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L'ASSESORE ZECCHI ED IL SUO AMICO JULIUS EVOLA
by @RDITO DEL POPOLO Sunday, Sep. 25, 2005 at 8:18 PM mail:

GUARDA GUARDA

L'ASSESORE ZECCHI ED...
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L'ennesima dimostrazione di ipocrisa del Comune di Milano che da una parte denuncia come integralisti i bambini della scuola di via Quaranta e dice che ci vuole l'integrazione e la multiculturalità e dall'altra parte ha come Assessore alla Cultura Stefano Zecchi, noto difensore dei cosidetti Valori Tradizionali, amante di pensatori come Spengler e Cilliegina sulla Torta curatore per le EDIZIONI MEDITERRANEE del libro CAVALCARE LA TIGRE di JULIUS EVOLA.
MI LIMITO AD AGGIUNGERE CHE QUESTO LIBRO E' STATO CONSIDERATO UN'ISPIRAZIONE ED UN AVALLO ALLA STRATEGIA STRAGISTA.

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RAZZISMO E ANTIRAZZISMO
by @RDITO DEL POPOLO Sunday, Sep. 25, 2005 at 8:23 PM mail:

TRATTO DA http://www.guerrasociale.org



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Quello che passa per antirazzismo è in genere una pura esercitazione retorica. Questa retorica è incapace non solo di attaccare concretamente le pratiche e i rapporti razzisti, ma anche di criticare alla radice la stessa teoria del razzismo Quest'ultima, infatti, da ormai trent'anni ha per lo più abbandonato, vista la loro palese impresentabilità, la nozione di "razza" e il riferimento alla biologia. Parla ormai di etnie e di culture e non afferma la superiorità di alcune sulle altre, ma la loro incommensurabile differenza. In un misto di falso anticapitalismo (con la denuncia dell'immancabile "mondialismo finanziario" distruttore delle tradizioni), di indipendentismo (in nome dell' "autodeterminazione dei popoli") e di separatismo (contro il "meticciato culturale"), si oppone all'immigrazione. Ogni "incrocio" viene visto come impossibile in quanto gli individui non possono sottrarsi alla propria cultura, la quale viene così ad essere un elemento ereditario, naturale. Ogni popolo (sempre sinonimo di "comunità nazionale") deve stare sulla propria terra per conservare la specificità delle proprie tradizioni. L'ideale, per questi nuovi razzisti, è l'apartheid.

A questo finto elogio della differenza, nazionalista e autoritario, l'antirazzismo oppone un astratto universalismo (l'uguaglianza in nome della comune Umanità) oppure la difesa democratica della specificità culturale; questa comunità fittizia nell'unico mondo reale: quello del potere e della merce. Non sospetta mai, questo antirazzismo, che rimanendo all'interno del rapporto che lega Stato, nazione e cittadinanza (e quindi cultura intesa in senso territoriale) non si esce dalla palude da cui emerge il razzismo. Così come non sospetta che ci sia un modo antiautoritario per conciliare universalismo e differenza, cioè quello di riferirsi all'unica universalità concreta: l'individuo. Siamo tutti unici, ecco la sola qualità che ci rende uguali. Viceversa, quando la differenza è intesa come identità collettiva (nazionale, etnica, eccetera) si parte dal presupposto che tutti gli individui appartenenti alla stessa "cultura" siano uguali, cioè omogenei. L'uguaglianza, per gli antirazzisti democratici, è l'unifoormità nella sottomissione (alla legge, allo Stato, al denaro). La differenza, per i razzisti, è la specificità del ghetto. Il capitalismo li accontenta entrambi: la sua società non conosce individui, ma solo venditori e compratori di merci, in quanto tali perfettamente uguali (cioè intercambiabili); la sua gerarchia competitiva rende effettivamente diversi gli uomini a seconda del loro ruolo sociale e del loro grado di servitù (la merce, infatti, è sempre razzista).

Uno sfruttato e uno sfruttatore sono uguali solo nel cielo grigiastro del diritto, non sulla terra della guerra sociale.

Non c'è nulla che assomigli di più a un povero di un altro povero.

Uguali, lo saremo solo quando avremo dei rapporti di reciprocità (come tu a me, così io a te), cioè sulle rovine di ogni potere e di ogni sfruttamento. Diversi, lo saremo solo in un mondo a misura della nostra unicità di individui (non più elettori, consumatori, italiani, operai, studenti, eccetera).

Serve a ben poco limitarsi a condannare moralmente o culturalmente il razzismo, poiché il razzismo non è un'opinione, ma una miseria psicologica. Non è sbalorditivo che esso provenga soprattutto dalle classi medie, le quali hanno avuto così spesso il monopolio della stupidità ignobile. Maltrattate da un sistema che hanno sempre difeso con zelo, si aggrappano a quel miraggio di proprietà che gli è rimasto, e hanno paura. La società civile, prima borghese e ora tecnoburocratica, è fondamentalmente razzista e tutti i bianchi poveri che cercano di integrarvisi sono anch'essi preda di questa epidemia di peste emozionale. Lo sfruttato che si identifica col suo lavoro e con la sua impresa molto spesso disprezza l'immigrato che sa a malapena leggere. In una società gerarchica in cui regna la concorrenza fra tutti, gli immigrati sono guardati con superiorità, temuti e infine odiati. I poveri di qui che sono, nella gerarchia sociale, sullo stesso gradino degli immigrati, mostrano attraverso il loro razzismo a che punto sono isolati di fronte alla merce. Pensano che la nazione - questa estensione astratta del rifugio familiare - li protegga."Prima gli Italiani!". Questo slogan imbecille (che pone l'immigrato come privilegiato e concorrente) evapora da solo nei momenti di rottura sociale generalizzata, quando i poveri riconoscono i loro nemici comuni.

Gli antirazzisti legalitari fanno dell'isolamento degli immigrati un atto politico. Ignorano una verità fondamentale della democrazia rappresentativa: non si possono accordare dei diritti civili a una parte della popolazione se prima non si è certi che questa non ne farà mai usa. Invece di attaccare una società radicalmente razzista, questi antirazzisti offrono agli immigrati un'integrazione giuridica che riconosca loro la sola comunità che lo Stato può tollerare: la cultura o la religione. Da quello stesso isolamento s'intonano i canti delle sirene integraliste, la versione arcaica della sinfonia della merce.

Poi ci sono i sostenitori fuori tempo massimo del terzomondismo per i quali gli immigrati sono il nuovo soggetto rivoluzionario. Costoro chiedono all'immigrato quella rivolta totale che loro stessi sono sempre stati incapaci di praticare. La versione pietistica di questa visione è la "solidarietà" cristiana o laica (non solidarietà nella rivolta, ovviamente, bensì lenimento delle ferite provocate da quest'ordine sociale). I militanti della solidarietà dall'esterno leggono sul viso dell'immigrato la violenza di un sistema che non hanno mai avuto la risolutezza di combattere, e optano per il sorriso della falsa coscienza.

E' ben altra la solidarietà di cui ci sarebbe bisogno, capace di attaccare i responsabili del razzismo (anche di quello non dichiarato, ma praticato) e di vedere nella nostra vita ogni giorno più precaria e artificiale una condizione comune di spossessamento. Purtroppo, la scomparsa dopo gli anni Settanta delle lotte rivoluzionarie (dal Nicaragua all'Italia, dal Portogallo alla Germania, dalla Polonia all'Iran) ha sgretolato la base di una solidarietà concreta fra gli espropriati della Terra. Al contrario, gli Stati dimostrano ormai una solidarietà senza incertezze nel controllo e nella criminalizzazione dei migranti e di tutti i poveri.

Un movimento di lotta degli immigrati in Italia sarà un processo piuttosto lungo (altrove simili esperienze hanno cominciato ad affiorare dopo la seconda generazione). Per essere incisivo, esso dovrà oltrepassare la rivendicazione dei diritti civili o dell'uguaglianza astratta e assumere i contorni di una lotta di classe nel senso più semplice del termine. Consapevole della propria totale deprivazione, della completa esclusione dalla vita, ma anche della forza che ciò comporta. Si scontrerà, come tutti quelli che l'hanno preceduto nel secolo appena concluso, con le difficoltà immense inerenti ad una simile lotta che partendo da nulla vuole ottenere tutto. Noi sfruttati in collera di qui egli immigrati in lotta non possiamo appoggiarci sulla memoria del vecchio movimento operaio, portatore di un progetto di liberazione universale sparito con esso. L'alienazione mercantile e il dominio tecnoburocratico sono penetrati ovunque. Le resistenze sono deboli, avvolte in una precarietà che investe tutti gli ambiti (salari, cultura, rapporti sociali, percezione di sé, eccetera).

Eppure (basta pensare all'esemplare combattività negli anni Settanta dei giovani operai immigrati dal sud al nord Italia) la precarietà stessa può diventare una condizione esplosiva, in quanto potenziale nemica di un ordine incapace di garantire persino il minimo vitale. Al di fuori di questa esplosione generalizzata, la quale distruggerà le proprie catene solo con la soppressione delle classi e l'abbattimento degli Stati, l'umanità precipiterà sempre di più nel nazionalismo e nel razzismo.



CI SONO SEMPRE PIÙ STRANIERI NEL MONDO

Milioni di uomini e donne sono costretti ad errare (ci sono attualmente 150 milioni d'immigrati nel mondo) a causa di guerre, colpi di Stato, disastri ecologici o della semplice produzione industriale (distruzione delle campagne e delle foreste, licenziamenti di massa, eccetera). L'insieme di questi fattori è talmente intricato che ogni distinzione tra "sfollati", "rifugiati', "profughi" o "migranti" rivela soltanto l'ipocrisia assassina degli Stati e delle loro organizzazioni sedicenti umanitarie. Contrariamente a quanto afferma la propaganda mediatica e istituzionale, il fenomeno della migrazione non tocca soltanto il Nord ricco. Attualmente, il continente europeo, ad esempio, è coinvolto solo per il 17 per cento rispetto ai dati complessivi. Il che significa - basta pensare all'Africa e all'Asia - che gli sconvolgimenti provocati dall'economia e dagli Stati sono tali che per un Paese povero ce n'è uno ancora più povero i cui abitanti emigrano alla ricerca disperata di condizioni appena appena meno disastrose. Che tutto ciò sia inseparabile dalla storia vecchia e recente del colonialismo e dei giochi politici delle grandi potenze, è una verità fin troppo evidente. Come esempio, basta pensare al fatto che soltanto in seguito alla prima guerra nei Golfo (1991) ci sono stati 5 milioni di profughi che si sono spostati verso il Mediterraneo.

LA CREAZIONE DEL CLANDESTINO,

LA CREAZIONE DEL NEMICO

Il concetto di immigrazione clandestina è usato apposta per sottolineare l'aspetto volontario del fenomeno (uno emigra per puro piacere, uno potrebbe vivere regolarmente in un Paese, ma non lo fa perché preferisce la paura e il rischio eccetera). In realtà, il "clandestino" è semplicemente un immigrato che non ha i documenti in regola (anche perché, nella maggior parte dei casi, per avere tali documenti dovrebbe fornire garanzie il cui possesso non lo avrebbe reso migrante, ma turista o studente straniero: per essere riconosciuto, insomma, dovrebbe... non esistere). Quale disoccupato italiano, infatti, potrebbe fornire la garanzia di un reddito legale (se lavora, lavora in nero, come più di 5 milioni di suoi connazionali), oppure quella di assunzione da parte di un padrone, o ancora di una casa di 60 metri quadrati per tre persone)? Che li si legga, i vari decreti (di destra come di sinistra) sull'immigrazione, si capirà allora che la clandestinizzazione degli immigrati è un progetto preciso degli Stati. Perché?

Uno straniero irregolare è più ricattabile, disposto ad accattare, sotto la minaccia dell'espulsione, condizioni di lavoro e di esistenza ancora più odiose (precarietà, continui spostamenti, alloggi di fortuna, eccetera); con lo spettro della polizia, i padroni si procurano dei salariati docili, anzi del lavoratori forzati. Anche i partiti della destra più reazionaria e xenofoba sanno benissimo che una chiusura ermetica delle frontiere è, non solo tecnicamente impossibile, ma anche non vantaggiosa. Secondo il rapporto sulla cosiddetta "migrazione di ricambio" delle Nazioni Unite, l'Europa dovrebbe, per mantenere l'attuale "equilibrio fra popolazione attiva e inattiva", "accogliere", di qui al 2025, 159 milioni di lavoratori (di cui 7 milioni in Italia, cioè cinque volte più della quota attualmente stabilita per anno). La Confindustria suggerisce continuamente di raddoppiare le quote fissate finora.

La concessione di permessi annuali, stagionali oppure il loro rifiuto fanno parte della costruzione di una precisa gerarchia sociale fra poveri. Di più, la stessa distinzione fra rimpatrio coatto immediato e espulsione (cioè l'obbligo, per l'immigrato irregolare, di presentarsi entro quindici giorni alle frontiere per essere spedito a casa) permette di scegliere - sulla base di criteri etnici, "razzial" o di accordi economico-politici con i governi da cui l'immigrato proviene - chi clandestinizzare e chi allontanare subito. Le autorità sanno benissimo, infatti, che nessuno si presenterà spontaneamente alle frontiere per farsi espellere; di certo non chi ha speso tutto quello che aveva - e talvolta anche di più - per pagarsi il viaggio di arrivo. Gli imprenditori definiscono le caratteristiche della merce che comprano (l'immigrato è una merce, come noi tutti del resto), lo Stato raccoglie dati, la polizia esegue gli ordini. Ecco il razzismo differenzialista e non dichiarato delle istituzioni democratiche. E allora perché gli allarmi dei politici e dei mass media, i proclami anti-immigrazione? Per creare Nemici immaginari, per spingere sfruttati di qui a scaricare su di un facile capro espiatorio le crescenti tensioni sociali e, allo stesso tempo, per rassicurarli facendo loro ammirare lo spettacolo di poveri ancora più precari e ricattati di loro; per farli sentire, infine, membri di un fantasma chiamato nazione. Non solo. Facendo dell' "illegoralità" - che essi stessi creano - un sinonimo di delinquenza e pericolosità, gli Stati giustificano un controllo sociale e una criminalizzazione dei conflitti di classe sempre più striscianti. Tuonano, a destra come a sinistra, contro il racket che organizza i viaggi dei "clandestini" (descritti dai mass media come un'invasione, un flagello, come l'avanzata di un esercito), quando sono le loro leggi a favorirlo. Tuonano contro la "criminalità organizzata" che sfrutta certi immigrati (fatto parziale ma vero), quando sono loro a fornirle la materia prima disperata e pronta a tutto. Stato e mafie, d'altronde, come dimostra la loro simbiosi storica, sono uniti dallo stesso principio liberale: gli affari sono affari.

