Torino nel bel mezzo della bufera sociale, tra processi di trasformazione e conflitti irrisolti
Torino è al centro di numerosi conflitti sociali che si stanno inasprendo nell'ultimo periodo. La contestazione al TAV in val di Susa, le rivolte degli immigrati e il dramma dei CPT, lo scempio ambientale delle Olimpiadi Invernali solo per citare i più famosi. In tutti questi momenti di rottura il movimento antagonista è presente nelle sue forme e pratiche più diverse e questo è scomodo per chi ha deciso di ridisegnare la città a sua immagine e somiglianza lasciando fuori sempre più ampie fette di sfruttati. Non dobbiamo infatti perdere di vista il fatto che tutti i progetti sopra elencati si sommano ad altri (costruzione della metropolitana e del passante ferroviario, ristrutturazione degli stadi, costruzione di nuovi quartieri...) in un unico grande piano che mira a superare l'assunto di "Torino = città-fabbrica di Agnelli". Questo non è altro che il frutto del passaggio di consegne da un metodo di produzione (e quindi di sfruttamento) ad un altro. Su di noi stanno provando a costruire una società-carcere che sostituisca quella oramai obsoleta società-fabbrica non più in linea con i processi di produzione moderni. E siccome la società viene piegata a forza dal metodo di produzione, così vengono investiti tutti gli aspetti materiali nell’operazione, da quelli più visibili come l’urbanistica a quelli più sottili come gli stessi rapporti tra le persone. Torino rientra come tutte le altre città in questo immenso processo ma, probabilmente, con la discriminante di un passato tutto teso alla produzione industriale che ne ha ipotecato irrimediabilmente il presente. Sì, perché Torino era una città che orbitava intorno alla FIAT (basti considerare il numero di occupati e le dimensioni dell’indotto), città che si trova oramai orfana del suo polo produttivo principe visto che quest’ultimo, che da tempo ha compreso i processi in atto, ha spostato il suo baricentro verso altri lidi come la speculazione finanziaria, diminuendo gradatamente l’ossigeno al ramo secco della produzione automobilistica. Torino si trova oggi a vivere un’emergenza che sfocia in contraddizioni sempre più accese. La ricetta a questo problema non si è fatta sentire: adattare la città ai nuovi processi e rafforzare il controllo. Questi due elementi vanno necessariamente a braccetto visto che l’adeguamento che si sta delineando all’orizzonte taglia fuori parecchio “materiale umano” di scarto che ne rende indispensabile il monitoraggio e la repressione onde evitare che rovini i nuovi equilibri. Ovviamente gli esclusi non sono tutti uguali e questa frammentazione la paghiamo in termini di conflittualità ridotta in quanto non si riesce a trovare un bandolo della matassa per l’unificazione delle lotte, che risultano spesso e volentieri parziali quando non proprio corporative. In fondo questa segmentazione è il frutto di anni di lavoro da parte di chi ha in mano la produzione (e quindi governa realmente) e che ha investito moltissimo nella destrutturazione delle fabbriche, nella creazione di quartieri dormitorio e di ghetti per immigrati e così via. Dicevamo, gli esclusi non sono tutti uguali e per ognuno c’è un posto e un destino, l’importante che non disturbi. Ai disoccupati e i cassaintegrati è riservato un futuro di incertezze e di rocambolesche avventure per poter arrivare a fine mese, per i precari c’è la sicurezza che uno su tre rimarrà in quella situazione per il resto delle vita; per gli immigrati è serbato un trattamento di favore: o rimanere nel limbo della microcriminalità e del lavoro sommerso o essere espulsi senza tanti complimenti oppure, infine, essere tra i fortunati vincitori di un bel colpo di pistola “accidentale” o di un volo dai piani da qualche mansarda sovraffollata. Per ognuno di noi è pronto un destino in questa città, come d’altronde per la città stessa brilla una stella nefasta che i potenti ripetono ossessivamente sia invece foriera di buoni propositi. Torino deve diventare una città post-industriale, anche se il suo ruolo produttivo (che poi è il nocciolo del problema) non è ancora dato sapersi quale sarà. Restano così, una serie di iniziative parziali come le Olimpiadi che intanto sperimentano scenari futuri sulla nostra pelle. La città olimpica, come la vorrebbero loro, è una città carcere per tutti quanti, estensione di un’istituzione repressiva che ha oramai ampiamente valicato i suoi confini tradizionali. Un mondo sotto sorveglianza nei punti strategici come il quartiere finanziario o il centro, oppure lasciato alla miseria dei rapporti umani sempre più sterili e minimali nei quartieri di nuova generazione dove tutto è “all inclusive” e la vita è gestita passo passo dai ritmi scanditi dall’orario dell’ufficio e del centro commerciale. Qualcuno ha detto che il centro sarà il salotto della città, dove i potenti potranno portare i loro ospiti e stupirli con la sua bellezza. Secondo noi la realtà è molto più triste: il centro, fotocopia di altri mille uguali riprodotti serialmente per il mercato, non è un salotto per i potenti ma al limite l’ufficio del direttore del carcere. Sì perché in un salotto, bene o male, c’è vita: si parla, si discute, ci si relaziona insomma. In un’enorme vetrina sterile, invece, il cellophane dei prodotti occlude tutto e non lascia spazi di umanità. Un mercato è vivo, un quartiere popolare è vivo, il centro, al pari di un enorme centro commerciale “open space”, è solo una stanza dove transitare e consumare merci. In una logica carceraria il centro diviene quindi un posto un po’ più curato del resto, ma dove l’idea dominante è sempre la stessa, sì perché anche i potenti sono investiti dal meccanismo di disintegrazione dei rapporti umani, meccanismo mitigato per loro da una marea di prodotti surrogato disponibili. E se i potenti vanno a trovare i loro colleghi carcerieri nei loro uffici, tutti gli altri non possono fare altro che subire quel senso di soggezione che si ha quando si entra nella stanza del capo oppure quella rabbia incontrollata che li spinge a sfasciar tutto.
