gIULIETTO cHIESA DIMOSTRA LA PORTATA DELLA FARSA- AVREBBE VOTATO IL 58% degli ISCRITTI - SOLO CHE, NON ESISTONO LISTE ELETTORALI!!!!
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| L'ultimo libro di Giulietto
Chiesa
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LA GRANDE FABBRICA DELLA MENZOGNA
ARRUOLA ANCHE PARTE DELLA
SINISTRA Postato
il Sunday, 06 February @ 23:33:40 CET di jormi
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di Giulietto Chiesa da
Avvenimenti del 6 febbraio 2005
Dobbiamo a
internet la riscoperta dell’articolo del New York Times
del 4 settembre 1967, intitolato così: “Il voto in
Vietnam rincuora gli Stati Uniti”. Il sommario che lo
accompagnava era questo: “Affluenza alle urne dell’83%,
nonostante il terrorismo dei vietcong”. L’autore si
chiamava Peter Grose e possiamo considerarlo
l’antesignano del giornalismo di punta contemporaneo,
embedded, delle Lucia Annunziata e Monica Maggioni che
imperversano sui nostri schermi, raccontandoci la guerra
dei vincitori...
Il voto dell’Irak ha rincuorato
Bush, Blair, Berlusconi, e ha messo in ginocchio,
letteralmente, la sinistra italiana, la quale (salvo
lodevoli e sparse eccezioni) ha creduto alla stessa
favola del New York Times di Peter Grose. Favola che il
New York Times ha ripetuto, pari pari, il 31 gennaio
2004, seguito a ruota da tutti i maggiori giornali del
mondo occidentale, e da tutti i maggiori giornali
italiani.
I quali hanno creduto alle cifre,
fumosamente e contradditoriamente rese note dalla
Commissione Elettorale Indipendente irachena. Si noti
l’aggettivo “indipendente”, excusatio non petita posta a
suggello di elezioni che di indipendente non hanno avuto
nulla. Fassino, dalla tribuna del Congresso dei DS,
tuona che otto milioni di iracheni sono andati a votare.
Il dato è, più che falso, inesistente. Chi glielo ha
detto? Nessuno. O forse ha fatto una media ponderata di
quello che ha letto dai giornali della grande stampa
“indipendente dalla verità”. E ha aggiunto che “sono
loro i veri resistenti”. Come dire che il popolo
iracheno è andato a votare in massa e, quindi, è contro
la resistenza armata all’occupazione americana. Cioè il
popolo iracheno sta con gli americani ed è contento
della democrazia che loro gli hanno portato. Così
agli esultanti Bush, Blair, Berlusconi possiamo
aggiungere l’esultante Piero Fassino.
Ora noi
non sappiamo se finirà come in Vietnam (temo che finirà
peggio), ma possiamo avanzare qualche preliminare
osservazione. I dati sono tutti falsificati. Le elezioni
irachene sono state tutt’altra cosa rispetto a ciò che
ci hanno fatto vedere. Un buon terzo del paese
sicuramente non ha votato. Lo si sapeva fin dall’inizio
e queste elezioni farsa sono state organizzate da
Washington proprio per isolare i sunniti, cioè per
spaccare il paese.
La stessa Commissione
Elettorale (lasciamo perdere l’”indipendente”) ha
comunque detto che ha votato il 57% degli “elettori
iscritti”. Quanti erano gli elettori iscritti? Il dato
preciso non è mai stato fornito. Per la banale ragione
che non ne esisteva uno. Il punto di riferimento erano
gli “elenchi russi”, cioè le tessere annonarie per il
cibo che erano state distribuite nel programma “Oil for
Food” (petrolio per cibo) ai tempi di Saddam. Ma quanti
si sono iscritti al voto? Quelle tessere (e io le ho
viste nei seggi di Nassirya) erano spesso illeggibili.
Altre invece apparivano nuovissime. Da dove venivano?
Insomma nulla ci è stato detto circa il tasso di
iscrizione alle liste elettorali, per cui quel dato,
l’unico ufficiale, non ci dice assolutamente nulla sul
numero dei votanti.
Non si sono iscritti perché
avevano paura dei terroristi? Sicuramente in parte è
stato così. Ma questo conferma clamorosamente
l’invalidità di queste elezioni. Di nuovo parla il
testimone. A Nassirya e Bassora, maggioranza sciita
schiacciante, il voto è avvenuto in un clima di stato
d’assedio generalizzato. Il traffico automobilistico è
stato bloccato per tre giorni. Ogni seggio era
presidiato da decine di uomini armati – la nuova milizia
irachena – con fucili e divise nuovi di zecca, cecchini
sui tetti, blocchi stradali a distanza, gimkane di
cemento armato etc. Le truppe straniere (a Nassirya
italiani, portoghesi e rumeni, a Bassora gl’inglesi)
erano state poste a difesa delle stazioni di polizia).
Di quale consenso si può parlare in queste condizioni?
Ma c’è un altro dato assai significativo: nei seggi
aperti all’estero, dove i problemi di sicurezza non
esistevano, solo il 25% degl’iracheni si sono iscritti
alle liste. Eppure non c’era nessun pericolo!