Questo ignobile gioco di specchi durerà fino a quando durerà la miseria degli occhi e dei cuori.

I NUOVI LAGER

Definire Lager i "centri di permanenza temporanea" per immigrati in attesa di espulsione - centri introdotti in Italia nel 1998 dal governo di sinistra con la legge Turco-Napolitano - non è un'enfasi retorica come in fondo pensano anche i militanti di sinistra che utilizzano tale formula. Si tratta di una definizione rigorosa. I Lager nazisti sono stati, prima di diventare dei centri di sterminio metodico, dei campi di concentramento in cui venivano rinchiusi individui che la polizia considerava, anche in assenza di condotte penalmente perseguibili, pericolosi per la sicurezza dello Stato. Questa misura preventiva - definita "detenzione protettiva" (Schutzhaft) - consisteva nel togliere tutti i diritti politici e civili ad alcuni cittadini. Fossero profughi, ebrei, zingari, omosessuali o sovversivi, spettava alla polizia, dopo mesi o anni, decidere sul da farsi. I Lager, cioè, non erano prigioni a cui si veniva condannati per qualche reato (nella sua più o meno aberrante definizione totalitaria), né un'estensione del diritto penale. Si trattava di campi in cui la Norma stabiliva la propria eccezione; in breve, una sospensione legale della legalità. Un Lager dunque, non dipende dal numero degli internati né da quello degli assassinii (fra il 1935 e il 1937, prima dell'inizio della deportazione degli ebrei, gli intarnati in Germania erano 7500), bensì dalla sua natura politica e giuridica.

Gli immigrati finiscono oggi nei centri di detenzione indipendentemente da eventuali reati, senza alcun procedimento penale: il loro internamento, disposto dal questore, è una semplice misura di polizia, la cui durata non è sottoposta ad alcun limite. Esattamente come accadeva nel 1940 sotto il regime di Vichi, quando i prefetti potevano rinchiudere gli individui "pericoosi perla difesa nazionale o la sicurezza pubblica" oppure (si badi) "gli stranieri in soprannumero rispetto all'economia nazionale"'. Si può rinviare anche alla detenzione ammistrativa nell'Algeria francese, al Sudafrica dell'apartheid o agli attuali ghetti per i Palestinesi creati dallo Stato di Israele. In tutti questi casi la polizia è legalmente autorizzata a sbarazzarsi di ogni legalità. Certo, questo essa lo fa quotidianamente a tutte le latitudini del mondo, risolvendo certi problemi dello scontro di classe con la tortura o con un colpo di pistola alla nuca. Ma si tratta di situazioni giuridicamente diverse. Non a caso, rispetto alle condizioni infami dei centri per immigrati, i buoni democratici non rivendicano il rispetto di una legge quale che sia, bensì quello dei diritti umani (e al limite delle varie convenzioni internazionali firmate a difesa di questi). I diritti umani sono l'ultima maschera di fronte a donne e uomini a cui non rimane null'altro che la pura appartenenza alla specie umana. Non li si può integrare come cittadini, si fa finta di integrarli come Uomini. Sotto l'uguaglianza astratta dei principi, crescono ovunque le disuguaglianze reali.

Campi (Lager) sono gli stadi in cui vengono affastellati i profughi prima di essere rispediti a casa. Campi sono le "zone di attesa" degli aeroporti in cui sono parcheggiati gli stranieri che fanno domanda per il riconoscimento del loro statuto di rifugiati. Campi, inoltre, sono le bidonville del Sud del mondo e anche certe periferie delle grandi metropoli occidentali.

Oltre le maschere della politica, oltre le rappresentazioni di chi rivendica una nuova cittadinanza e nuove forme di integrazione democratica, rimangono i ghetti della miseria, della disperazione, della rivolta e della morte. Oltre il mondo delle identità poliziesche e mercantili, rimangono - quale immagine rovesciata e veridica di questo mondo - i recinti dove sono internate tante singolarità anonime, povere e fuggiasche; sul loro cancello di entrata, invisibile alle telecamere dei giornalisti, c'è una scritta: "Finché esisteranno il denaro e le carte di identità, non ce ne saranno mai abbastanza per tutti".

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quante cazzate
by quante cazzate Monday, Sep. 26, 2005 at 9:34 PM mail:

quante cazzate
avete una minima idea di come le edizioni mediterranee pubblichino praticamente ogni genere di testo, dalla narrativa alla manualistica?
e perchè non accusare la Rizzoli di neonazismo per aver pubblicato una delle innumerevoli edizioni del Mein Kampf disponibili in commercio?

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CAZZARO SEI TU
by @RDITO DEL POPOLO Tuesday, Sep. 27, 2005 at 11:10 AM mail:

LE EDIZIONI MEDITERRANEE SONO RISAPUTAMENTE LEGATE ALLA DESTRA PIU' ESOTERICA E FILO-ORIENTALE.
LA COLLANA "ORIZZONTI DELLO SPIRITO" DELLE ED.MEDITERRANEE ERA CURATA DALLO STESSO EVOLA QUANDO ERA ANCORA VIVO, ORA SE NE OCCUPA UN GIORNALISTA DEL SECOLO DI ITALIA DE TURRIS E ALTRA GENTE DELLA FONDAZIONE EVOLA.
CONCLUDO DICENDO CHE IO NON SONO PER LA CENSURA: TU PUOI PUBBLICARE DI TUTTO DAL MEIN KAMPF AD EVOLA A FAURISSON MA POI DEVI ASSUMERTI LA RESPONSABILITA' DI QUELLO CHE PUBBLICHI. NON PUOI FARE IL FINTO TONTO COME QUELLI DELLE EDIZIONI MEDITERRANE E ZECCHI CHE SCRIVONO PALLE TIPO :"EVOLA ERA UN FILOSOFO INFLUENZATO DALLA MISTICA ORIENTALE E NON AVEVA NULLA A CHE FARE CON LO STRAGISMO ANNI '70"

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Evola innocente
by sì però Tuesday, Sep. 27, 2005 at 12:04 PM mail:

che Evola non avesse nulla a che fare con lo stragismo anni 70 lo ha stabilito pure un tribunale dopo un processo. Del resto accusare uno perché qualcun altro legge i suoi libri, ci vede chissà che e va a mettere bombe è demenziale persino per un paese come l'Italia degli anni 70.

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EVOLA INNOCENTE COME DELFO ZORZI.......
by fuoco ai tribunali Tuesday, Sep. 27, 2005 at 9:07 PM mail:

abeh sai che affidabilità mi danno i tribunali dei padroni, gli stessi che hanno assolto anche FREDA, VENTURA, PLACANICA ECCCCC....................................

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non e' giusto dire che Zorzi e Evola sono la stessa cosa
by @rdito della verita' Wednesday, Sep. 28, 2005 at 11:54 PM mail:

Evola e' stato sicuramente un teorico importante per l'estrema destra italiana che ha praticamente avuto influenza (attraverso i suoi scritti) su generazioni di fascisti , sia negli anni cinquanta che fino ai giorni nostri. Molti intellettuali si rifiutarono di riconoscergli qualsiasi titolo e riconoscimento quand'era ancora vivo ma , dagli anni ottanta in poi, e' stato rivalutato e molti dei suoi testi non sono affatto etichettabili come scritti politici. Anzi i piu' non lo sono affatto. Non e' un invito a leggere Evola ma direi che c'e' proprio un oceano tra lui e un qualsiasi stragista da due soldi assoldato al Ministero come Delfo Zorzi.

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EVOLA NON SI E' MAI PENTITO
by @RDITO DEL POPOLO Thursday, Sep. 29, 2005 at 1:48 PM mail:

EVOLA NON SI E' MAI ...
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A DIFFERENZA DI ALTRI PENSATORI CONSERVATORI COME SCHMITT E JUNGER CHE HANNO RINNEGATO IL NAZISMO( a volte solo a parole, a volte dichiarandosi antinazisti) EVOLA SEMMAI HA CRITICATO IL FASCISMO DA DESTRA.
IO HO DEI DUBBI SULLO SPESSORE FILOSOFICO DI EVOLA (NELL'AMBITO DEL TRADIZIONALISMO ESOTERICO REAZIONARIO GUENON HA TUTTALTRO SPESSORE). DETTO QUESTO SE QUALCUNO COME CACCIARI RIVALUTA GLI SCRITTI SULL'ARTE DI EVOLA, O VEDE IN LUI UN CRITICO DELLA MODERNITA' DA AFFIANCARE A BEJAMIN NON INVOCO CERTO LA CENSURA. NE HO PROBLEMI CON CHI INVITA A LEGGERE EVOLA.
MI FANNO INCAZZARE INVECE QUELLI CHE CERCANO DI NEGARE IL RAPPORTO TRA EVOLA E LE COMPONENTI PIU' VIOLENTE DEL NEOFASCISMO.
SE A LIVELLO CULTURALE CI PUO' ANCHE ESSERE UN'OCEANO TRA EVOLA E ZORZI, A LIVELLO POLITICO COMBATTEVANO DALLA STESSA PARTE DELLA BARRICATA, QUESTO NON SI PUO' NEGARE.
CHE POI A FOMENTARE LO STRAGISMO E LA VIOLENZA FASCISTA NON CI FU SOLO EVOLA MA ANCHE LO STATO DEMOCRATICO ITALIANO E LA NATO.

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Violenza di Stato e stragi di Stato
by @nti-lope Thursday, Sep. 29, 2005 at 2:42 PM mail:

Hai ragione @rdito del popolo quando scrivi che la maggior parte della violenza politica proveniva dallo Stato (che comunque ha utilizzato i gruppuscoli neofascisti per anni). Io non sono d'accordo soltanto su un punto: Julius Evola era sicuramente il teorico del neofascismo italiano e punto di riferimento di decine, centinaia, di fascisti. Un libro come "Cavalca la tigre" non e' un testo che si puo' definire di religione o filosofia orientale. E' invece una specie di manuale di lotta che, in quel periodo, serviva per dare istruzioni ai camerati. Non e' casuale che Freda ne abbia calcato le orme e abbia scritto il suo "disintegrazione del sistema" seguendo proprio le linee tracciate da Evola. E non e' affatto casuale che oggi su Indy ci sia gente , come Bellucci, che ripropone letture tipo quella del Freda. Insomma c'e' un filo rosso che accomuna i neofascisti (che poi si dichiarino di "sinistra" non e' una novita'). Che ne pensi?

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@nti-lope ti consiglio di leggere la destra e gli altri
by @RDITO DEL POPOLO Thursday, Sep. 29, 2005 at 3:24 PM mail:

COMUNQUE PENSO CHE IL PROBLEMA DI OGGI PIU' CHE L' INFILTRAZIONE( verso cui bisogna vigilare ma senza paranoie) E' CHE I FASCISTI VENGONO SCAVALCATI DAI DEMOCRATICI COME L'ASSESSORE ZECCHI CHE RILEGGE EVOLA E SPENGLER O COME BLAIR CHE ATTUALIZA LE TESI DI SCHMITT SULLO STATO DI ECCEZIONE, O PENSIAMO ANCHE ALLA CREAZIONE DEI CPT DA PARTE DEL CENTRO-SINISTRA.





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1. INTRODUZIONE

Lo scopo iniziale di questo libro era quello di prendere in considerazione una parte ben precisa della Destra radicale, quella che da anni cerca di trovare ascolto presso la Sinistra rivoluzionaria e gli anarchici, di instaurare un dialogo. Non è un mistero per nessuno che ci siano estremisti di destra pronti a correrci incontro, a stringerci la mano. Il nostro intento era dunque quello di affrontare una volta per tutte questo problema anche perché, alla luce dei recenti avvenimenti, l'invito a bere dallo stesso calice in cui si disseta la peste bruna rischia di farsi assillante e, quel che è peggio, di trovare qualcuno disposto ad accettarlo. Poi, mano mano che raccoglievamo materiale e ci riflettevamo sopra, ci siamo accorti di non poterci limitare a seguire quel progetto, di essere costretti ad ampliare la nostra prospettiva. Innanzitutto non è possibile operare una precisa distinzione all'interno della Destra, checché ne dicano gli esperti in materia - che tanto amano sottolineare la «grande eterogeneità» della Destra italiana - e gli estremisti di destra, che ci accuseranno di gretto superficialismo. Di fatto non esiste una Destra che sta in parlamento, istituzionale e integrata; una estrema Destra che ci guarda in cagnesco, truce e squadrista; un'altra ancora che ci strizza l'occhiolino, moderna e possibilista; e tutt'e tre ben definibili ed identificabili. Esiste la Destra e basta. Il fascismo è essenzialmente spiritualismo, attaccamento a valori ritenuti eterni. Quindi, ad una ferrea fedeltà a questi valori accompagna un'assoluta flessibilità di mezzi. Il fascista non dà alcun significato, alcuna importanza allo strumento che adopera, non lo collega in alcun modo ai fini che si prefigge, poiché reputerebbe di insozzare il sacro con il profano. Ecco perché per la Destra a livello operativo tutto è lecito, dalla presenza in parlamento alle stragi sui treni. Perciò è fuori luogo operare dei "distinguo" al suo interno, un passatempo per sociologi, per intellettuali desiderosi di sviscerare bene tutti i particolari della questione per mettersi la coscienza a posto. Del resto per rendersene conto basta pensare a Pino Rauti, che è stato di volta in volta fuori e dentro il partito missino, pro e contro il terrorismo, orgoglioso repubblichino e fautore dello «sfondamento a sinistra»; oppure a Stefano Delle Chiaie, ex sprangatore di comunisti, ex infiltrato ed ora disponibile alleato. I legami, i contatti, gli aiuti, che durante tutto il dopoguerra sono intercorsi fra Destra istituzionale e Destra radicale, e fra le diverse frazioni di quest'ul­tima, dimostrano come non sia affatto sbagliato fare - scusate l'involontario gioco di parole - di tutta l'erba un fascio. Non soltanto non si può criticare una sola parte della Destra, ma è anche impossibile criticare la Destra senza criticare la Sinistra. Giustamente Daniel Guérin asseriva che «il fascismo è il risultato delle carenze del socialismo». Ma, a loro volta, queste carenze sono il risultato della natura del "socialismo".

