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Qualche articolo da Il Manifesto
by ktopotkin Sunday, Mar. 06, 2005 at 2:20 PM mail:

6/3/2005

La mia verità
«La nostra auto andava piano, gli americani hanno sparato senza motivo, Calipari è morto fra le mie braccia». Giuliana Sgrena torna in Italia e racconta il suo rapimento e la sua sanguinosa liberazione. Gli Usa insistono: solo un incidente. Ma la versione americana è smentita dai testimoni Il governo italiano tace, solo Ciampi insiste: «Mi aspetto spiegazioni». I pm indagano per omicidio volontario DA PAGINA 2 A PAGINA 9
GIULIANA SGRENA
Sto ancora nel buio. E' stata quella di venerdì la giornata più drammatica della mia vita. Erano tanti i giorni che ero stata sequestrata. Avevo parlato solo poco prima con i miei rapitori, da giorni dicevano che mi avrebbero liberato. Vivevo così ore di attesa. Parlavano di cose delle quali soltanto dopo avrei capito l'importanza. Dicevano di problemi «legati ai trasferimenti». Avevo imparato a capire che aria tirava dall'atteggiamento delle mie due «sentinelle», i due personaggi che mi avevano ogni giorno in custodia. Uno in particolare che mostrava attenzione ad ogni mio desiderio, era incredibilmente baldanzoso. Per capire davvero quello che stava succedendo gli ho provocatoriamente chiesto se era contento perché me ne andavo oppure perché restavo. Sono rimasta stupita e contenta quando, era la prima volta che accadeva, mi ha detto «so solo che te ne andrai, ma non so quando». A conferma che qualcosa di nuovo stava avvenendo a un certo punto sono venuti tutti e due nella stanza come a confortarmi e a scherzare: «Complimenti - mi hanno detto - stai partendo per Roma». Per Roma, hanno detto proprio così.

Ho provato una strana sensazione. Perché quella parola ha evocato subito la liberazione ma ha anche proiettato dentro di me un vuoto. Ho capito che era il momento più difficile di tutto il rapimento e che se tutto quello che avevo vissuto finora era «certo» ora si apriva un baratro di incertezze, una più pesante dell'altra. Mi sono cambiata d'abito. Loro sono tornati: «Ti accompagniamo noi, e non dare segnali della tua presenza insieme a noi sennò gli americani possono intervenire». Era la conferma che non avrei voluto sentire. Era il momento più felice e insieme il più pericoloso. Se incontravamo qualcuno, vale a dire dei militari americani, ci sarebbe stato uno scontro a fuoco, i miei rapitori erano pronti e avrebbero risposto. Dovevo avere gli occhi coperti. Già mi abituavo ad una momentanea cecità. Di quel che accadeva fuori sapevo solo che a Baghdad aveva piovuto. La macchina camminava sicura in una zona di pantani. C'era l'autista più i soliti due sequestratori. Ho subito sentito qualcosa che non avrei voluto sentire. Un elicottero che sorvolava a bassa quota proprio la zona dove noi ci eravamo fermati. «Stai tranquilla, ora ti verranno a cercare...tra dieci minuti ti verranno a cercare». Avevano parlato per tutto il tempo sempre in arabo, e un po' in francese e molto in un inglese stentato. Anche stavolta parlavano così.

Poi sono scesi. Sono rimasta in quella condizione di immobilità e cecità. Avevo gli occhi imbottiti di cotone, coperti da occhiali da sole. Ero ferma. Ho pensato...che faccio? comincio a contare i secondi che passano da qui ad un'altra condizione, quella della libertà? Ho appena accennato mentalmente ad una conta che mi è arrivata subito una voce amica alle orecchie: «Giuliana, Giuliana sono Nicola, non ti preoccupare ho parlato con Gabriele Polo, stai tranquilla sei libera».SEGUE A PAG. 2