Certo che c’erano le file ai seggi: al sud,
nelle zone sciite, e al nord, nelle zone curde. Il resto
chi l’ha visto? Dobbiamo fidarci della Commissione
Elettorale, composta da persone selezionate da Allawi e
dai consiglieri di Bremer? E nei seggi di Nassirya la
gente c’era solo la mattina. Nel pomeriggio tutti i
seggi erano deserti. E le urne trasparenti che ho visto
(tredici seggi in tutto) erano piene solo per metà
sebbene le schede elettorali, con 111 partiti, fossero
grandi come sei fogli protocollo, e quasi sempre molto
mal piegate.
Noi abbiamo visto in tv le file ai
seggi delle zone sciite, ma nient’altro, salvo pochi
scorci – qualche secondo - dei seggi di Baghdad deserti.
Ho chiesto più volte alla gente nei seggi se trovassero
difficile votare, con tanti partiti sulla scheda, molti
dei quali senza nemmeno un simbolo di riferimento. Tutti
rispondevano che “era molto facile”. E io pensavo che
una scheda come quella avrebbe creato grossi problemi di
comprensione perfino in Italia, dove l’esperienza
elettorale è ormai secolare. Ma questi sono dettagli
tecnici secondari. Il più importante dei quali è che
quegli iracheni sono andati a votare senza sapere chi
erano i candidati. I partiti ammessi al voto erano stati
resi noti in anticipo, ma le liste dei candidati erano
rimaste segrete per motivi di sicurezza!
Il
tutto senza osservatori internazionali (io ci sono
arrivato privatamente, usando l’invito rivoltomi dal
ministero degli esteri britannico, insieme a Emma
Nicholson, anch’essa deputata europea. E abbiamo
viaggiato a bordo di auto blindate, ciascuno
accompagnato da otto guardie del corpo private, armate
fino ai denti). Sulla pratica degli osservatori
internazionali ci sarebbe da fare un intero discorso. Ma
in qualche caso essi sono stati utili per difendere gli
elettori dalla prepotenza dei poteri. In ogni caso la
consuetudine internazionale prevede che osservatori
esterni imparziali possano all’occorrenza controllare le
cifre ufficiali e seguire il procedimento di voto. Ma
l’Onu aveva deciso di non mandare nessuno. La stessa
cosa hanno fatto l’Osce e l’Unione Europea: “per
l’assenza delle condizioni minime di sicurezza” E’
fallito anche il tentativo del governo canadese di
costituire una missione speciale per il controllo
elettorale in Irak. La riunione, tenutasi il 19 e 20
dicembre scorsi, a Ottawa, a porte chiuse, si era
conclusa con un doppio fallimento: dei venti paesi
invitati solo sette, tra cui Gran Bretagna e Albania,
avevano partecipato. E la conclusione era stata
sconsolante (per loro): impossibile mandare osservatori
all’interno. In alternativa fu deciso di aprire un
ufficio ad Amman, Giordania, in cui avrebbero lavorato
“da sei a dodici analisti”, per studiare i dati
provenienti dall’interno dell’Irak.
La comunità
internazionale, dunque, aveva proclamato,
implicitamente, alla vigilia del voto, la sua palese
invalidità. A parte tutto il resto di questa invereconda
storia della propaganda moderna, adesso sapremo ancora
meno: la raccolta delle schede, la loro custodia, la
conta dei voti assegnati a partiti fantasma, misteriosi
e ambigui, pompati (come il risorto partito comunista,
che perfino Berlusconi potrebbe affiliare a Forza Italia
e che sarà certamente usato per condizionare il potere
dell’ajatollah Al Sistani), finanziati dall’esterno.
Ma tutto il movimento contro la guerra non se
n’è accorto e ha atteso passivamente che arrivasse la
tempesta propagandistica, il “trionfo della democrazia”
americana, la legittimazione postuma dell’aggressione.
Di fronte a questo tsunami propagandistico –
cosa che dovrebbe farci riflettere – perfino a sinistra,
e perfino nella sinistra più a sinistra, abbiamo
assistito a balbettii di scusa, a penose e fumose
richieste di autocritiche. Siamo entrati (ci entrammo
con la guerra del Kosovo) nell’era dei “sentimenti
obbligatori”: quando l’opinione di massa, già formata
dai media, costringe tutti ad assentire, pena la
squalifica, il cartellino rosso, l’esclusione.
Noi non ci stiamo. La guerra irachena rimane
illegale come lo fu all’inizio e le menzogne che la
prepararono rimangono menzogne. Nella conta dei voti
bisogna mettere anche i centomila morti innocenti di
questa guerra, che la Commissione Elettorale
“indipendente” (insieme ai suoi esegeti occidentali)
intende seppellire una seconda volta.
Infine
un’ultima notazione, a futura memoria. Sarà utile tenere
conto che i padroni dei media si accontentano di vincere
ai punti, e a mani basse, vista l’inconsistenza nostra
su questo terreno decisivo. Ma sono pronti a organizzare
la caccia alle streghe e la caccia all’uomo, ove e
quando dovessero temere una reazione popolare. Quanti di
noi se ne rendono conto?
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