A proposito di trasformismo

In altre parole, la Destra non è un vampiro maligno che piomba sul collo della Sinistra per succhiarne il sangue attraverso l'imitazione, come piagnucolano in conti­nuazione gli stalinisti. Ne é piuttosto la figlia, che ne beve il latte con avidità perché da questo trae vita. O, meglio ancora, Destra e Sinistra sono come sorelle gemelle che pur avendo caratteri diversi sono legate indissolubilmente, in una sorta di simbiosi. Anche se la Sinistra se ne avrà a male, bisognerà pur dirle certe cose. Da molti anni la Sinistra va denunciando il trasformismo della Destra. Ma strillare indignati non basta. Bisogna anche capire perché la Destra imita la Sinistra e soprattutto come ciò sia possibile. Sul perché, la Sinistra ha dato la sua risposta: al suo interno è abitudine diffusa ritenere che dopo il 1945, cioè dopo la sconfitta storica dell'esperienza fascista, l'isolamen­to che colpiva chiunque si richiamasse a quella stessa esperienza abbia spinto la Destra a cercare la propria sopravvivenza attraverso la "modernizzazione" di tematiche, linguaggi e metodi, in un'operazione che ha preso come esempio l'operato altrui (nella fattispecie dei marxisti). Ma una considerazione del genere trascura per lo meno due cose: la Destra ha sempre impiegato questa tattica, anche prima del 1945, grazie anche all'origine "socialista" del fascismo; anche la Sinistra, quando ha bisogno di ossigeno, ricorre a questo metodo. In una famosa intervista Hitler riconosceva senza peli sulla lingua: «Ho molto appreso dal marxismo e non tento di nasconderlo. Non ho appreso certo dai fastidiosi capitoli sulla teoria delle classi sociali o sul materialismo storico, né da quella cosa assurda che si definisce limite del profitto o altre frottole del genere. Ciò che mi ha interessato e istruito dei marxisti, sono i loro metodi. Ho semplicemente preso sul serio quel che timidamente avevano progettato quelle anime di piccoli bottegai e dattilografi. Tutto il nazionalsocialismo è lì contenuto. Guardateci da vicino: le società operaie di ginnastica, le cellule di fabbrica, i cortei massicci, gli opuscoli di propaganda redatti per essere compresi dalle masse. Tutti questi nuovi mezzi della lotta politica sono stati quasi interamente inventati dai marxisti. Non ho fatto altro che appropriarmene e svilupparli». Come si vede l'infatuazione dei metodi marxisti da parte della Destra è di antica data. E inutile quindi stupirsi se, ad esempio, la destra istituzionale del MSI prende a prestito la denominazione Fronte della Gioventù per la propria organizzazione giovanile dalla corrispondente organizzazione del partito comunista (cambiata poi in FGCI) o se Pino Rauti fonda il gruppo Ordine Nuovo usando il nome del giornale creato da Granisci. Certo è comprensibile che episodi del genere - che come vedremo si diffonderanno a macchia d'olio a partire dal 1969 - irritino a morte la Sinistra. Ma la rabbiosa denuncia degli effetti, ne nasconde opportunamente la causa. E qui torniamo al problema di come sia possibile che la Destra imiti con tale disinvoltura la Sinistra. In un fotomontaggio ad opera del dadaista John Heartfield, si vede il ministro della propaganda nazista Goebbels che maschera Hitler con la barba di Marx. «Trasformismo. - dirà la Sinistra - Trasformismo al servizio di una causa malevola». Ma l'abito non fa il monaco, non a lungo almeno. Hitler travestito da Marx, rimane pur sempre Hitler con una barba posticcia. Se è possibile che qualcuno ci caschi scambiandolo veramente per Marx, evidentemente è perché c'è qualcosa di più di un semplice travestimento. Il trasformismo non è patrimonio esclusivo del pensiero reazionario, ma è una caratteristica della politica, una sua tara indelebile. Chiunque abbia una mentalità politica soffre di trasformismo, che sia fascista, comunista o anarchico (perché purtroppo anche fra gli anarchici ci sono molti politici). Ecco perché chiunque abbia scopi politici tende ad appropriarsi di ciò che ritiene utile ai propri fini, senza pudori di sorta, senza distinzioni di colore. La storia della politica è piena di «compromessi storici», più o meno giustificati. Del resto, se la Destra guarda quasi sempre a sinistra per risolvere i propri guai, la Sinistra guarda quasi sempre agli anarchici. Ad esempio, il concetto di autonomia operaia non è che la versione "corporativa" di quella autonomia proletaria sostenuta dai libertari. E a proposito di questo vocabolo - libertario - coniato dall'anarchico francese Déjacque nel 1858, oggi corre di bocca in bocca fino ad affiorare sulle labbra di cani e porci, indifferentemente. Per non parlare di quella azione diretta, un tempo rivendicata solo dagli anarchici, che oggi tutti "praticano" con ugual fervore. A loro volta, ci sono anarchici che, pur di "contare" qualcosa, pur di non sentirsi esclusi, non temono di prendere in prestito idee e pratiche altrui. Pacifismo, umanitarismo, demo­craticismo, sono ormai pane quotidiano per questi anarchici, pronti a votare nei referendum, a dialogare con partiti come Rifondazione Comunista o la Rete, a sentire le ragioni dei cristiani di sinistra. Lasciamo quindi le accuse di trasformismo a chi ha il coraggio, o la spudoratezza, di lanciare la prima pietra. La Destra può imitare con tanta facilità la Sinistra perché sono sorelle gemelle, figlie della stessa madre: la politica.

Una doverosa distinzione

Prima che qualche lettore maligno ci accusi di mettere sullo stesso piatto della bilancia Destra e Sinistra, in un guazzabuglio che «fa oggettivamente il gioco dei fascisti», chiariamo subito una cosa. Operare una distinzione fra Destra e Sinistra non solo è possibile, ma in un certo senso anche doveroso. Malgrado siano in molti oggi ad usare l'ambiguo slogan «né destra né sinistra», ad incitare al superamento di «vecchi schemi», costoro sembrano dimenticare che abolire le parole non significa abolire le idee che queste rappresentano, né tanto meno appianare i contrasti che vi intercorrono e che sono sostanziali. Essere fratelli, seppur gemelli, non significa essere una unica persona. In fin dei conti, Caino ha ucciso Abele. La Sinistra ha sempre dichiarato di battersi per la libertà e la giustizia. Ma per raggiungere questi scopi di natura sociale, la Sinistra si serve di uno strumento politico: lo Stato. Se le sue ambizioni sono rimaste ampiamente deluse, se non sono mai andate al di là delle buone intenzioni, se la libertà e la giustizia che la Sinistra ha saputo realizzare sono solo una triste parodia di ciò che arde nei nostri cuori, è proprio perché la Sinistra affida allo Stato l'incarico di occuparsene. E se si utilizza uno strumento politico non si possono ottenere che risultati politici, mai sociali. Ma se per la Sinistra lo Stato è un mezzo, per la Destra è un fine. La differenza è fondamentale. I valori spirituali di cui si compone la dottrina fascista hanno una sola concretizzazione storica, che è per l'appunto lo Stato, l'autorità. Se il marxista si identifica con il benessere sociale e si illude di raggiungerlo a colpi di legge, il fascista si identifica direttamente nella Legge e nell'organo che la promuove, fregandosene bellamente delle condizioni sociali in cui si vive. Il fascismo è potere, esercizio del potere. Ecco perché, se noi che siamo nemici di ogni autorità non possiamo escludere, almeno come principio, che la Sinistra nel suo cammino possa incorrere in qualche "incidente di percorso" tale da indurla una volta per tutte ad abbandonare l'utilizzo della logica politica (naturalmente ci riferiamo alla base della Sinistra, alle donne e agli uomini che subiscono lo sfruttamento quotidiano, non certo ai suoi vertici - partiti e sindacati - grandi o piccoli che siano), lo stesso non si può pensare per la Destra. Come insegna la storiella dello scorpione e della rana, non si può pretendere che uno scorpione non morda, poiché mordere è nella sua natura. Allo stesso modo non si può pretendere che la Destra rinunci al potere, poiché è nella sua natura. Ed è proprio per questo che la Destra va soppressa, senza esitazioni, senza tentennamenti. Così, non abbiamo dubbi che la Sinistra sia preferibile alla Destra, ma sappiamo anche che si tratta del male minore.

La nostra lotta

Oggi come sempre è dunque necessario non esitare nel combattere il fascismo. Per farlo è sicuramente utile conoscerne i tratti, le manifestazioni, la strategia che nella sua versione radicale è tutta incentrata sulla sintesi fra Destra e Sinistra. Ma questo non basta. Dobbiamo soprattutto conoscere il nostro progetto, dobbiamo anche sapere i motivi che spingono noi a lottare contro questo mondo. Se non lo facciamo, se non approfondia­mo le ragioni della nostra lotta, se non sondiamo l'abisso che abbiamo dentro, rischiamo di affidare tutto all'ortodossia, all'ideologia. Nel qual caso non potremo più lamentarci se, al primo colpo di vento, ci ritroveremo aggrappati ai nostri nemici. In breve, non basta sapere cosa vuole la Destra, per combatterla. Bisogna anche sapere cosa vogliamo noi. I motivi per cui rifiutiamo il fascismo. I motivi per cui rifiutiamo questo mondo. Per riuscire a comprendere il senso reale - non ideologico - delle posizioni contrapposte. Questo libro - dopo aver toccato diversi argomenti: la funzione dell'immagine del nazismo nella società democratica, una riflessione sulla teoria degli opposti estremismi, la recente questione sulla non esistenza dell'olocausto sollevata dai revisionisti, le ragioni dell'attrazione esercitata dal fascismo su alcuni anarchici - vuole essere un tentativo volto soprattutto in questa direzione.
Antiautoritari anonimi

Estremismi All'Opposto?