SEGUE DALLA PRIMA PAGINA
Dalla prigione al fuoco
In macchina Nicola Calipari parlava, parlava, era incontenibile, una valanga di frasi amiche, di battute. Ho provato finalmente una consolazione calorosa che avevo dimenticato. Nei primi giorni del rapimento non ho versato una sola lacrima. Ero infuriata. Uno dei miei rapitori mi ha raccontato della maglietta di Totti. Era esterrefatto, diceva di essere tifoso della Roma. Mi hanno fatto vedere un telegiornale, la Jihad annunciava la mia prossima esecuzione. Ero terrorizzata. Mi hanno detto: «non siamo noi»
GIULIANA SGRENA
Mi ha fatto togliere la «benda» di cotone e gli occhiali neri. Ho provato sollievo, non per quello che accadeva e che non capivo, ma per le parole di questo «Nicola». Parlava, parlava, era incontenibile, una valanga di frasi amiche, di battute. Ho provato finalmente una consolazione quasi fisica, calorosa, che avevo dimenticato da tempo. La macchina continuava la sua strada, attraversando un sottopassaggio pieno di pozzanghere, e quasi sbandando per evitarle. Abbiamo tutti incredibilmente riso. Era liberatorio. Sbandare in una strada colma d'acqua a Baghdad e magari fare un brutto incidente stradale dopo tutto quello che avevo passato era davvero non raccontabile. Nicola Calipari allora si è seduto al mio fianco. L'autista aveva per due volte comunicato in ambasciata e in Italia che noi eravamo diretti verso l'aeroporto che io sapevo supercontrollato dalle truppe americane, mancava meno di un chilometro mi hanno detto...quando...Io ricordo solo fuoco. A quel punto una pioggia di fuoco e proiettili si è abbattuta su di noi zittendo per sempre le voci divertite di pochi minuti prima.

L'autista ha cominciato a gridare che eravamo italiani, «siamo italiani, siamo italiani...», Nicola Calipari si è buttato su di me per proteggermi, e subito, ripeto subito, ho sentito l'ultimo respiro di lui che mi moriva addosso. Devo aver provato dolore fisico, non sapevo perché. Ma ho avuto una folgorazione, la mia mente è andata subito alle parole che i rapitori mi avevano detto. Loro dichiaravano di sentirsi fino in fondo impegnati a liberarmi, però dovevo stare attenta «perché ci sono gli americani che non vogliono che tu torni». Allora, quando me l'avevano detto, avevo giudicato quelle parole come superflue e ideologiche. In quel momento per me rischiavano di acquistare il sapore della più amara delle verità.

Il resto non lo posso ancora raccontare.

Questo è stato il giorno più drammatico. Ma il mese che ho vissuto da sequestrata ha probabilmente cambiato per sempre la mia esistenza. Un mese da sola con me stessa, prigioniera delle mie convinzioni più profonde. Ogni ora è stata una verifica impietosa sul mio lavoro. A volte mi prendevano in giro, arrivavano a chiedermi perché mai volessi andar via, di restare. Insistevano sui rapporti personali. Erano loro a farmi pensare a quella priorità che troppo spesso mettiamo in disparte. Puntavano sulla famiglia. «Chiedi aiuto a tuo marito», dicevano. E l'ho detto anche nel primo video che credo avete visto tutti. La vita mi è cambiata. Me lo raccontava l'ingegnere iracheno Ra'ad Ali Abdulaziz di "Un Ponte per" rapito con le due Simone, «la mia vita non è più la stessa», diceva. Non capivo. Ora so quello che voleva dire. Perché ho provato tutta la durezza della verità, la sua difficile proponibilità. E la fragilità di chi la tenta.

