Comunicato dall'università
COMUNICATO SUI FATTI DELL’11 GIUGNO E NON SOLO
Prendiamo parola circa gli avvenimenti che hanno caratterizzato le vicende politiche napoletane di questa settimana con volontario ritardo. La nostra iniziale intenzione era quella di non esprimerci su fatti che si commentano da soli e che generano comunicati che sono solo ed esclusivamente autocelebrazioni o improduttivi insulti reciproci. Ci siamo resi conto della svolta che ha preso il movimento in questi giorni; abbiamo osservato cristallizzarsi posizioni autocentriche; abbiamo sentito chiedere da entrambi le parti, a gran voce, autocritiche agli altri. Tutto questo non ci ha stimolato neanche un po’ nella discussione. Abbiamo, ciononostante deciso di socializzare le nostre riflessioni sia perché in entrambi gli schieramenti prevale sempre più un atteggiamento fariseo del tipo “o con noi o contro di noi”, sia perché ormai la gravità dei fatti ci impone di esprimerci su quello che sta accadendo al movimento di cui ci sentiamo parte integrante. Non è nostra intenzione pretendere di insegnare niente a nessuno. Non abbiamo la presunzione di farlo soprattutto verso chi ha sulle spalle tanti anni di (…quasi sempre) sincera militanza. Non abbiamo la presunzione di cambiare con questo comunicato le dinamiche che sempre più vanno instaurandosi; non abbiamo la presunzione (né l’interesse) di pretendere di far la parte dei pacieri e ricomporre ciò che ora si rompe. Ci preme solo cercare di riproporre, partendo dal nostro (infinitamente) piccolo, discussioni e modi d’azione per cercare di recuperare una qualche sintonia con le reali esigenze della classe. DA DOVE NASCE L’11 GIUGNO
Riteniamo, come Collettivi, che si sia trasformata una giornata di lotta in uno dei momenti più bassi ed infimi del movimento napoletano. Anzitutto, pur respingendo la tesi della scientifica premeditazione delle violenza, sottolineiamo come un clima di esasperata tensione si respirasse nelle varie iniziative già da tempo. Non era mistero per nessuno che questa tensione fosse destinata ad esplodere da un momento all’altro. E ci è esplosa in faccia. Il momento in cui sono precipitati gli eventi è senza dubbio il peggiore. Il concentramento di un corteo unitario contro la repressione è, a nostro avviso, il momento meno adatto per dar luogo a quello che è poi accaduto. Tutto ciò diventa ancora più grave se inserito nel clima di soffocante repressione instaurato a Napoli e in Italia da un po’ di tempo a questa parte. Vogliamo condannare l’inaccettabile aggressione dell’11 giugno a Napoli. Al contempo condanniamo come intollerabile anche ciò che accadde a Roma lo scorso 6 novembre. In breve ci troviamo di fronte ad una situazione in cui aggrediti ed aggressori si scambiano le parti. Onestamente ci risulta impossibile scegliere da che parte stare. Nell’offrire la nostra solidarietà militante al compagno di Aversa accoltellato, facciamo presente come non è affatto la prima volta che nel movimento spuntano fuori le lame. Non continuiamo su questo punto per non far favori agli sbirri; vorremmo solo far presente come non sia possibile usare due pesi e due misure per valutare le questioni. Con questo non vogliamo per nulla sminuire la gravità dell’atto; semplicemente non troviamo i buoni da una parte e i vili camorristi dall’altra. Crediamo dunque che le violenze di Napoli e Roma (così come i feroci odi tra compagni di varie strutture) hanno le stesse motivazioni e non sono separabili tra loro. Non accettiamo dunque la possibilità di liquidare la questione ponendo come motivo della lite la testa del corteo; crediamo che sia un insulto all’intelligenza di tutti noi compagni. Le cause di quello che è avvenuto ha radici assai più lontane.