È bene tener presente che non siamo i soli a desiderare una rivoluzione che metta fine a questo mondo. A grandi linee - e senza lasciarci intimidire da tabù troppo a lungo rispettati - si può affermare che esistono tre correnti di pensiero la cui teoria è basata su un progetto rivolu­zionario. Una è quella cosiddetta di sinistra, la cui dottrina poggia sul marxismo e sulle sue numerose interpretazioni. Un'altra è quella di destra, gerarchica e antiegualitaria. Infine c'è quella anarchica, che auspica la distru­zione di ogni potere. Ma questa suddivisione estremamente grezza e schematica, benché sostanzialmente precisa, non tiene conto di tutte le numerose sfumature presenti all'interno di ognuno di questi progetti rivoluzionari. Estrapolando alcuni loro particolari, questi possono non differire gli uni dagli altri; ad un esame un po' più approfondito - o forse più superficiale - si scopre che molti elementi che appartengono ad uno di questi progetti, si ritrovano in ciascuno degli altri. Così, ad esempio, la questione dell'individuo è sentita dai fascisti come dagli anarchici, quella della conquista del potere è centrale per marxisti e fascisti, la lotta contro il fascismo ha spesso unito marxisti e anarchici. Inoltre, scendendo nel campo del singolo individuo, capita di vedere dei marxisti più libertari di anarchici, degli estremisti di destra rifiutare energicamente ogni alleanza con il potere, o degli anarchici più reazionari dei reazionari. Ecco come si spiegano la nascita e la diffusione di termini oscuri e poco comprensibili quali «anarchismo di destra», «gramscismo di destra», «nazimaoismo», che mal si adattano a schemi precostituiti. Questa condivisione di tesi, proposte, metodi, e anche di singole persone, fra correnti rivoluzionarie considerate radicalmente opposte, liquidata in passato come frutto di deliri patologici o di "oscure manovre" - sebbene avesse anche altre cause e origini - rischia oggi di assumere proporzioni inquietanti. La teoria degli opposti estremismi che vengono a contatto - perché è di questo che andiamo parlando - ha qui in Italia una storia abbastanza recen­te. Per tutto il dopoguerra la destra eversiva italiana si è limitata ad imitare la sinistra, mantenendo comunque le distanze, in quanto affidava a sogni più o meno golpisti le sue speranze di riscatto. Il 1969 si può considerare in un certo senso l'anno della svolta. L'anno della strage di Piazza Fontana, se da un lato ha segnato l'apice dell'azione dei gruppi estremisti di destra (azioni terroristiche, stretti legami con il mondo delle istituzioni e soprattutto con i vertici militari), dall'altro ha dato inizio anche al declino della loro strategia. Mentre le illusioni sulla possibilità di un colpo di Stato svanivano rapidamen­te, mettendo in crisi l'idillio con le istituzioni, cresceva la forza della sinistra extraparlamentare. Sebbene della teoria degli opposti estremismi si sia iniziato a parlare verso la fine degli anni '60 - con la pubblicazione del libro di Franco Freda "La disintegrazione del sistema" - in realtà non è affatto nuova. Venne già proposta nel lontano 1926 dal profugo russo Eugen Malynski, che considera­va capitalismo e socialismo come «giudeame e plebe», mentre Sinistra e Destra erano per lui sinonimi di «proletariato» e di «aristocrazia feudale»; quest'ultima avrebbe dovuto «guidare la grande crociata degli sfruttati contro il capitalismo» e se un'altra Vandea non aveva avuto luogo, la colpa, naturalmente, era tutta dei «caporioni ebrei... monopolizzatori delle coscien­ze dell'estrema sinistra». Pochi anni dopo idee simili vennero riprese dallo scrittore francese Drieu La Rochelle, sostenitore di un partito che doveva essere nel contempo superamento e sintesi dei movimenti nazionalistici e comunisti. E qualche anno prima che venisse divulgata dal buon Freda, la teoria del contatto fra gli opposti estremismi aveva avuto un esponente di tutto rilievo nel belga Jean Thiriart, fondatore del gruppo Jeune Europe, una specie di partito transnazionale con sezioni e affiliati in mezza Europa che per tutti gli anni '60 sostenne le lotte nazionaliste che scoppiavano nel mondo, dando il suo appoggio alla Cina, a Cuba, ai paesi dell'Est non allineati e a quelli arabi come l'Iraq o l'Egitto. Ritiratosi dalla lotta militante nel 1969, è tornato alla ribalta in seguito alla crisi che sta attraversando la Russia e che ha portato nostalgici dello stalinismo e nazionalisti ad unirsi nel Fronte di Salvezza - con lo scopo di opporsi all'occidentalizzazione voluta da Eltsin - nel tentativo di conquistare il potere, appena perduto dagli uni e da lungo tempo bramato dagli altri (per inciso i modelli dichiarati di Thiriart, morto un anno fa, erano Stalin e Federico II). Proprio al 1969 risale la pubblicazione del testo di Freda, che riprendeva e sviluppava l'ipotesi della costituzione di un fronte unito sulla base dei movimenti emergenti.

«Uniti nella lotta»

Se l'estrema sinistra e l'estrema destra non possono concordare sulle forme, sulle caratteristiche e sui contenuti di una nuova società, devono tuttavia convenire che il momento operativo cruciale del loro progetto rivoluzionario è la distruzione dell'ordine costituito. Nessun programma può venir realizzato, nessun valore può essere imposto senza questo passag­gio, ed è proprio guardando a questa necessità che si fonda l'ipotesi avanzata da qualcuno della creazione di un fronte unico, di un fronte antisistema che unisca tutte le forze antagoniste al «mondo borghese»; un'alleanza fra rivoluzionari che comprenda, al di là delle rispettive idee, tutti coloro che si ritengono nemici dell'ordine esistente e che sono disponibili ad una «lotta comune... nella lotta al sistema per l'eliminazione del sistema». Per venir realizzato un simile accordo necessita però di alcune condizio­ni. Le due parti in causa devono dare prova di buona volontà. Se si vuole davvero giungere ad una effettiva pratica comune, la destra dovrà infatti rinunciare ad ogni tentazione golpista, ad ogni genere di connivenza con le alte sfere del potere. Deve dunque essere anti-istituzionale non solo a parole ma anche di fatto. A sua volta, la sinistra viene sollecitata a rifiutare la dicotomia fascismo/antifascismo, ritenuta l'ostacolo principale posto dalle forze parlamentari borghesi per impedire l'auspicata costituzione di un fronte unito. Naturalmente per la destra è d'obbligo rivendicare l'identità rivoluzionaria del fascismo, quella tradizionalista, anticapitalista e popolare. Ecco perché tutti i nazional-rivoluzionari si dichiarano estranei alla conni­venza con il potere, ripudiano ogni residua teoria golpista, calcano la mano sul rifiuto di qualsiasi forma di ideologia e arrivano perfino a negare ogni organizzazione monolitica e gerarchica (?!), alla quale contrappongono una «strategia dell'arcipelago» che parta dal basso e consenta a ciascun gruppo di operare nel settore che gli è più congeniale, aggregandosi solo sui fatti, sull'azione. Ad una forte ostilità nei confronti di ogni «imperialismo», si accompagna la solidarietà con tutte le nazionalità oppresse (Indiani, Palestinesi, Irlandesi, Baschi, Corsi), la propensione per l'azione spontanea, la critica ai partiti politici e ai sindacati, al denaro e al consumismo. Questi sono a grandi linee i tratti della destra rivoluzionaria, condivisi da tutti i gruppi che si sono succeduti nel corso di questi anni. Ultima innovazio­ne in questo desolante panorama è l'apologia della tecnologia, tema da sempre caro alla destra. La rivista "Orion" ci informa che «la macchina è l'ultima grande risorsa a disposizione dell'umanità, la sola forza in grado oggi di combattere la bestia del degrado che serpeggia nelle maglie del sistema socio-politico-economico mondiale», mentre il gruppo romano Me­ridiano Zero esalta esplicitamente la «tecnoribellione». Proprio come la sini­stra, la destra nutre grandi aspettative dall'uso dei mezzi tecnologici, cui affida il compito di risolvere le "volgari" questioni materiali.

I precedenti

Malgrado nel corso di una intervista Freda abbia sostenuto che il suo testo è stato «preso più sul serio dall'ultrasinistra che dalla destra», i fatti mostrano il contrario. Al netto rifiuto proveniente da sinistra, si è contrappo­sta l'incondizionata accettazione del suo programma da parte dell'intera destra radicale. Dal 1969 in poi, praticamente tutti i gruppi eversivi di destra sosterranno la necessità di «superare i vecchi schemi», riformulando all'infi­nito la teoria degli opposti estremismi. Il primo gruppo italiano ad aver agito in questo senso viene ritenuta l'Organizzazione Lotta di Popolo (la cui sigla, guarda caso, era OLP), sorta negli anni '60 «al di fuori delle vecchie ideologie sempre sterili e frantumatrici dell'unità rivoluzionaria, per partecipare attivamente al tentativo di rompere l'equilibrio che si era ricreato tra potere costituito e falsi antagonismi» e guidata da Serafino De Luia, che in precedenza aveva animato un altro gruppo denominato Movimento Studentesco Operaio d'Avanguardia. Erano i suoi aderenti quei cosiddetti "nazimaoisti" presenti in molte facoltà univer­sitarie romane, che partecipavano alle assemblee gridando slogan come «Hitler e Mao uniti nella lotta» o «Viva la dittatura fascista del proletariato». Alle denunce da parte del movimento, così Lotta di Popolo rispondeva: «È un vecchio gioco del sistema uccidere il discorso politico delle opposizioni extraparlamentari autenticamente rivoluzionarie riesumando l'antitesi fa­scismo-antifascismo. Lotta di Popolo ha ripetutamente denunciato questa manovra della borghesia non intervenendo mai direttamente nello scontro tra opposti estremisti ma ha cercato invece di indirizzare la lotta contro gli strumenti del sistema borghese - polizia, stampa, falsi rivoluzionari - nell'interesse esclusivo della causa rivoluzionaria». I militanti di questo gruppo, discioltosi nel 1973, confluiranno poi nei numerosi rivoli che sgorga­no dal putridume fascista. Il seme era dunque gettato e - ad ulteriore riprova del legame esistente fra destra istituzionale e destra radicale - nel 1975 dall'interno del partito missino usciva un manifesto firmato «MSI per la lotta popolare» in cui si leggevano dichiarazioni «contro destra e sinistra», «contro Usa e Urss», «contro capitalismo e collettivismo». Il gruppo che sosteneva queste posizio­ni diventerà una "fazione" e verrà espulso dal MSI, assumendo il nome di Lotta Popolare. Durerà un anno e vedrà fra i suoi partecipanti Paolo Signorelli, che l'anno successivo seguirà le imprese di Lotta studentesca, organizzazione giovanile abbastanza attiva nel '77. Da questo stesso ambiente proverrà Terza Posizione (le cui prime scritte apparvero a Roma nel settembre del'77) ed il gruppo, con Signorelli sempre in testa, che darà vita a "Costruiamo l'Azione", ennesima pubblicazione che faceva del fronte unito il proprio cavallo di battaglia e di cui uscirono sei numeri fino al 1979. Anche il gruppo che pubblicava questo giornale era variegato, comprendendo sia elementi provenienti dall'estrema destra tradi­zionale come Ordine Nuovo, sia elementi favorevoli al superamento di destra e sinistra. Sul giornale, accanto a stralci presi direttamente dal libro di Freda, si potevano leggere cose di questo tenore: «Contro l'egemonismo, il settarismo, il dogmatismo, per l'unità dell'area rivoluzionaria... Siamo contro tutti i gruppi perché rifiutiamo la logica dei gruppi» o anche «I nemici sono comuni, e stanno tutti ammucchiati insieme, diamo addosso senza quartiere all'im­mondo merdaio». Dello stesso periodo sono le Comunità Organiche di Popolo che scrivevano «Né a destra né a sinistra; definirsi di destra o di sinistra è un modo per dichiararsi cretini». Mentre il Movimento Politico Ordine Nuovo affermava di riconoscere «negli autonomi una potenziale forza antisistema... è opportuno seguire con attenzione il fenomeno, evitare lo scontro diretto, partecipare con sigle differenziate a iniziative comuni». Identico discorso per Terza Posizione, nome che la dice lunga sul programma di questo gruppo: superamento della destra e della sinistra, con un miscuglio di antisionismo e di filocomunismo. Anche all'interno di questo gruppo, sorto con l'avallo di Freda, figuravano elementi provenienti dall'estrema destra più ortodossa come Avanguardia Nazionale. Altra tribuna di quegli anni in cui si sosteneva la teoria degli opposti estremismi era "Quex", rivista di collegamento fra i carcerati fascisti, ideata dall'onnipresente Freda e diretta da Mario Tuti. «Vogliamo... fin da ora precisare che "Quex" si riconosce in grandissima parte nelle posizioni rivoluzionarie espresse da Freda nella Disintegrazione del sistema», si poteva leggere sul secondo numero della rivista, mentre Tuti, nello stesso periodo, scriveva: «i metodi di lotta indicati nel saggio La disintegrazione del sistema hanno avuto finalmente la possibilità di essere posti in atto con esito favore­vole nell'attuale situazione, ben diversa da quella del '68-'69... quando velleità della destra erano ancora di natura più o meno golpista... proprio nella lotta contro il fatiscente e innaturale regime pluto-marxista possono trovarsi accomunati i veri uomini differenziati, indipendentemente dalle etichette», finendo quindi col proporre «ai giovani militanti comunisti o autonomi una tregua se non addirittura una cobelligeranza contro lo stato borghese».