Nei primi giorni del rapimento non ho versato una sola lacrima. Ero semplicemente infuriata. Dicevo in faccia ai miei rapitori: «Ma come, rapite me che sono contro la guerra?!». E a quel punto loro aprivano un dialogo feroce. «Sì, perché tu vai a parlare con la gente, non rapiremmo mai un giornalista che se ne sta chiuso in albergo. E poi il fatto che dici di essere contro la guerra potrebbe essere una copertura». E io ribattevo, quasi a provocarli: «E' facile rapire una donna debole come me, perché non provate con i militari americani?». Insistevo sul fatto che non potevano chiedere al governo italiano di ritirare le truppe, il loro interlocutore «politico» non poteva essere il governo ma il popolo italiano che era ed è contro la guerra.

E' stato un mese di altalena, tra speranze forti e momenti di grande depressione. Come quando, era la prima domenica dopo il venerdì del rapimento, nella casa di Baghdad dove ero sequestrata e su cui svettava una parabolica, mi fecero vedere un telegiornale di Euronews. Lì ho visto la mia foto in gigantografia appesa al palazzo del comune di Roma. E mi sono rincuorata. Poi però, subito dopo, è arrivata la rivendicazione della Jihad che annunciava la mia esecuzione se l'Italia non avesse ritirato le sue truppe. Ero terrorizzata. Ma subito mi hanno rassicurata che non erano loro, dovevo diffidare di quei proclami, erano dei «provocatori». Spesso chiedevo a quello che, dalla faccia, sembrava il più disponibile che comunque aveva, con l'altro, un aspetto da soldato: «Dimmi la verità, mi volete uccidere». Eppure, molte volte, c'erano strane finestre di comunicazione, proprio con loro. «Vieni a vedere un film in tv», mi dicevano, mentre una donna wahabita, coperta dalla testa ai piedi girava per casa e mi accudiva.

I rapitori mi sono sembrati un gruppo molto religioso, in continua preghiera sui versetti del Corano. Ma venerdì, al momento del mio rilascio, quello tra tutti che sembrava il più religioso e che ogni mattina si alzava alla 5 per pregare, mi ha fatto le sue «congratulazioni» incredibilmente stringendomi fortemente la mano - non è un comportamento usuale per un fondamentalista islamico -, aggiungendo «se ti comporti bene parti subito». Poi, un episodio quasi divertente. Uno dei due guardiani è venuto da me esterrefatto sia perché la tv mostrava i miei ritratti appesi nelle città europee e sia per Totti. Sì Totti, lui si è dichiarato tifoso della Roma ed era rimasto sconcertato che il suo giocatore preferito fosse sceso in campo con la scritta «Liberate Giuliana» sulla sua maglietta.

Ho vissuto in una enclave in cui non avevo più certezze. Mi sono ritrovata profondamente debole. Avevo fallito nelle mie certezze. Io sostenevo che bisognava andare a raccontare quella guerra sporca. E mi ritrovavo nell'alternativa o di stare in albergo ad aspettare o di finire sequestrata per colpa del mio lavoro. «Noi non vogliamo più nessuno», mi dicevano i sequestratori. Ma io volevo raccontare il bagno di sangue di Falluja dalle parole dei profughi. E quella mattina già i profughi, o qualche loro «leader» non mi ascoltavano. Io avevo davanti a me la verifica puntuale delle analisi su quello che la società irachena è diventata con la guerra e loro mi sbattevano in faccia la loro verità: «Non vogliamo nessuno, perché non ve ne state a casa, che cosa ci può servire a noi questa intervista?». L'effetto collaterale peggiore, la guerra che uccide la comunicazione, mi precipitava addosso. A me che ho rischiato tutto, sfidando il governo italiano che non voleva che i giornalisti potessero raggiungere l'Iraq, e gli americani che non vogliono che il nostro lavoro testimoni che cosa è diventato quel paese davvero con la guerra e nonostante quelle che chiamano elezioni.

Ora mi chiedo. E' un fallimento questo loro rifiuto?


