Ci furono secoli lontani in cui i cadaveri dei pontefici venivano abbandonati, nudi per giunta, alla furia del popolino nei palazzi apostolici. "Dissacrazioni abituali" le definisce Giancarlo Zizola ne "Il successore" (Rizzoli, 1996). Ma anche in tempi molto più recenti la storia ha offerto l'esempio di oltraggi spaventosi ed efferate profanazioni.
Per dire. Nel luglio del 1881, quando Pio IX è morto da più di tre anni, in Vaticano si decide di tumularne le spoglie, da San Pietro, alla basilica di San Lorenzo. E non è un trasporto facile. Il corteo funebre parte in silenzio, di notte. Ma come racconta Spadolini nella sua "Per una storia dell'anticlericalismo" (Le Monnier, 1980) sul Ponte Sant'Angelo scattano gruppi di liberali violenti che cercano di impossessarsi della bara gridando: "Al fiume il Papa porco! Al fiume il Papa porco!". Per poco non ci riescono.
Altro esempio, altra violazione adeguata all'imminente trionfo dell'immagine e della visibilità. Nell'ottobre 1958, pochi giorni dopo la morte di Pio XII, compaiono su un rotocalco francese le foto dell'agonia e del cadavere papale. Le ha scattate l'archiatra, Galeazzi Lisi, a scopo dissennatamente venale. Ma l'effetto è dissacratorio. Così come è dissacrante, per un errore dello stesso archiatra, il processo di putrefazione del corpo di Papa Pacelli, che appare color verde smeraldo e lancia effluvi che fanno svenire le guardie nobili durante la veglia. "In questo epilogo meschino d'un regno memorabile - scrivono Cervi e Montanelli ne "L'Italia dei due Giovanni" (Rizzoli, 1989) - qualcuno vide il segno della svolta necessaria".
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