La situazione odierna

Oggi l'eredità di queste esperienze non è andata purtroppo perduta. Nuove formazioni stanno apparendo e nulla fa supporre che si tratti di un fenomeno marginale. A Milano, città prolifica di simili nefandezze, si trova la redazione della rivista "Orion", che non esita a riproporre vecchi cliché: «Se le gabbie ideologiche stanno crollando lasciando libere le idee, vale la pena di tentare di creare nuove sintesi, nuove idee-forza. La rivoluzione fascista rappresentò proprio questo, l'aggregare intorno all'idea nazionale le più disparate tendenze: tradizionalisti come Evola e sindacalisti rivoluzionari, ex socialisti come Mussolini ed intellettuali alla Marinetti. Gente che fino al fascismo aveva ben poco in comune, in qualche caso solo odio reciproco. Questo è qualcosa di più di trasversalismo. Non è un cavallo di troia ideologico, un mascherarsi per poter essere accettati, un cercare l'alleanza con nemici con cui faremmo i conti una volta sconfitto l'avversario comune: vogliamo organizzare l'antagonismo attorno ad un comune sentire, lascian­doci alle spalle i vecchi schemi ideologici». E proprio per «creare nuove sintesi», questa rivista, attiva già dal 1984 e attuale punto di riferimento del movimento nazional-rivoluzionario italiano, pubblica regolarmente materiale della sinistra extraparlamentare o di anar­chici. Basta sfogliarla, ed ecco apparire articoli sull'Intifada, omaggi a Che Guevara, poesie di partigiani e numerose altre chicche. Il tutto in mezzo al solito ciarpame fascista. A editare questa rivista è la Società Editrice Barbarossa (nome preso da Khair ed-din o dal progetto di invasione della Russia ad opera dei nazisti?), che ha un vasto catalogo di letteratura di destra a cui si è aggiunto recentemente un libro intitolato "Da Jeune Europe alle Brigate Rosse. Antiamericanesimo e logica dell'impegno rivoluzionario", curato dal gruppo Nuova Azione (simbolo: gladio e martello) con l'intento di «contribuire così alla costituzione di un Fronte Unito contro il Nuovo Ordine Mondiale». Leggendo questo libro è possibile conoscere l'origine della Jeune Europe, il suo legame con i maoisti, la sua affinità con le Brigate Rosse di Renato Curcio, il cui «itinerario» viene definito «esemplare», nonché le spiegazioni «psico­sociologica» e «politica» dell'incontro fra gli opposti estremismi e altre amenità del genere. Grande è poi l'interesse di "Orion" per l'attuale situazio­ne russa, dove stalinisti e nazionalisti si sono ritrovati insieme nel Fronte di Salvezza Nazionale, la qual cosa fornisce l'occasione a Maurizio Murelli - animatore della rivista nonché ex redattore di "Quex", già detenuto per la morte di un poliziotto avvenuta nell'aprile 1973 a Milano in seguito al lancio di una bomba a mano - di riproporre la solita solfa: «Per gli stalinisti, per i nazionalisti, per gli zaristi, per tutte le espressioni panslaviste e ortodosse, il pericolo è l'Occidente, la sua cultura, la sua economia. Quindi una alleanza operativa è naturale, è logica... Innaturale è invece la rigidità e l'ostilità dei veri comunisti nei confronti della destra che si è allontanata dal MSI ed è tornata alle origini fasciste in senso antiamericano, anticapitalista ... ». Per battersi contro «l'incapacità di azzardare alleanze strategiche fuori dagli schemi ideologizzati, strategie e tattiche che abbiano come scopo quello di fronteggiare il nemico oggettivo» i gruppi che facevano capo a questa rivista, come Nuova Azione e Forza Nuova, si sono sciolti per dare vita assieme ad altri nientemeno che al Movimento Politico Antagonista, che pubblica a Ferrara il giornale "Aurora" e che era presente con alcune liste nelle ultime elezioni. Un analogo tentativo lo si può riscontrare anche nel nuovo giornale, "La Spina nel Fianco", pubblicato a Roma da Maurice Bignami, ex militante di Prima Linea, e da Marcello de Angelis, ex militante di Terza Posizione. Questo foglio è totalmente consacrato all'unione degli opposti estremismi, della cui possibilità vorrebbe essere un esempio, e si autoproclama una tribuna per gli eretici, una tribuna «che a nessuno deve essere consentito chiudere». Vi si possono trovare le idiozie, i luoghi comuni, il marciume ideologico dei cadaveri della politica rivoluzionaria che intendono sopravvivere alla pro­pria decomposizione. Naturalmente salutano con gioia l'esperienza russa del Fronte di Salvezza, quella del Fronte Unitario in Venezuela «che ha portato gruppi radicali di destra e di sinistra a tentare insieme un sollevamento armato», quella della lista elettorale Calabria Libera «in cui sono confluiti ex missini ed ex lottacomunisti», e ancora della Lega Nazional-popolare di Delle Chiaie. Una collocazione a parte occupa invece il Centro di Iniziativa Politica, attivo a Roma e a Brescia, al cui interno militano ex esponenti di Terza Posizione come Enrico Tomaselli e che sul suo giornale "Indipendenza" pubbli­ca materiale tratto da periodici anarchici o dalla sinistra rivoluzionaria. Ciò che rende indubbiamente atipico questo gruppo è il suo identificarsi con la sinistra, laddove la regola ferrea che vige oggi all'interno della destra radicale è quella di dichiararsi «né di destra né di sinistra». Proprio questo aspetto ha fatto sì che in molti abbiano gridato non tanto alla provocazione, quanto all'infiltrazione.

L'infiltrazione

A questo proposito non è inopportuno fare una digressione sulla pratica dell'infiltrazione, che conobbe una certa diffusione nello stesso periodo in cui Freda partoriva le sue tesi. È noto il caso di Mario Merlino, già militante di Avanguardia Nazionale, Giovane Italia e Ordine Nuovo, che nella sua bella carriera prese contatti con gruppi come Avanguardia Proletaria, il Partito Comunista d'Italia, l'Unione dei Comunisti Italiani. La notorietà, purtroppo, Merlino la conquisterà infiltran­dosi nel gruppo anarchico 22 Marzo, i cui componenti, fra cui Valpreda, verranno poi implicati nella strage di Piazza Fontana. Oltre a Merlino, va ricordato Attilio Strippoli che, dopo aver fondato il Gruppo Primavera che veniva definito anarchico, prese contatti con i trotzkisti di Iniziativa Operaia per poi tornare all'ovile della Giovane Italia; e ancora, Domenico Pilloli di Ordine Nuovo e Alfredo Sestili di Avanguardia Nazionale, che riuscirono ad entrare nel Partito Comunista d'Italia marxista-leninista; inoltre Marco Marchetti, sempre di Ordine Nuovo, che partecipò al movimen­to studentesco romano. Non si sa se nel corso di questi anni l'opera di infiltrazione sia continuata. Ma è più probabile che anche questa tattica abbia seguito i cambiamenti generali della strategia della destra radicale. Così, se in questa area abbiamo assistito allo spostamento di interesse dalla sfera della società politica a quella della società civile, nulla fa pensare che lo stesso discorso non sia valso anche per tale attività. I motivi per ritenere plausibile una simile ipotesi ci sono. La già citata rivista "Orion" in un suo recente numero ci fa sapere che, a Parigi, «i militanti di Nouvelle Résistance hanno fallito per poco il progetto di controllo diretto dell'organizzazione ecologista Ecolo-J. Dopo lunghi mesi di infiltrazione nei ranghi dell'organizzazione, in vista del congresso, il proget­to è saltato a causa della sua divulgazione, con tanto di lista nominativa degli "infiltrati", da parte dell'associazione anti-Le Pen Réflexe. Tutti sono stati immediatamente espulsi. Ma ne sono così sicuri gli amici ecologisti?». Del resto, chi scrive queste pagine ricorda bene di aver visto, durante una manifestazione antivivisezionista organizzata dalla LAV, un baldo giovane con il megafono in mano e con la croce celtica al collo, in prima fila a dettare slogan. Evidentemente gli anni passano, ma i metodi restano sempre gli stessi.

2. LA NUOVA DESTRA

Ma Freda e i suoi numerosi seguaci non sono i soli ad avanzare proposte di matrimonio alla sinistra. Oltre al movimento nazional-rivoluzionario, che rappresenta la frazione militante della destra radicale, ci sono altri fascisti che sono pervenuti alle medesime conclusioni: gli intellettuali che fanno parte della corrente conosciuta come Nuova Destra. Rispetto alla cultura liberale e a quella marxista, capaci di dire la loro su ogni aspetto della vita, il pensiero di Destra si era dimostrato fino a qualche tempo fa terribilmente povero. Il fatto che, qui in Italia, questo pensiero si sia modellato attorno ai contributi dati da due soli intellettuali, Gentile prima ed Evola poi, è più che indicativo in proposito. Della necessità di porre rimedio a queste carenze si sono fatti portavoce alcuni intellettuali che hanno dato vita appunto alla Nuova Destra, sorta in Francia sulle ceneri del Maggio ed importata qui in Italia verso il 1977, quando il fermento sociale dell'epoca apriva nuovi spiragli d'azione, nuove possibilità che per venir opportuna­mente colte richiedevano l'abbandono di vecchi schemi e metodologie, a partire dalla presenza all'interno del gioco parlamentare. Così alcuni giovani intellettuali dissidenti del MSI, legati al solito Pino Rauti, sentirono che era giunto «il momento del raccoglimento su se stessi, della rimeditazione del bagaglio culturale, ideologico, politico della Destra classica, della ridefinizione dei contenuti». Già nel 75-'76 si registrarono i primi tentativi concreti di operare una svolta, impostando un nuovo rappor­to con l'esterno attraverso la pubblicazione di alcuni periodici (come "La Voce della Fogna" e "Diorama Letterario") e l'organizzazione di incontri, convegni e feste (come i famosi campi Hobbit). Proprio in questi momenti aggregativi il dibattito all'interno di questa aerea iniziò a spaziare a 360 gradi, toccando argomenti fino a quel momento mai affrontati: la musica, il cinema, il teatro, la letteratura, l'ecologia, l'antropologia, la sociologia, le nuove scienze. Tutto è quindi finalizzato a creare le basi per potersi affermare come fenomeno nuovo, lasciandosi alle spalle una volta per tutte il peso dell'eredità nostalgica del fascismo, sia nella versione istituzionale «politicante» che in quella tradizionalista «incapacitante». Per questa parte della destra radicale non si tratta più di conquistare il parlamento, né di restare fedeli all'ortodos­sia, quanto di superare gli schieramenti e immergersi nella società civile, al fine di misurarsi con la realtà. E il mezzo più idoneo per giungere a questo fine non può essere lo scranno parlamentare e nemmeno la violenza, quanto la cultura. E proprio questo aspetto "culturalista" che ha spinto la Nuova Destra ad autodefinirsi come una forma di «gramscismo di Destra»: il tentativo cioè di raggiungere, attraverso la formazione di una nuova mentalità, una egemonia culturale capace di preparare il terreno ad una futura solida egemonia politica. Il vantaggio degli esponenti della Nuova Destra è stato indubbiamente quello di aver compreso - a differenza degli intellettuali di sinistra - di trovarsi di fronte ad una "svolta epocale", di andar incontro ad un periodo che avrebbe sancito la fine delle vecchie categorie politiche che avevano fino a quel momento retto il mondo. Il crollo del Muro di Berlino - questo evento che è ormai assurto a simbolo della fine del vecchio corso - non ha di certo trovato impreparati gli intellettuali di destra, piuttosto è giunto a conferma di ciò che andavano sostenendo da anni.

Militanza e cultura a confronto nella destra

Non bisogna dare peso più di tanto alle diatribe e agli insulti che queste due aree si sono scambiate reciprocamente, poiché a ben guardare sono divise più che altro dall'astio che in genere intercorre fra militanti e intellet­tuali. Come puntualmente accade in questi casi, da un lato ci sono i nazional­rivoluzionari che si vantano di essere "soldati politici" e custodiscono gelosamente la purezza del Tradizionalismo, pronti ad accusare gli intellet­tuali della Nuova Destra di rinchiudersi nella loro torre d'avorio, di limitarsi a ciarlare; dall'altro lato questi ultimi rispondono per le rime, definendo anacronistiche e massimaliste le posizioni dei nazional-rivoluzionari. Ma di fatto, le affinità fra nazional-rivoluzionari e fautori della Nuova Destra sono evidenti e numerose. Innanzitutto entrambi pongono come punto di partenza la riscoperta dell'anima rivoluzionaria del fascismo, con il conseguente rigetto del MSI e della sua politica istituzionale. Se i nazional-rivoluzionari considerano il MSI un partito reo di castrare i giovani e divenuto corrotto dalla coabitazione col potere, così per la frazione intellettuale della destra radicale il partito missino si è integrato nel regime e la sua politica nostalgica totalmente ancorata al passato lo ha reso del tutto impotente. Prive quindi della zavorra istituziona­le, destra rivoluzionaria e destra culturale hanno potuto iniziare la loro interminabile sfida, inseguendosi a vicenda in un instancabile gioco di mimetismo con la sinistra. Ecco come al «leninismo di destra » degli uni corrisponde il «gramscismo di destra » degli altri. Se sulla pubblicistica dei primi è possibile trovare foto e citazioni di Lenin, Che Guevara o Arafat, su quella dei secondi c'è sempre spazio per Marx, Castoriadis o Clastres. Se gli uni strillano «Né USA né URSS», i secondi ribattono «Né banche né soviet». Se gli uni lanciano appelli alla lotta «contro l'imperialismo», gli altri auspicano «la fantasia al potere». Se gli uni appoggiano le lotte di liberazione nazionale e criticano partiti e sindacati, gli altri si interessano di ecologia, arte e tematiche femminili. Se gli uni disprezzano «il consumismo», gli altri si dichiarano «contro il mercato». Per farla breve, i primi prendono spunto dalla sinistra politico-militante, i secondi da quella cultural-creativa. Ma per entrambi il fine è il medesimo: «utilizzare tutti i mezzi in nostro possesso per seminare nel campo avversario panico e disagio».

3. LA SINISTRA CONTRO LA DESTRA

Ritenere che la Sinistra sia il peggior nemico della Destra è un luogo comune, e come molti luoghi comuni è falso. La sinistra in realtà non compie un'autentica critica nei confronti della destra, non motiva fino in fondo le ragioni del suo dissenso. Ciò avviene anche perché la sinistra si considera infinitamente superiore alla destra, ritiene di superarla sotto tutti gli aspetti e quindi tende a trattarla con sufficienza, non tenendola in grande considerazione. Il risultato è che mentre la destra divora tutto quello che proviene da sinistra, informandosi su tutto, viceversa la sinistra non sa nulla e non vuole saperne di allargare le proprie conoscenze in merito. Nel suo ambiente, anche solo prendere in mano un giornale di destra è tabù, è peccato, è un'azione riprovevole. Ne deriva una profonda ignoranza della sinistra sul conto della destra, sulla sua cultura, sui suoi tratti, sulla sua strategia. E non conoscen­dola, non può nemmeno criticarla adeguatamente. Ecco perché la sua arma preferita nei confronti della destra è la demonizzazione, un'arma che alla lunga risulta spuntata. L'immagine molto diffusa nella sinistra del fascista tutto muscoli e niente cervello, è un esempio della debolezza dell'antifascismo di sinistra. È incon­cludente e stupido fondare una lotta sulla demonizzazione del nemico, inoltre dipingerlo con tinte fosche può diventare un'arma a doppio taglio. Se facciamo intendere che i fascisti sono tutti cretini, rozzi, maleducati, ignoranti e insensibili, probabilmente riusciremo a screditarli scoraggiando possibili connubi; e indubbiamente il comportamento di molti fascisti, come gli skinheads, conferma questa tesi. Ma cosa succederà quando qualcuno capiterà a contatto con alcuni di loro - non importa per quali motivi - e scoprirà che anche i fascisti leggono, sanno parlare come e magari meglio di noi, motivano ampiamente le loro ragioni, hanno numerosi gusti in ambito culturale, e possono essere pure umanamente simpatici? Ecco che allora rimaniamo confusi, i punti fermi che fino a quel momento ci avevano guidato cominciano a vacillare, le certezze che avevamo vengono percepite come vincoli ideologici. E diventiamo meno restii a stringere la mano ai nostri nemici. L'antifascismo della sinistra è debole perché non si basa sul rifiuto di ciò che la destra è, apertamente e concretamente, ma su ciò che si presume sia. Non è un caso se la sinistra ci tiene a rimarcare il trasformismo della destra. Così, davanti a un giornale fascista che pubblica articoli in favore dell'Intifada o che elogia Che Guevara, la sinistra urla alla provocazione, all'infiltrazione. Non che queste accuse non abbiano una loro ragione, perché come abbiamo già detto a livello operativo la destra non si fa scrupoli nel ricorrere alla manipolazione, ma è profondamente idiota fondare su queste la nostra avversione al fascismo. E stupido perché al massimo ci si attacca alla malafede della controparte. In pratica, la sinistra non critica la destra per quello che sostiene ma per come lo sostiene, la accusa di essere in perenne malafede, di avere scopi reconditi, di fare il doppio gioco. Ciò che è pericoloso in un simile ragionamento è che sottende che qualora i fascisti fossero davvero in buona fede, qualora mostrassero di non aver il coltello sempre a portata di mano, allora le cose prenderebbero un'altra piega, allora il fascismo potrebbe non essere una brutta cosa, insomma ci si potrebbe confrontare. Ecco perché noi riteniamo invece che il fascismo vada combattuto per quello che è e per quello che vuole, non per quello che noi, con maggiore o minore ragione, presumiamo sia o voglia.