«Sapevano tutto hanno sparato senza motivo»
«Nessuna intimazione, nessun segnale: un fascio di luce e insieme i colpi». La versione americana smentita da Giuliana e dall'ufficiale che guidava la jeep. Gli Usa erano informati dei movimenti degli italiani, sapevano che sarebbero partiti. La Reuters ha dato notizia del rilascio mezz'ora prima dell'aggressione
ALESSANDRO MANTOVANI
ROMA
Sapevano eccome, gli americani. Sapevano che Nicola Calipari e il suo collega erano a Baghdad anche perché, in mattinata, avevano consegnato loro due badge per muoversi, con tanto di licenza di portare armi. Sapevano perfettamente cosa erano venuti a fare. Il rilascio di Giuliana Sgrena doveva avvenire nella stessa mattinata e solo per un contrattempo è slittato alla sera, quando il buio rende tutto più difficile e pericoloso. E gli americani sapevano che, una volta conclusa l'operazione, gli italiani sarebbero subito ripartiti, senza perdere tempo, peraltro con un volo autorizzato dagli stessi comandi della coalizione occupante. La notizia dell'avvenuto rilascio era addirittura pubblica, in un lancio della Reuters che citava fonti di Al Jazeera, almeno mezz'ora prima della sparatoria.

In auto, mezz'ora o poco più

Il rilascio è avvenuto non prima delle 20, le 18 in Italia, forse poco prima, la Reuters ha dato la notizia alle 20,35 quando qui da noi erano le 18,35. Tra il rilascio e la sparatoria, 20,55 locali, è passato poco, mezz'ora o al massimo «un'ora, un'ora e un quarto» come dice Giuliana, che all'inizio aveva gli occhi coperti con delle imbottiture sotto gli occhiali da sole. Nella macchina dei suoi liberatori se l'è tolta solo dopo qualche minuto. Del luogo del suo rilascio, quindi, non sa nulla, se non per aver sentito l'eco di un muezzin che chiamava alla preghiera del venerdì (era venerdì, come il giorno del rapimento). Altri parlano di un vicolo e di una moschea, in una zona periferica della capitale irachena.

Ha aspettato a lungo in auto, la nostra Giuliana, senz'altro mezz'ora e forse di più. Lei stessa, qui accanto, racconta di aver temuto di morire soprattutto il giorno in cui l'hanno liberata, una paura tutt'altro che irrazionale e fondata sulla consapevolezza che il momento del rilascio è sempre delicato, il minimo incidente può provocare una tragedia, basta una pattuglia al momento sbagliato o una segnalazione di quei maledetti elicotteri americana che Giuliana, tremando, sentiva sopra di sé. Era terrorizzata.

Calipari è andato a prenderla in quell'auto chiamandola per nome, dicendole «sono Nicola, sono amico di Pier e di Gabriele Polo», per portarla nel fuoristrada preso a noleggio dai servizi italiani, un'auto con targa irachena. Poi si è seduto dietro con lei per tranquillizzarla, lasciando vuoto il posto accanto al collega al volante, un ex ufficiale del Ros dei carabinieri rimasto ferito lievemente e medicato ieri all'ospedale militare del Celio.



Cronaca di un massacro

Andando via hanno fatto due telefonate. Calipari ha chiamato i responsabili del servizio a Roma, a Palazzo Chigi, il generale Nicolò Pollari ha potuto parlare direttamente con Giuliana; l'ufficiale che guidava ha chiamato un altro suo collega a Baghdad, forse in ambasciata, avvisando «siamo in tre, andiamo all'aeroporto». Poco dopo la notizia era pubblica e non si può pensare che i comandi Usa l'abbiano appresa dalla Reuters. Sull'auto Giuliana era più serena, «la macchina ha sbandato in un pantano e abbiamo anche sorriso, pensa tu se adesso andiamo a sbattere». Qualche minuto dopo, quando erano ormai all'aeroporto, mancavano 700 metri o un chilometro a seconda delle fonti italiane o Usa, a Palazzo Chigi è arrivata la terza telefonata dell'ufficiale al volante, con la cronaca di un barbaro omicidio che poteva essere una strage. Il generale Pollari, con il telefono in mano, è entrato nell'ufficio del sottosegretario Gianni Letta dove si trovavano anche Silvio Berlusconi, Valentino Parlato, Gabriele Polo e Pier Scolari. La festa è annegata nella rabbia e nel dolore.



