: »Felice è colui che si dice turco«. La Turchia ha cominciato il suo negoziato di adesione all'Unione europea il 3 ottobre scorso e l'Ue ha già chiesto al governo di Ankara, sulla base dei processi a Pamuk e a Dink, di eliminare dal codice penale turco (già riformato di recente sulla falsariga delle indicazioni dell'Ue) quegli articoli che si prestano ad una criminalizzazione delle opinioni.
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