La paranoia della sinistra

Da parte sua la destra ha mostrato di aver colto perfettamente i limiti dell'ostilità della sinistra e non esita a metterli in mostra. In merito alla mancata unione fra destra e sinistra, Freda ha fornito la sua spiegazione: «Anche quando il militante dell'ultrasinistra condivide la diagnosi del militante della destra radicale, al momento di andare avanti in questa diagnosi, di riflettere sui valori nei quali si converge, al momento di un intervento attivo, l'uomo dell'ultrasinistra si crede posseduto, condizionato, manipolato dal radicale di destra. Così, manifesta paura, circospezione, si sente in colpa. È sufficiente che un vecchio partigiano gli dica: "Noi abbiamo combattuto trent'anni fa contro il nazi-fascismo e tu, giovane intellettuale di sinistra, tu, ci tradisci accettando di unirti a quelli contro i quali abbiamo lottato", perché il giovane di sinistra si ritiri e si crei un alibi di questo genere: "Tu fascista, tu non ti sei accostato a me perché sei animato dalle mie stesse esigenze, da una effettiva volontà di batterti contro un comune nemico, ma per provocarmi"». Queste parole di Freda rimandano direttamente alla critica della «teoria del complotto» formulata dagli intellettuali della Nuova Destra. Alain de Benoist scrive: «Ogni processo alle intenzioni, nel momento in cui diventa sistematico, assume in diversa misura qualche elemento della psicologia cospirazionista. Nell'ambito del discorso o della pratica politica, il processo alle intenzioni consiste in genere nel far dire ad un individuo o ad un gruppo di individui ciò che esso non dice. Il metodo utilizzato si avvale allora del sospetto sistematico e della ricerca "poliziesca" del non detto, ed implica una decodificazione. Di fronte al testo da decodificare, si parte dall'idea che esso dice certe cose ma in realtà vuol dire qualcosa di diverso... Tutte le ipotesi possono essere pertanto prese in considerazione, salvo beninteso quella della sincerità dell'enunciatore, il quale non può che essere un dissimulatore». Freda e de Benoist sostengono la stessa tesi, perché hanno il medesimo problema. Entrambi tentano da anni di intrattenere rapporti con la sinistra, incontrando ostacoli e rifiuti. Entrambi, per spiegare questa situazione, ricorrono alla denuncia della mentalità da cospiratori dei loro critici, accu­sandoli di operare nei loro confronti un processo alle intenzioni. L'accusa che muovono alla sinistra è quindi quella di essere paranoica, di soffrire di un complesso di persecuzione. Ci piacerebbe sorridere delle loro affermazioni, ma purtroppo prese in sé sono vere. È vero che l'antifascismo della sinistra si basa essenzialmente su ragioni paranoiche. Freda ha buon gioco nel tirare in ballo l'attaccamento della sinistra per i partigiani. In questo modo può dimostrare due cose: la prima è che anche la sinistra, come la destra, ha un forte legame affettivo con il passato, con la tradizione; la seconda è che la sinistra è ipocrita. Infatti, se è vero che i partigiani disapproverebbero vivamente un'eventuale unione fra comunisti e fascisti, è altrettanto vero che rimarrebbero disgustati nell'ap­prendere che tanti comunisti si uniscono ai socialdemocratici. Non scordia­mo che moltissimi partigiani non hanno affatto combattuto per ottenere la democrazia. E qui si torna al problema delle alleanze. Perché la sinistra rivoluzionaria non si allea con la destra? Non basta bofonchiare slogan astratti a base di antifascismo per fornire una risposta. In bocca ai marxisti, oggi l'antifascismo è una formula priva di contenuto. Visto e considerato che il gioco delle alleanze è un gioco prettamente politico, che richiede in qualsiasi caso di scendere a dei compromessi, non si capisce perché mai accordarsi con dei rivoluzionari fascisti dovrebbe essere più indegno che reggere la coda a un parlamentare come Dalla Chiesa. Non è forse vero che parte della sinistra rivoluzionaria è pronta a ricorrere ai tribunali pur di far valere le proprie ragioni, a elemosinare il riconoscimento dei suoi misteriosi diritti pur di avere uno spazio da gestire, a votare per dei politici magari per fermare la Lega Lombarda? E non è forse anche questo atteggiamento un compromesso rispetto all'identità rivoluzionaria che affer­ma di possedere? Non si tratta per caso di un calcolo politico? Allora, perché mai scandalizzarsi davanti al progetto della destra radicale che è coerente sotto tutti i punti di vista. Se la sinistra ha già mostrato di chiudere un occhio sui suoi principi, se è già ricorsa ad alleanze ambigue pur di fronteggiare quello che viene considerato il nemico comune, perché non dovrebbe accet­tare gli inviti dei fascisti?

Politica

A questo punto diventa opportuno chiedersi i motivi per cui le proposte di un Freda o di un de Benoist fanno venire il sangue agli occhi ai marxisti. Su cosa basano il proprio rifiuto? In fondo anche loro si battono contro chi detiene il potere e non contro il potere in sé, esattamente come fanno i fascisti. La teoria degli opposti estremismi, delle alleanze fra posizioni opposte, è una teoria beceramente politica. La sua attuazione richiede una mentalità politica, cioè una mentalità abile al calcolo, pronta a sfruttare ogni occasione, disponibile a scendere a compromessi pur di ottenere qualcosa. Il fascismo vuole uno Stato popolare, il marxismo vuole uno Stato proletario. Per quanto diversi questi concetti possano apparire, le vie per un accomodamento ci sono. Non è certo un caso se oggi i fascisti esaltano il Fronte di Salvezza russo, che vede reazionari e stalinisti fianco a fianco. Se i fascisti sono riusciti a superare il disprezzo che nutrono per i materialisti, altrettanto potrebbero fare i marxisti nei confronti di chi si nutre di spiritualità. Tanto più che anche fra i marxisti ci sono stati i teorici di un'unione con la destra. Era Togliatti, che nel suo nefasto "Appello ai fascisti" se la prendeva con «i magnati del capitale che impediscono l'unione del nostro popolo, opponendo fascisti e antifascisti, per sfruttarci tutti con più libertà», a scrivere cose come: «Fascisti della vecchia guardia! Giovani fascisti! I comunisti adottano il programma fascista del 1919, che è un programma di pace, di libertà, di difesa degli interessi dei lavoratori, e vi dicono: Lottiamo insieme per la realizzazione di questo programma... Lavo­ratore fascista, noi ti diamo la mano perché vogliamo costruire con te l'Italia del lavoro e della pace, noi ti diamo la mano perché noi siamo, come te, dei figli del popolo, siamo tuoi fratelli, abbiamo gli stessi interessi e gli stessi nemici». Eppure la sinistra sputa su Freda ma non su Togliatti, al quale al massimo indirizza qualche blanda critica di circostanza. Come se le parole di Togliatti fossero comprensibili o giustificabili, in misura che provenivano da un uomo di sinistra. Per tutti questi motivi, l'antifascismo che la sinistra è sempre pronta a rispolverare non è più assolutamente in grado di fronteggiare il progetto della destra.

4. CRITICA DELL'ANTIFASCISMO

Per lunghi anni i fascisti sono stati considerati alla stregua di "topi di fogna". Questa sbrigativa attitudine ha se non altro il merito di illustrare perfettamente la fragilità che caratterizza l'opposizione contro il fascismo. Trattare i fascisti in tale guisa, se da un lato esclude - per lo meno in linea di massima - ogni contatto con loro, dall'altro fonda questa ostilità su qualcosa di ambiguo, di indefinito, su una semplice sensazione di ribrezzo, insomma su una questione di pelle che genera un'antipatia che ha il fiato corto, proprio come quella che si basa esclusivamente sul ragionamento logico che, prima o poi, con una certa abilità dialettica è sempre possibile scalzare. Ecco perché la cieca demonizzazione del fascismo è stato un madornale errore. Non perché avversare il fascismo per partito preso sia una cosa che indigni il nostro per altro inesistente senso di pluralismo democratico, ma piuttosto perché le conseguenze si sono rivelate nefaste, nonché fallimentari. Quante volte gli antifascisti rasentano il ridicolo, ad esempio quando mostra­no un'istintiva avversione al contatto con le cose della destra per paura di restarne contaminati, un po' come i preti che rifuggono il diavolo tentatore. Il solo risultato di simili atteggiamenti è stato di aver a lungo sottovalutato l'importanza dei temi e delle istanze che la destra sfrutta incessantemente, facendole in definitiva un favore. Ma la colpa maggiore di cui sono responsabili molti nemici del fascismo è quella di aver dato alla loro lotta il valore di una santa crociata, di una battaglia che bisogna vincere con qualsiasi mezzo, costi quel che costi. Cosa tanto più grave se si considera che si tratta della stessa logica utilizzata dai fascisti per avanzare le loro proposte per un fronte unito.

L'ideologia democratica dell'antifascismo

L'antifascismo non si discute. Tutti si proclamano antifascisti: i democri­stiani come i repubblicani, i socialisti come i verdi, i pidiessini come i liberali, gli stalinisti come gli anarchici. Divisi dalle rispettive idee, si ritrovano uniti nell'esecrazione del fascismo, nell'odio verso il nemico. Ecco allora come il rivale storico del fascismo - cioè la democrazia - riesca a fondare la propria legittimità sulla vittoria riportata durante la seconda guerra mondiale. È significativa a questo proposito la reazione che si scatena quando qualcuno, storico o ex partigiano che sia, solleva la questione delle vittime uccise dai partigiani nell'ultimo conflitto. Immancabilmente si alza il coro democratico in difesa del dogma antifascista e si provvede a spegnere ogni polemica. La spada con cui San Giorgio ha ucciso il Drago è sacra ed inviolabile. La Resistenza non può venire sminuita da alcuni "crimini" dovuti all'eccesso di alcuni partigiani. La Resistenza è la culla dell'attuale democrazia. È vero. La Resistenza è la culla di questa repubblica «fondata sul lavoro», cioè di un sistema di dominio basato sullo sfruttamento, sul lavoro, sui dovere, sul denaro, sulla merce, sull'alienazione. In questo senso, hanno ragione gli antifascisti a prendersela con chi pesca nel torbido per attaccare l'avversario politico: costoro sputano nel piatto in cui mangiano. Concretamente, come può una guerra vinta da Stati capitalisti (gli Alleati) avere un risultato diverso dal rafforzamento del Capitale e dello Stato? Il ritorno ad una democrazia parlamentare dopo un periodo di dittatura, come avvenne dopo il 1945, dimostra solo che la forma dittatoriale non è più utile ad integrare le masse nello Stato. Ma non appena sarà di nuovo necessario, la democrazia saprà ritrasformarsi in dittatura. Lo Stato può avere solo una funzione, che può essere esercitata sia democraticamente che in senso totalitario. È chiaro che questa critica non riguarda l'antifascismo istituzionale, il solo ad essere più che legittimato poiché composto da uomini di potere e dai loro servi, ma quello "militante": quello che sbraita nelle piazze - e non in Parlamento - contro la minaccia fascista. Ma contro chi? e soprattutto, in nome di cosa? Il carattere reazionario dell'antifascismo emerge quando spinge a lottare contro il fascismo promuovendo a tutti gli effetti la democrazia. Il suo scopo non è distruggere il capitalismo ma solo costringerlo a rinunciare ad assume­re una forma politica particolarmente brutale - il fascismo - in favore di una forma politica più sopportabile - la democrazia. Lo si ammetta o no, l'antifascismo è diventato la forma necessaria del riformismo, poiché rappre­senta il vero ideale della rivoluzione borghese tradita dal capitale. La demo­crazia è concepita come un elemento di comunismo, un elemento già presen­te nella società. Ecco perché ora si lotta per la democrazia totale. La lotta contro lo Stato e il capitale non è più lotta per il comunismo, per l'anarchia, ma per ottenere sempre maggiori diritti democratici, all'interno del regime capitalista. Con l'aiuto della scappatoia fascista, il gradualismo democratico viene rivitalizzato. Fascismo e antifascismo hanno la medesima origine e lo stesso programma, ma il primo dichiara di andare oltre il capitale e le classi, mentre il secondo cerca di raggiungere il vero regno democratico perfezionabile con l'iniezione di sempre più forti dosi di diritti e doveri. Come a dire: se la dittatura è la tirannia, la democrazia non può che essere la libertà.