Oltre al centro ci sono altri progetti in ballo che ridisegnano la struttura della società in funzione dei nuovi processi di produzione. Il TAV è necessario per trasferire le merci ad alta velocità sia dal luogo di produzione finale a quello di consumo che dai vari “meta-luoghi” di produzione. Se la fabbrica come spazio fisico totalizzante della produzione è stato smantellato e decentrato, la sua delocalizzazione impone nuove regole di trasporto da un punto di produzione parziale ad un altro. Di seguito al TAV è importante ridefinire tutto l’assetto ferroviario cittadino dividendo Torino lungo i due assi potanti est-ovest e nord-sud. Il passante ferroviario agisce sul primo, le nuove linee di metro leggera sul secondo, mentre la metropolitana li abbraccia in parte entrambi. I nuovi quartieri non sfuggono a quanto detto quindi, utilizzando il sistema oramai rodato di convertire ex aree industriali in zone residenziali, i nostri affidabili architetti progettano quartieri middle-class che paiono un misto tra un villaggio turistico e un penitenziario. Il parametro che sta alla base della trasformazione è quello di sfruttare al massimo l’edificabilità delle aree che risultano quindi spremute fino all’ultimo pur di tirar fuori un appartamento o una villetta in più. Tutto il resto è minimale: cassonetti insufficienti, spazio per i servizi insufficiente, aree verdi plasticose in quantità ridotta, d’altronde tutti questi non sono altro che accessori di una comoda vita a cavallo tra le mura domestiche e il luogo di lavoro.
Quanto detto è quello che ci aspetta a breve termine perché oramai siamo al punto di non ritorno. Il TAV non può più essere rimandato e, anzi, già premono da più parti ansiosi di trarne profitto. I CPT sono arrivati al limite della sopportabilità per gli immigrati dentro e per quelli in perenne fuga. La speculazione del e sul Torino Calcio è arrivata al capolinea e rischia di trasformare la città in una polveriera. Ad essa si somma, in una catena infernale, uno stadio che rischia di non essere costruito ed un altro che potrebbe non venire più restaurato. Questo preoccupa i potenti visto che il Delle Alpi dovrebbe aprire e chiudere i cerimoniali olimpici del 2006 e se non gli si rifà il trucco in tempo qualcuno dovrà tirare fuori molti soldi che probabilmente manco ha. Poi anche le Olimpiadi sono alle porte e, visto che il test non può fallire, è meglio che gli irriducibili si mettano l’animo in pace. Purtroppo però, come sempre accade, se uno tiene particolarmente ad una cosa, questa facilmente può diventare oggetto di minacce. E quindi, agli irriducibili del no al progetto olimpico si accodano i lavoratori incazzati, gli ambientalisti e anche gli ultras granata. Per tutti quanti la ricetta è invariata: repressione. E la repressione arriva, puntuale come l’orologio del padrone e multicolore come la spettro politico di chi la applica. In questa ottica che va inserita l’ennesima pantomima del Pubblico Ministero Tatangelo che si preoccupa di schiacciare l’opposizione sociale a tutto campo. Un esubero giuridico che si nutre della speranza di distogliere lo sguardo dei compagni degli arrestati dai conflitti in atto, per permettere, se ce ne fosse ancora bisogno di ripeterlo, che il processo di restauro faccia il suo corso senza troppe storie. Ed è per questo che portare avanti le lotte senza farsi soggiogare da una logica emergenziale sempre fallimentare è sicuramente un buon modo di mostrare solidarietà attiva verso chi è sequestrato dallo stato. Insomma, il cuore verso i compagni e gli amici dentro e il cervello per i compiti che abbiamo noi fuori. Sbirri e fascisti ci possono rallentare, ma noi dobbiamo andare avanti lo stesso. Con questo non si vuole certo dimenticare chi è vittima della repressione, ma solo spronare tutti quanti a non farsi intimidire da chi ha fatto dell’intimidazione uno stile di vita. Solidarietà agli antifà e a tutti i detenuti
|