DOVE CI PORTA L’11 GIUGNO
Gli avvenimenti accaduti in questi ultimi anni hanno “finalmente” trovato il loro agghiacciante sbocco naturale. La risposta che abbiamo dato ancora una volta alla vicenda è sempre quella di chi preferisce lavarsi le mani additando ad altri responsabilità che tutti condividiamo. Il movimento napoletano ha scelto ancora una volta di non dialettizzarsi con ciò che ha esso stesso generato e preferisce cristallizzare posizioni e divergenze in due blocchi contrapposti piuttosto che cercare di individuare le cause che ci hanno portato a tanto. Ci sono due ordini di motivazioni con cui possiamo provare a spiegarci i fatti dell’11. Da una parte persistono motivazioni legate a risentimenti personali che spesso non hanno nulla (o davvero poco) di politico. Divisioni che, essendo personali, non trovano risoluzione alcuna in termini di dialettica produttiva. A questo si aggiunga come in passato (e anche attualmente) questi litigi hanno posto in essere le condizioni affinché, dapprima il movimento si incancrenisca, e poi entri in meccanismi autolesionisti. Da questi modi di operare sono generate numerose spaccature che non hanno garantito al movimento una più flessibile capacità d’azione, bensì lo hanno sprofondato in un circolo vizioso che giova solo alla borghesia e a qualche piccolo speculatore a cui essa getta le sue briciole. Spesso e volentieri queste dinamiche si sviluppano non tanto tra realtà sociali in lotta, quanto tra gruppi che riversano in esse le proprie pratiche, i propri dissapori e (non è esagerazione) i propri odi verso altri componenti del movimento. Grazie ai comunicati ci salta ancora più all’occhio come spesso si cerchino di alimentare divisioni rifacendosi a passati politici (vedi appartenenze vere e sedicenti a varie anime degli anni 70), invece di tentare di costruire una prospettiva in grado di unificare le lotte (e non solo le sigle). Invece ciò che è accaduto non solo ha poco a che vedere con le tante sbandierate aspirazioni di unità, ma piuttosto potrebbe portare a nuove, e ancor più profonde e logoranti, spaccature, facendo dunque il gioco del padronato. Dall’altra parte questo episodio è sintomatico anche di come noi che dovremmo portare un’alternativa a quello che vorrebbe da noi il sistema riproduciamo le stesse dinamiche di odi fratricidi e beghe squallide.
COME CI CAMBIA L’11 GIUGNO
Tanto per cominciare ci rifiutiamo di assecondare le posizioni che fanno partire dai fatti dell’11 le divisioni e la decisione di intraprendere percorsi inavvicinabili. Compagni, non prendiamoci in giro; spesso e volentieri, sia da una parte che dall’altra, la non presenza di determinati soggetti politici era una pregiudiziale insuperabile per il lavoro. La novità è solo che adesso lo si dice apertamente. Diciamo questo non in termini provocatori (non ci importa davvero…) ma solo perché crediamo che mai come ora sia il caso di non tacere nulla. Il fondo è stato toccato. Il nostro lavoro politico non si blocca davanti a queste spaccature, che spesso vengono propagandate come vittorie, ma che hanno alle spalle dinamiche che invece dimostrano l’arretratezza del movimento. Non ci schieriamo da nessuna parte, se non da quella di un percorso costante contro gli attacchi che tutti i giorni il capitale sferra contro il proletariato; queste cristallizzazioni non bloccheranno il lavoro politico che stiamo portando avanti. Esso continuerà con tutte le strutture con cui, in un determinato momento, il nostro percorso tenderà a convergere. Che esse abbiano deciso di stare da una parte o dall’altra poco ci importa. Crediamo infatti che la dialettica sia ancora e sempre preferibile a scelte di immobilismo. La realtà è una continua dialettica ed è per tanto in perenne trasformazione. Puntiamo ancora i piedi e mettiamo la tattica innanzi a scelte capaci di incatenarci. E’ dovere del movimento rapportarsi a questa realtà e quindi far seguire ad una teoria che ancora ci manca, una pratica reale di trasformazione. La più chiara spiegazione della nostra posizione è forse la decisione di continuare a prendere parte alle assemblee sull’UE (e precisamente sulla direttiva Bolkestein) con altre strutture. Infatti, non esiste schieramento che possa tenerci lontano dal comprendere e combattere gli attacchi che il Polo Imperialista Europeo sta portando ai lavoratori. CONTINUIAMO A CONSIDERARE QUELLO IL NOSTRO PRIMO NEMICO!
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