Le spiegazioni americane

Non era un check point, non ci sono check point in quell'ultimo, sorvegliatissimo tratto di strada che conduce all'aeroporto. Gli americani sostengono di aver intimato l'alt, di aver acceso luci, alcune fonti militari Usa sostengono che due militari della pattuglia sarebbero perfino scesi dal blindato per sbracciarsi in mezzo alla strada. L'autista di sicuro non li ha visti: «E stata un'azione ingiustificata, la nostra velocità non era tale - ha riferito ai magistrati del pool antiterrorismo - da aprire il fuoco con quella rapidità». Anche i comandi Usa, del resto, hanno dovuto aprire un'inchiesta. Le frizioni a quanto pare esistevano già durante la gestione del sequestro e dei contatti per il rilascio e se i vertici del Sismi dicono il contrario anche questo fa parte del gioco.

Secondo Giuliana andavano «a 40 chilometri l'ora» ma questo, ci spiegano, prima della curva a gomito che precede il punto esatto in cui sono stati colpiti. Avevano rallentato parecchio anche se, per gli americani, si può essere «pericolosi» e «potenzialmente ostili» perfino viaggiando a venti chilometri l'ora. Nessuna fonte americana, finora, ha saputo dare una sua versione circa la velocità dell'auto italiana, ma la velocità elevata rimane il cardine della parzialissima spiegazione ufficiale fornita finora. L'ufficiale che era alla guida ha potuto vedere solo la luce di un faro abbagliante mentre arrivava, contemporanea, quella raffica di mitragliatrice. I colpi provenivano da destra, dalla fiancata, il blindato Usa era sul ciglio della strada. Calipari, seduto su quel lato, è stato colpito dietro la testa e alla schiena mentre ruotava verso Giuliana per proteggerlo, si è accasciato su di lei che era scivolata sotto il sedile. Ha capito subito che era morto. E all'inizio non si è nemmeno accorta della gravità della ferita alla spalla. «Mi hanno spiegato che poteva esserci qualcosa al polmone quando ho detto ai medici di avere mal di gola», raccontava ieri al Celio.

La nostra inviata non s'è accorta nemmeno del faro, ha sentito solo la sventagliata della mitragliatrice. L'ufficiale, ferito a un braccio, è uscito di corsa dal fuoristrada, gridando «siamo italiani, non sparate.. fermi, cosa fate?». Giuliana, terrorizzata, è rimasta in macchina, c'è voluto un po' prima che la soccorressero, poi l'hanno fatta stendere sulla strada. La telefonata con la cronaca del massacro è stata interrotta bruscamente dai militari americani, che hanno imposto all'ufficiale italiano di spegnere il satellitare. Qualche minuto per le spiegazioni, poi i soccorsi e un'altra telefonata a Roma. Quella delle lacrime.

«Indaghiamo per omicidio»
La procura di Roma apre una inchiesta per omicidio volontario aggravato e tre tentati omicidi. «Chiederemo l'acquisizione della vettura». Il comando americano: «Ci serve per la nostra indagine interna»
SARA MENAFRA
ROMA
Omicidio volontario aggravato e tre tentati omicidi. Sono pesanti ed adeguati i capi di imputazione con cui la procura di Roma ha aperto l'indagine per capire cosa sia accaduto sulla strada che doveva portare Giuliana e i suoi liberatori, tra cui Nicola Calipari, verso casa. E teoricamente l'inchiesta sarebbe già a buon punto. Ieri pomeriggio, subito dopo la visita medica, la nostra inviata e l'agente del Sismi ferito ad una gamba in modo non grave sono stati sentiti dai pm Ionta e Saviotti per più di due ore. Nel pomeriggio il ministro Roberto Castelli ha fatto sapere pure che la rogatoria internazionale diretta verso gli Stati uniti è firmata e che dunque in pochi giorni a Washington arriverà la richiesta ufficiale del governo italiano per ottenere nomi e cognomi dei membri della pattuglia che ha sparato.