Gli antifascisti militanti

Ecco come si spiega che così spesso possa capitare di leggere sui volantini o sulle pubblicazioni del "movimento rivoluzionario", non delle critiche radicali allo Stato, come ci si potrebbe aspettare, ma dei rimproveri rivolti ad una democrazia considerata imperfetta. E la stessa logica che ha portato in passato alla condanna dell'uso della violenza rivoluzionaria nei regimi democratici - «Non siamo mica in Cile» - e che porta oggi a chiedere alle autorità comunali di riconoscere il "diritto" ad uno spazio autogestito. E ad indignarsi quando questo diritto non viene riconosciuto: «Ah, se fossimo in una vera democrazia...». Malgrado la sua natura prettamente democratica, cioè autoritaria, non c'è dunque da stupirsi nel vedere il vocabolo antifascismo vomitato continua­mente dall'estrema sinistra e dagli anarchici. C'è tutta una tradizione di «antifascismo militante», di «Resistenza», di «nuovi partigiani» e di «volanti rosse», che infesta da anni il movimento rivoluzionario, il quale spera di conquistare così "la fiducia delle masse" ponendosi come legittimo erede dei partigiani trionfatori sul mostro nazista. Tuttavia non c'è nulla di più desolante che assistere alla mobilitazione di massa quando viene annunciato, poniamo, un comizio missino in città. Allora si lanciano appelli, si affiggono manifesti, si fanno presidi, si organiz­zano manifestazioni, impiegando la più stantia retorica di cui dispongono i democratici. Se invece a tenere un comizio è un socialista o un democristiano, un repubblicano o una cariatide stalinista, le cose cambiano: non si strilla più, non ci si indigna più, ci si limita a non partecipare. Perché? Forse che la giacca e cravatta del politico democratico sono migliori della camicia nera di Mussolini? I segretari del PDS, della Rete o di RC sono per caso nostri alleati, quantunque «compagni che sbagliano»? Evidentemente lo scopo degli antifascisti non è di protestare contro un comizio politico in quanto tale, ma solo di sabotare una sua manifestazione particolare, senza intaccare le altre. Così i rivoluzionari che si compiacciono di dare prova di estremismo dichia­randosi antifascisti dimostrano solo la loro incapacità di criticare il potere, limitandosi a sostituire questa critica con la denuncia della incapacità di coloro che lo gestiscono oggi e con l'odio per coloro che lo gestivano in passato. Come non bastasse, la rappresentazione del fascismo come il nemico principale da combattere con ogni mezzo, non solo riesce a mistificare la natura della nostra lotta, ma anche i mezzi da impiegare. A un punto tale che si arriva ad esultare per l'approvazione di una legge che sancisce la repres­sione dell'incitamento all'odio di razza. Bravo Stato, finalmente sei come ti vogliamo, democratico e antifascista! Che questa legge legittimi lo Stato, consolidandone il potere, non importa. Che questa legge rappresenti un pericoloso precedente che potrà venire applicato in futuro a chiunque (quando dopo aver represso chi incita all'odio di razza, si punirà chi inciterà all'odio di classe), non importa. Che questa legge sia una legge ed in quanto tale la negazione della libertà, non importa. Basta che sia antifascista! Ma per noi non c'è differenza di sostanza fra potere democratico e potere dittatoriale, entrambi da combattere senza tentennamenti e opportunismi. Sebbene dal punto di vista della repressione quotidiana o delle "libertà fondamentali" sia preferibile, o per meglio dire sia più comodo, vivere in un regime democratico piuttosto che in un regime fascista, cioè venir sfruttati alla svizzera piuttosto che torturati alla cilena, ciò non toglie nulla alla sostanziale identità di queste due forme politiche che rappresentano le due facce della stessa medaglia: quella del dominio. In definitiva il solo effetto dell'antifascismo è di rafforzare l'idea che la lotta che bisogna condurre è quella contro il fascismo in nome della democra­zia, cancellando di fatto ogni prospettiva rivoluzionaria. La sua lotta per uno Stato democratico ha come risultato di consolidare lo Stato, mentre il nostro scopo è di sopprimerlo una volta per tutte.

Una patologia?

Come abbiamo visto, l'antifascismo è sempre stato un dogma all'interno della sinistra. In passato chi osava criticarlo veniva visto come un provoca­tore, un criptofascista, un pazzo. Ora che le grandi certezze sono venute meno, le cose stanno cambiando. L'«antifascismo militante» - quello che vedeva in ogni camicia nera un nemico da abbattere - sta perdendo terreno. Oggi simili discorsi non si fanno quasi più e non fanno presa su nessuno. Oggi il fascista viene conside­rato un "caso umano", un malato. Un bell'esempio di tale atteggiamento ci viene offerto da Franco Berardi, detto Bifo, che ha pubblicato da poco un libro intitolato "Come ti curo il nazi", in cui tratta il fascismo come una patologia da curare con la dolcezza. Se ne parliamo è perché, tralasciando l'idiozia del libro e del suo autore, riteniamo ciò un effetto del modo in cui è stata condotta la lotta contro il fascismo. Come tutti sanno, Bifo militava in Potere Operaio, cioè in una organizzazione molto attiva negli anni '70 che era una delle principali spacciatrici dell'ideologia rivoluzionaria. In altre parole, Bifo è uno di quelli che in altri tempi urlava nelle piazze slogan a favore dell'antifascismo militante, che vedeva in ogni fascista un nemico da sprangare. Poi, dopo aver scoperto che è più lucroso servire il potere vendendo cultura ben confeziona­ta piuttosto che abbandonarsi alla brama di conquistarlo nelle fila degli stalinisti, è passato ad ingrossare quelle del partito del recupero. Da allora il suo problema è stato lo stesso: come fare per smorzare i toni, placare i contrasti e gli antagonismi, buttare acqua sul fuoco, ma in modo da risultare nuovo, moderno, creativo, originale? In poche parole, come fare per essere un bravo servo, un utile idiota al servizio del potere e allo stesso tempo posare da trasgressore dei dogmi, da eterno ribelle? Ebbene, dato che viviamo un periodo in cui il sospetto e l'ostilità circondano tutto ciò che può apparire "ideologico", il nostro bravo Bifo (che fra parentesi ha sponsorizzato a Bologna una rivista della Nuova Destra) ha pensato bene di riformulare in chiave "non ideologica" (leggi: servile e democratica) l'antifascismo tanto caro alla sinistra. L'antifascismo "buono" che viene a sostituire quello "cat­tivo" militante. L'analisi del fascismo fatta da Bifo ricorda quella di Don Ciotti sulla tossicodipendenza: non si deve combattere il fascismo, ma comprenderlo, comprenderlo per curarlo. Il fascista non è un nemico, ma un malato vittima delle circostanze sociali. Così, ad esempio, rompere la testa a un fascista è come picchiare un drogato: un atto autoritario, si potrebbe definire un atto fascista. Il fascista non ha bisogno di sprangate, ma di tenerezza, di amore, per essere aiutato ad uscire dal "tunnel". È notorio che i preti si caratterizzano per la ridicola convinzione che la loro fede rispecchi il verbo, la verità, che sia giusta e infallibile. Come spiegare allora che altri possano non condividerla? Impossibile. Così un tempo chi non si convertiva alla loro religione veniva sterminato in quanto "cane infedele", essere demoniaco e anormale. Oggi le cose sono diverse, viviamo in un'epoca di tolleranza e democrazia, i preti non considerano più chi è diverso da loro come un animale da abbattere, ma come un malato da curare. E con i malati bisogna essere caritatevoli, perché sono incapaci di responsabilità sulle loro azioni in quanto vittime della sfortuna. E Bifo il prete, che oggi si vanta di essere anarchico dall'età di diciotto anni (come si sa, ogni sinistro imbecille che si vuole atteggiare ad eccentrico afferma prima o poi di essere anarchico o libertario: vedi Craxi, Pannella, Santoro, Occhetto, Mick Jagger, Pippo Franco...), naturalmente è favorevole alle cure libertarie, che non si basano sulla forza ma sulla tenerezza, come gli è stato insegnato da un suo amico strizzacervelli, il non compianto Felix Guattari. Sono evidenti i pregi di una simile analisi. Se prima si riduceva la lotta contro il fascismo ad una semplice questione di antifascismo - tentando così di cancellare ogni ipotesi rivoluzionaria

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Il problema resta quello della vigilanza?
by x @rdito del Popolo Thursday, Sep. 29, 2005 at 3:37 PM mail:

La lettura , abbastanza veloce, di quello che hai spedito e' risultata indigesta. Non conosco cosi' bene l'estrema destra ma mi sembra che ci siano molti punti che coincidano con quelli dell'estrema sinistra (la critica al parlamentarismo, alla democrazia partitica, al sistema). Hai scritto che i neofascisti in diversi periodi storici si sono camuffati e hanno iniziato i doppigiochi con il potere e con le opposizioni. Molte delle loro formazioni si sono cosi' lasciate coinvolgere nella strategia della tensione e Piazza Fontana segnerebbe il fallimento del loro progetto di presa autoritaria del potere. I moderni epigoni , alla Saba per intenderci, sognavano forse una specie di colpo di stato oppure si limitavano a compiti di sbirraglia di complemento? Le elaborazioni del Freda sono patrimonio comune di tutto il neofascismo o solo di una parte minoritaria di esso? I rapporti con l'Islam esistono o sono frutto della mente malata di pochi fanatici estremisti? E se e' vero che esiste una specie di rapporto di odio/amore con gli anarchici (i quali respingono, immagino, queste unioni malsane) a che cosa sarebbe dovuto? I fascisti non sono tutti autoritari e militaristi? Non hanno una concezione gerarchica dello Stato? non amano le divise? Non mi pare che ci siano molti margini di dialogo con chi rifiuta tutto quest'ordine in blocco? Come dovremmo comportarci con quelli che ci propongono fronti comuni anti-sistemici?

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RE: L'ASSESORE ZECCHI ED IL SUO AMICO JULIUS EVOLA
by Quando ignoranti si nasce Friday, Sep. 30, 2005 at 12:09 PM mail:

GUARDA GUARDA

L'ennesima dimostrazione di ignoranza... Stefano Zecchi non è stato il Curatore dell'Edizione "Cavalcare la tigre" delle Mediterranee. Ci limitiamo ad aggiungere che il libro di Evola considerato un'ispirazione ed un avallo alla strategia stragista è "Orientamenti: 11 punti".

Ma perché non vi informate prima di parlare?

========MESSAGGIO ORIGINALE========
GUARDA GUARDA

L'ennesima dimostrazione di ipocrisa del Comune di Milano che da una parte denuncia come integralisti i bambini della scuola di via Quaranta e dice che ci vuole l'integrazione e la multiculturalità e dall'altra parte ha come Assessore alla Cultura Stefano Zecchi, noto difensore dei cosidetti Valori Tradizionali, amante di pensatori come Spengler e Cilliegina sulla Torta curatore per le EDIZIONI MEDITERRANEE del libro CAVALCARE LA TIGRE di JULIUS EVOLA.
MI LIMITO AD AGGIUNGERE CHE QUESTO LIBRO E' STATO CONSIDERATO UN'ISPIRAZIONE ED UN AVALLO ALLA STRATEGIA STRAGISTA.

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e tu ignorante lo sei diventato!!!!!!
by ascaso Friday, Sep. 30, 2005 at 1:58 PM mail:

Se Zecchi non è il curatore di "Cavalcare la tigre" come mai ne ha scritto la prefazione, spiegamelo un po'?????
Secondo me l'avallo di Evola alla violenza politica non si limita ad "Orientamenti: 11 punti" ma comprende "Cavalcare la tigre".

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RE: tu ignorante lo sei diventato!!!!!!
by Quando ignoranti si nasce Wednesday, Oct. 05, 2005 at 12:55 PM mail:

A me pare scontata la differenza tra chi cura un'edizione e chi scrive una prefazione... Gianfranco De Turris è il curatore, Stefano Zecchi colui che ha scritto la prefazione.

Ma è così complicato da capire? Mah...

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Ignoranza
by Willy Sunday, Aug. 13, 2006 at 10:05 PM mail:

Tu sei un ignorante.Conosci Evola ? Se non lo conosci leggi il libro "Rivolta contro il mondo moderno" primo
libro No Global(e del 1934 !)dove fu il primo a denunciare la minaccia dello stle di vita made in usa.
Cavalcare la tigre(che
conosco bene) e' un libro sulle correnti filosofiche quali nichlismo , esistenzialismo etc..
Come puo' aver generato le stragi anni 70.Quando l'ignoranza e' cronica .

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........
by Alberto Magno Sunday, Aug. 13, 2006 at 10:12 PM mail:

Evola era una cacchetta nazista antisemita ispiratore delle stragi naziste al soldo della Cia compiuta dai suoi delinquenti in camicia nera.
è un delinquente assassino, genocida e stragista, e ciò che scrive ha lo stesso spessore culturale di una bruschetta all'aglio e merda, e solo i nazi la leggono(ppe forza)
al rogo

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destra italiana,cultura zero
by destra e cultura in italia? Sunday, Aug. 13, 2006 at 10:28 PM mail:

ma scherziamo?la destra con la cultura in italia c'entra come i cavoli a merenda.
A parte Pound,che non era italiano(e che comunque come tutti quelli di destra appena si affaccia alla politica dice solo cagate,come heidegger)in Italia solo Gentile ha qualche dignità culturale,anche se era un povero arretrato.Tutto il resto è cacca,evola compreso.

