Abbiamo chiesto Giuliana e ci hanno tolto persino Capuozzo.
Non ci siamo.
Sabato quasi mezzo milione di persone è sceso in piazza a Roma. Un numero superiore a quello mobilitabile da qualsiasi partito italiano, molto superiore.
Chiedeva libertà, libertà dalla guerra, dalla menzogna, libertà per Giuliana, per tutti gli ostaggi e per il popolo iracheno. Chiedeva verità, che è anche la missione di Sgrena; chiedeva di interrompere l’ipocrisia guerresca di un ceto politico arrogante. I leader della sinistra hanno fatto capolino mentre il corteo partiva a fatica, folla, reporter e una processione ininterrotta per i genitori di Giuliana, la somiglianza del papà con il nonno di Heidi ha spezzato i cuori e si nota molta genuina commozione lungo tutto il tragitto. Corteo teso tra il pensiero all’Iraq e quello allo stato della nostra democrazia. Corteo unitissimo, stretto attorno alla difesa del bene comune e della sacralità della vita umana, di tutte le vite umane.
Dal palco parole dure, inequivocabili. Le nostre libertà sono minacciate, lo sappiamo tutti. Giuliana paga l’esigenza di nascondere il macello iracheno. In Iraq è un massacro, e non si fermerà per magia o per volontà degli americani o dell’Onu. Gli iracheni pagano le scelte di pochi che abusano del potere loro concesso, i nostri soldati con loro. Via da lì, via subito, basta con le balle.
Non era difficile. Oggi, dopo una sequela ormai scontata di feroci offese all’intelligenza ed al buon gusto dei guitti a lingua armata, veniamo a sapere che il governo ha ordinato il ritiro immediato di tutti i giornalisti italiani dall’Iraq. Alcuni sono già sull’aereo. Espulse le Ong con qualche rapimento intimidatorio, espulsi ora i giornalisti; quelli locali restano liberi di farsi uccidere ad ogni starnuto. Non male per un paese nel quale ci siamo presi la responsabilità di mantenere la pace. E’ facile intuire che senza testimoni i conti verranno regolati ancora più grossolanamente. Il comportamento di questo governo, oltre che indecoroso, è clamorosamente antidemocratico. Troppo semplice dire che cada ora un’ipocrisia, con questo provvedimento entriamo nella fase nera delle operazioni americane. Quella del vero e proprio bagno di sangue. Nella stessa giornata, e ispirando timori simili, è stata presentata la prima struttura detentiva italiana privata, un’estensione del feudo Muccioli sui tossicodipendenti ed instabili vari; una rendita medioevale pagata a peso d’oro per mostrare uno specchietto law & order ai votanti preferiti. Andrà ad ospitare una minima percentuale delle migliaia di arrestati grazie alla nuova legge Fini. L’adozione di provvedimenti di questa natura, come il tentativo dell’estensione della giurisdizione militare all’informazione, va esattamente nella direzione opposta di quello che desiderano i cittadini che hanno sfilato per Roma. Cittadini preoccupati delle clamorose frattura alla legalità repubblicana inferte dal governo nel balbettio dell’opposizione.
A questo punto, se la scelta per gli oppositori del Presdelcons deve ridursi alla riduzione al silenzio, o alla galera, è giusto si aprano serie discussioni attorno a soluzioni più drastiche. La storia insegna che accarezzare Berlusconi porta male; forse è ora che questa considerazione venga assunta da tutta la sinistra, e che si apra un vero fronte di crisi.
Non è più il momento di accettare questa dittatura della maggioranza su una questione che appare ogni giorno di più, fuori da qualsiasi controllo. L’occupazione ha provocato almeno 100.000 vittime, e altrettante ne provocherà comunque negli anni anche se la violenza dovesse interrompersi esattamente in questo momento. Nel caso della prevedibile recrudescenza, deducibile dagli eventi e dalla situazione sul campo; questi numeri sono destinati a raddoppiare entro le prossime elezioni in autunno. E’ evidente che gli iracheni sono destinati ad essere sacrificati, senza poterci fare niente. Elezioni che con questi presupposti potranno solo risolversi in qualcosa di diversissimo da un governo democratico. E’ altrettanto evidente che restando non faremmo che aumentare la nostra responsabilità storica, morale e oltre, legando il nostro intervento ad una escalation imprevedibile. Il nostro governo ha chiaramente deciso di voltarsi dall’altra parte; e di chiudere ai cittadini le misere finestre concesse all’informazione. Risibile la giustificazione dell’allarme dell’intelligence. Una segnalazione che dopo la moria e le odissee vissute dai giornalisti più curiosi non aggiunge nulla a una realtà che supera dall’inizio il quadro dell’allarme dei servizi. Berlusconi blinda l’informazione sulla guerra, in combinazione con la par condicio TV e con la prevedibile saturazione forzitaliota dei già noti leccatori non filatelici, ma telegenici.. Allo tsunami televisivo, che si è già portato via quello vero e i 50 milioni degli SMS, si aggiunge quello di migliaia di cartelloni, le stazioni e le strade sono già pieni della sua fastidiosa presenza. Sono questi i segnali che nella nostra splendida democrazia contrassegnano l’inizio delle campagne elettorali; la calata della mannaia censoria e l’aspersione combinata di soavi interviste sceneggiate. Lo strapotere e l’onnipresenza di un uomo su tutta la restante comunità politica nazionale, la sua moltiplicazione ossessiva ed annichilente. Qualcosa che non vedrete mai in nessun paese europeo, uno strapotere ed una prepotenza che non è concessa neanche a Giorgino suo. Condurre campagne elettorali in queste condizioni significa avvicinare i nostri standard elettorali a quelli iracheni, non il contrario.
E’ una questione che occorrerà affrontare al più presto, non appena avranno restituito gli ostaggi; se gli eletti in parlamento accettano in maggioranza una serie di procedure altamente illegali e contrarie a qualsiasi spirito democratico; se si pongono tanto in contrasto con la stragrande maggioranza dei cittadini su questioni così fondanti e tanto legate all’etica e ai principi, è urgente che la parola torni al popolo.
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