Peccato che la storia delle indagini italiane sui precedenti rapimenti e quella di tutte le inchiesta in cui fossero coinvolti militari americani facciano pensare che difficilmente gli Stati uniti collaboreranno davvero. Basti pensare che la procura di Roma sta ancora aspettando di poter inviare i propri agenti a Baghdad per sentire i «presunti» rapitori dei bodyguard italiani arrestati lo scorso autunno. A piazzale Clodio non è mai arrivato nulla di più di una informativa americana.

Adesso le cose potrebbero andare più o meno allo stesso modo. Gli agenti del Ros inviati a Baghdad già da qualche settimana per raccogliere informazioni utili su tutti gli episodi di terrorismo contro gli italiani avvenuti quest'anno, hanno l'incarico di riportare a Roma la jeep crivellata dai colpi americani. Il comando Usa di stanza a Baghdad, però, ha già spiegato che sulla notte di venerdì è stata aperta una «enquiry» interna e che la vettura è fondamentale per questa inchiesta promessa dallo stesso presidente Bush.

Di certo la versione dei fatti raccontata da Giuliana è opposta a quella venerdì notte da Washington. La vettura su cui viaggiavano gli italiani aveva già superato più di un check point quando ha incontrato la pattuglia americana che ha aperto il fuoco. Prima di sparare, poi, i marines non avrebbero fatto alcun segnale «con le mani» come raccontato dal comando. Semplicemente, hanno acceso un faro ed aperto il fuoco.

Sul tavolo di Ionta e Saviotti c'è anche un'altra indagine, che in queste ore tutti sembrano aver rimosso. Quella sui rapitori di Giuliana aperta esattamente un mese fa. Sulla loro identità lei ha fornito parecchi particolari, molti dei quali racconta di persona nel suo articolo (vedi in prima pagina). Ha spiegato, ad esempio, di essere rimasta sempre in una casa all'interno della città di Baghdad sotto il controllo di due uomini molto religiosi, entrambi vestiti come dei soldati. I due si rivolgevano a lei a volto scoperto e in un paio di occasioni l'hanno persino invitata a vedere la televisione nella casa, una abitazione comune, dotata di antenna parabolica e impianto elettrico funzionante, con di fronte un giardino in cui Giuliana ha visto più volte dei bambini che giocavano. Ad occuparsi di lei, vestirla e nutrirla era soprattutto una donna wahhabita interamente coperta dal velo. La presenza di una donna non è una novità, anche nel video che ce la mostrava in ginocchio e in lacrime si sentiva distintamente la voce di una donna.

A prescindere dal racconto fatto ieri da Giuliana, gli inquirenti romani hanno già in mano parecchi elementi sui giorni del sequestro. Nelle scorse settimane a piazzale Clodio è stato portato via via ogni elemento che facesse parte della trattativa. L'orologio di Giuliana, consegnato a palazzo Chigi ma anche a Gabriele Polo e Pier Scolari come prova per avviare le trattative, ma anche il video integrale, quello arrivato a Roma il 12 febbraio e che gli agenti del Sismi hanno ripulito da ogni dettaglio che potesse essere rilevante per l'inchiesta. «Il testo di quel video è stato scelto da loro, sono stati loro a insistere perché facessi appello soprattutto a Pier, perché parlassi rivolgendomi alla mia famiglia», ha spiegato Giuliana agli inquirenti.