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Cacchete
by Willy Monday, Aug. 14, 2006 at 2:06 AM mail:

Cacchete siete voi e Che Guevara
Intanto E Pound (chiuso in manicomio dagli americani per tradimento) scrisse le sue poesie "Cantos" schierandosi contro il potere delle banche e dell'usocrazia capitalista , tanto che Pier Paolo Pasolini n un dibattito
in televisione a faccia a faccia con Pound si dichiaro' suo grande ammiratore.
Martin Heidegger contribui non poco alla costituzione dell'Universita' tedesca del dopoguerra , in "Essere e Tempo" delinia la perdita dell'essere nel mondo di oggi a
cauda della civita tecnologica e del conformismo delle masse.
Il tanto denigrato Evola(mori' nel 74 , dopo poche delle stragi degli ani di piombo) era ridotto dopo il 1945
completamente paralizzato su una sedia a rotelle ...
Come poteva essere l'autore di quelle stragi in maniera diretta?
Perche' luridi subumani froci comunisti del ka non vedete i vostri scheletri nell'armadio : Brigate Rosse , Prima linea , l'attentato Bertoli , Av proletara , Feltrinelli etc...Siete cosi ignoranti ! Farevi una cultura(che non avete) senza paraocci e stereotipi.

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ahahahah
by bella questa!! Monday, Aug. 14, 2006 at 2:12 AM mail:

"Martin Heidegger contribui non poco alla costituzione dell'Universita' tedesca del dopoguerra " ma se per punirlo dell'adesione al nazismo dopo la guerra gli alleati e i tedeschi gli vietarono l'insegnamento universitario e perfino la biblioteca!!...ahahahah

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Evola
by Rod Monday, Aug. 14, 2006 at 10:00 AM mail:

Evola è stato il più grande pensatore del Novecento.

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Informati
by Willy Monday, Aug. 14, 2006 at 11:59 AM mail:

Su Heidegger ti consiglio di vedere "l'autoaffermazione dell'universita' tedesca" per constatare di persona ed
ebbe fra i suoi allievi Herbert Marcuse , che giustifico
l'adesione al nazismo da parte del suo maestro dicendo
"dal Nazismo si era aspettato un rinnovamento spirituale
di tutti gli aspetti della vita , una riconciliazione dei
contrasti sociali , e una difesa del modus vivendi occidentale di fronte al pericolo del comunismo. Vedi un po
Ti ricordo che oltre a Heidegger , Ernest Jungher , Spengler , Schmitt anche Carl Gustav Yung , che volle aria
nizzare la psicoanalisi per "deebraizzarla" dal suo maestro
ebreo Sigmund Freud .

A die mon Kamerad !

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ahah
by ak Monday, Aug. 14, 2006 at 2:39 PM mail:

willy, la grammatica e le lingue le conosci parecchio,ahahah

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Il riso abbonda sulla bocca degli stupidi
by Willy Monday, Aug. 14, 2006 at 3:12 PM mail:

Il riso abbanda sulla bocca degli stupidi .

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Il riso abbonda sulla bocca degli stupidi
by Willy Monday, Aug. 14, 2006 at 3:13 PM mail:

Il riso abbonda sulla bocca degli stupidi .

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Heidegger;luci (poche) e ombre (molte)
by Tiresia Monday, Aug. 14, 2006 at 3:41 PM mail:

M'inserisco nel dibattito per qualche rilievo su Heidegger(di Evola "grande pensatore",lasciamo perdere).
Ho letto l"Autoaffermazione dell'università tedesca" e molto altro di Heidegger e su Heidegger,di cui sono un discreto conoscitore(in lingua italiana,il tedesco mi annoia).
Siccome sono stati scritti fiumi di libri sui temi attinenti,mi limiterò a qualche sporadica osservazione.

1)Politicamente,Heidegger era un grande conservatore.Nell'"autoaffermazione",in un clima europeo infervorato dalla rivoluzione socialista,dall'emancipazione fra i sessi,i popoli,le culture,ecc.lui si spese dalla parte catto-nazista-medievale del peggio della Germania di allora.Era un bell'ambientino fatto di formalismo,frustate ai figli disobbedienti,egemonia di una chiesa retriva e antisemita,idiotismo retorico della terra e del legame col suolo,ecc.
Heidegger trattava di semplicità,capanne,alpeggi,ritorno all'essere e spiritualità varia in un periodo di forte cambiamento sociale voluto dal Capitale che stava trasformando l'immobile mondo contadino in braccia per le fabbriche e i paesini in serbatoi per l'emigrazione nelle città.
Era un epoca che finiva,un mondo che si stava sconvolgendo.
E Heidegger,in questi processi,scelse la via reazionaria del cercare di fermare e contestare quei processi incolpandone la "cultura",la tecnica,ecc.,la via tipica delle destre.
In effetti,la critica alla tecnica di Heidegger,a parte lo spiritualismo ermetico che le è proprio,non ha nessun fascino e nessuna originalità.
La copiava,paro paro,da Spengler ("Il tramonto dell'Occidente")e da autori precedenti,certo meglio condita per chi ,come le destre reazionarie,ama giustificare la decadenza con qualche spirito esterno maligno che influenza le buone radici che andrebbero recuperate,ma non pensa invece ai soldi che fanno i loro connazionali e vicini di prato.Anche se sono soprattutto questi ultimi i veri motivi di sconvolgimento sociale.
Per la verità,se proprio vogliamo risalire un pò più indietro,Heidegger ha pure scopiazzato qua e là da Marx.
Su questo tema,per l'esattezza, c'è un passaggio nella celebrata "Essenza della tecnica" di Heidegger,sull'agricoltura che non è più quella dei nonni,ecc.che riprende un simile passaggio di Marx di circa cent'anni prima.Siamo al limite del plagio,non fosse che Marx già cent'anni prima era molto più "avanti" di Heidegger poichè imputava giustamente gli sconvolgimenti dei territori,delle usanze,ecc.alle nuove esigenze dei capitali produttivi,mentre il destro heidegger ,cent'anni dopo,stava ancora lì a dare la colpa della fine dell'amato mondo contadino al modo dell'essere di disvelarsi all'uomo nella tecnica ecc.
Sono differenze teoretiche fondamentali.

2)Heidegger è stato RETTORE NAZISTA dell'Università di Friburgo.Certo,era il 33',hitler non aveva ancora combinato certi massacri e compagnia bella,ma la stoffa dell'imbianchino pazzo si annusava già.
è anche vero che Heidegger vi era in virtu della sua appartenenza all'ala più "filosofica" e "culturale" e meno "squadraccia"del Nazismo(le SA,quelle poi fatte fuori nella notte dei lunghi coltelli)ma già si erano attuate misure antisemite di limitazione al lavoro e allo studio per chi era ebreo.
Poco prima che fosse nominato rettore era stata abrogata ogni garanzia costituzionale.Nell'anno in cui fu rettore promosse parecchio autori ,associazioni e culti antisemiti,retoriche sui militari,sulla patria,incoraggiò i roghi di libri, e progressismi del genere continuando.
Si dimise relativamente presto,nel 34',forse un pò risvegliato da ciò che il regime stava diventando,ma pagò regolarmente la tessera del partito fino al 45'.

3)Una piccola luce consiste nel fatto che Heidegger non fu mai un razzista biologico.In quel periodo vinsero le correnti del razzismo biologico peggiore,cioè di quello che sosteneva che le differenze fra i popoli venivano dai geni e dal sangue balordo .Heidegger,seppur moderatamente,avversò queste correnti.In quel periodo,tutto sommato,ciò può costituire una piccola luce fra tante ombre.Anche il fatto che non fu mai compromesso ad alti livelli esecutivi nel regime(ma collaborò col ministero per lavorare sull'università).
Vabbè,basta parlare di Heidegger.

Se qualcuno è interessato ad approfondire questi temi inquadrandoli nella storia del periodo,lascio qualche titolo:
Victor Farias"Heidegger e il nazismo"
Domenico Losurdo"La comunità la morte l'occidente"
,entrambi bollati-boringhieri (storici,ben fatti).

T.W.Adorno"Il gergo dell'autenticità" (più sociofilosofico,prezioso).

Ciao
Tiresia

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Conosci poco Heidegger
by Willy Monday, Aug. 14, 2006 at 6:05 PM mail:

Sbagli a dire che Heidegger plagio' Spengler.Con Spengler
(Il tramonto dell'Occidente) si ha una visione ciclico
biologica del ciclo della decadenza caratterizzato dall'
avvento della macchina (che definisce demoniaca) e del
e capitalismo (ricordi le ultime pagine fra sul conflitto
del sangue contro l'oro) e del socialismo. Poi Spengler
divenne ancora piu' antimodernista con l'opera "L'uomo e
la macchina" .
Mentre Heidegger in "Essere e tempo" delinea le condizioni
intorno al concetto di "Essere" in relazione al tempo in
base quale la civilta' tecnologica dissolve l'essere perche
lo abbandona da ogni concezione metafisica .
Per non parlare di "Rivolta contro il mondo moderno" del 1934 . Riprendendo il concetto induista di Kali Yuga(era
di Kali'dea della distruzione)puo' avvicinarlo ai cultori della New Age . Se consideriamo la fine dell'opera con il
capitolo profetico "Americanismo e Bolscevismo" nel quale
condanna l'avvento dello stile di vita americano nemico
della persona umana non meno comformistico , omologante e
collettivo , standard di quello sovietico indicando quella
americana come civilta' negativa per eccellenza .
Gli intellettuali della "Konservative revolution " sono èiu' attuali che mai in chiave No Global

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precisazioni su Heidegger e Spengler
by Tiresia Monday, Aug. 14, 2006 at 6:48 PM mail:

Caro Willy,
non ho scritto che fotocopiò il libro,si capisce.Ed è anche vero che Heidegger trovò vie e modi suoi,ma per dire LE STESSE COSE DI SPENGLER.
Che poi si passi dal ciclo della vita o dall'essere,è una differenza che ti fanno credere sia importante.
Non è che son poco avveduto nel linguaggio,è che sono essenzialista,più di Heidegger.
E l'essenza delle cose sta così.
L'essenza,saprai,è quel poco che sedimenta e conta delle cose.
E in questo senso intendevo il "copiato paro paro",non nel linguaggio e neppure nell'articolazione fine dell'argomentare,nel modo di classificare e di sistemare teoreticamente.
Ma negli esiti.

Su heidegger,poi,confermi ciò che ho detto,grazie.
L'analisi su americanismo e il sovietismo sono stati ripresi e scopiazzati,anche se leggermente modificati in stile Heideggeriano,in "Die zeit des weldbildes"(l'epoca dell'immagine del mondo,conferenza del 38',4 anni dopo) dove comunque la forte "ispirazione" spengleriana è presente.
Essere e tempo,poi (certamente gran libro,forse l'unico di heidegger che meriti,a parte qualche altro saggetto),fu ispiratissimo dal suo maestro Husserl e dalle sue ricerche che mostrò in anteprima ad Heidegger.
Guarda che ancora lo studio di Heidegger scopiazzatore di idee altrui deve arrivare,ma quando arriverà se ne sentiranno delle belle.
Ciao
Tiresia
PS;sul sangue e l'oro..sai cosa devo risponderti da materialista,èh?e piantatela con sti esoterismi da due lire,l'oro non è niente in sè,molla le categorie veterotestamentarie!
Sono i soldi che ci si fanno con l'oro quando lo si vende che contano.Mai sentito parlare di"classe borghese"?beh,leggiti anche qualcosa di Marx,va..

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Marx....
by Willy Monday, Aug. 14, 2006 at 9:54 PM mail:

Caro Tiresia , di Marx ho letto qualche riga di "La questione ebraica " e mi stupisco di come un ebreo
figlio di rabbino possa condannare la sua stirpe :
"Qual e' il principio mondano dell'ebraismo ? L'esi
genza pratica , il proprio vantaggio . Qual e' il suo
Dio terrestre ? il Denaro.Il cambio e' il vero Dio degli
ebrei etc..." sono parole che piu' tardi pronuncera' il
Fuhrer .Per "l sangue contro l'oro " mi riferisco alla lotta degli ideali puri , nazionali ed identitari contro
la potenza del denaro , della macchina del materialismo.
Come credo Spengler.
Ti riconsiglio la lettura di "L'uomo e la macchina"

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Scusa
by Willy Monday, Aug. 14, 2006 at 10:16 PM mail:

Scusa , quando prima introdussi il tema "Americanismo e bolscevismo" non mi riferivo a Heidegger ma a "Rivolta
contro il mondo moderno" del Barone Julius Evola . E il
suo"esoterismo"e tutt'altro da due soldi...
Ciao.

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oni oni
by infoibatore Monday, Aug. 14, 2006 at 10:34 PM mail:

infatti è da un soldo

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Ma sta zitto
by Willy Monday, Aug. 14, 2006 at 11:23 PM mail:

Ma ke kazzo ne capisci tu di esoterismo?

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più
by infoib Monday, Aug. 14, 2006 at 11:36 PM mail:

più di te sicuramente.

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Ma va la!
by Willy Tuesday, Aug. 15, 2006 at 2:29 AM mail:

Ma va la'.Ipocrita! Julius Evola fu' uno dei maggiori pensatori che hanno scritto opere di carattere magico-
esoterico come "Tao Te' Ching" , "lo Yoga della potenza" ,
"Maschera e volto dello spiritualismo contemporaneo" e
"Introduzione alla magia" Questo lo sapevi buffone?
Per non parlare del suo maestro gnostico Rene Guenon
(Introduzione generale allo studio delle dottrine indu')
e "Il re del mondo" che ispiro' Franco Battiato in una
canzone.Perche' metti il tuo brutto muso sotto la terra(in una foiba) come gli struzzi per la tua arrogante ignoranza?

Vade retro

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.......
by infoibatore Tuesday, Aug. 15, 2006 at 1:28 PM mail:

non mettere assieme la merda con l'oro, Guénon è importante, Evola una sega, basta.

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