Questa mattina, intanto, la salma di Nicola Calipari sarà sottoposta ad autopsia nell'istituto di medicina legale. Immediatamente dopo il suo corpo sarà portato al Vittoriano dove è stata allestita la camera ardente.


La paura tra i soldati italiani
L'Unac: «Telefonate di militari spaventati per questa sparatoria»
SA. M.
ROMA
Si sono spaventati, i militari italiani. Tra l'altra sera e ieri mattina più di uno ha chiamato il call center dell'Unac - l'associazione dei carabinieri che ha più volte protestato contro la permanenza degli italiani in Iraq - per chiedere spiegazioni su quanto accaduto e raccontare la propria agitazione. «Un conto è quando un terrorista si fa esplodere davanti alla caserma e un altro pensare che a sparare possano essere gli americani, quelli che dovrebbero proteggerti le spalle», dice Michele Garau segretario regionale dell'Unac della Sardegna, una delle regioni da cui parte il maggior numero di militari coinvolti nella missione. Dalle parti dell'Arma e dell'Esercito nessuno si azzarda a mettere tra virgolette ipotesi su quanto sia realmente accaduto. Ma certo, aggiunge Garau «la situazione di rischio si è triplicata». «L'avevamo già detto. Le condizioni ormai in Iraq sono troppo instabili per pensare che il nostro contingente possa rimanere nel territorio. Ed ora lo pensiamo ancora di più».

In realtà in Iraq il contingente italiano entra difficilmente in contatto con quello americano. La zona di Bassora, dove si trova anche Nassiriya e quindi la base Camp Mittica di Tallil, è sotto il controllo degli inglesi. E per di più ormai da mesi gli italiani sono di fatto confinati nel loro compound, da cui escono solo per brevi perlustrazioni ma quasi sempre tenendosi ben lontani dalla città di Nassiriya. Anche l'incidente costato la vita a Simone Cola è stato particolarmente sfortunato, visto che la missione di appoggio in cui è morto il giovane elicotterista è stata una delle poche in cui sono stati coinvolti gli italiani negli ultimi mesi. Una iniziativa di appoggio al contingente portoghese, quella del 21 gennaio, in cui l'elicottero su cui viaggiava Cola avrebbe dovuto fornire una semplice copertura.

Il quadro non è cambiato neppure quando, circa un mese fa, a Nassiriya sono arrivati i Mangusta, i super elicotteri da combattimento con una potenza di fuoco di quaranta colpi al secondo e che per il momento non sono stati affatto impegnati nel territorio.

«Il pericolo "americano" per i nostri militari c'è, soprattutto perché i giovani marines mandati in Iraq sono terrorizzati e si muovono partendo dall'ipotesi che le vittime civili irachene non hanno alcuna importanza per l'opinione pubblica americana», spiega Francesco Bernardi, brigadier generale brigadier dell'Esercito italiano in congedo assoluto e direttore della webzine Paginedidifesa.it. E aggiunge: «Poi c'è un problema di fondo: non ci sono procedure concordate su come i nostri militari si debbano muovere in zone sotto il controllo americano, dato che abitualmente non ci siamo. E' per questo che in parte incidenti del genere, nel caso di militari italiani inviati a Baghdad, potevano e possono essere prevedibili anche a prescindere da questo incidente».

Da qui a dire che la missione italiana in Iraq potrebbe cambiare in qualche modo per quanto accaduto o che i tempi potrebbero essere ripensati ce ne corre. «Parlano di exit strategy - conclude Bernardi - ma l'invio dei Mangusta vuol dire mandare un segnale che va in direzione opposta».


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Titolo Autore Data
Grazie cosmixbandido Sunday, Mar. 06, 2005 at 4:08 PM
Grazie Luka. Sunday, Mar. 06, 2005 at 3:29 PM
Grazie era ora Sunday, Mar. 06, 2005 at 2:38 PM
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