Iraq, elezioni: ma di cosa stiamo parlando?
Quando oggi, e anche domani, dopodomani…aprirete i giornali italiani, li troverete tutti impegnati a parlare delle elezioni in Iraq in maniera veemente, senza risparmio di titoloni. Troverete imbecilli di destra che plaudono al trionfo della democrazia e leggerete imbecilli di sinistra annichiliti che annaspano di fronte a quello che ritengono un successo americano, quindi una loro sconfitta. Mi sono chiesto il perché di questi atteggiamenti mentre l'onda montava, e solo dopo un po' sono riuscito a capire perché succedesse, anche al di là delle rispettive convenienze politiche.
Credo che la spiegazione risieda nel fatto che quasi nessuno, in Italia, abbia capito bene per cosa abbiano votato gli iracheni; e che questa situazione sia sfruttata a proprio vantaggio dal nostro governo e dai suoi solerti trombettieri.
A questo gioco si accodano poi tutti, anche le opposizioni, più inclini a reagire in maniera stereotipata che a cercare di riflettere. Chiaramente della sorte degli iracheni non importa a nessuno, tutto è da mettere in relazione solo ai miseri interessi delle botteghe nostrane. Sembra che tutti stiano giocando sull'equazione che vuole le elezioni come un successo americano, equazione ovviamente imposta dagli americani e dai media che li supportano, ma non facilmente verificabile. Tra chi non stima l'amministrazione Bush. sembra essersi diffusa, naturalmente, l'esigenza di svilire queste elezioni.
Il fatto che ci sia stata una buona affluenza è da considerarsi scontato per un paese che non votava da oltre 50 anni ed è passato attraverso una dittatura tanto lunga; su questo puntava l'amministrazione Usa per segnare un punto a buon mercato; il fatto che il dato possa essere stato gonfiato ad uso e consumo degli interessi politici di Bush si può dare altrettanto per scontato, e non desterebbe scandalo, ormai. Operazione riuscita con risultati modesti nel mondo, ma clamorosi in Italia, dove tutti i giornali sono pieni di titoli allucinanti che combattono con fervore degno di miglior causa su questo fronte, trascinando con sé schiere di politici ignoranti costretti a misurarsi con materie sconosciute.
E 'scattata la più classica delle discussioni da bar, perfetta nei toni come nella profondità delle argomentazioni, non mancano singoli spericolati che si producono in veri e propri numeri da circo, ma la grande maggioranza ormai è partita con tutti i carri ed i buoi verso la nuova trincea irachena. Il bello, o il brutto, è che tutti parlano commentando dati assolutamente campati in aria, discutendo come se si fosse di fronte ad una svolta epocale. Peccato che qualcosa non torni. Il processo di formazione del nuovo Iraq, così come disegnato dagli alleati e controfirmato dall'Onu, rende il voto di ieri solo il primo passo di un cammino abbastanza lungo.
Gli iracheni hanno solamente eletto coloro i quali scriveranno la costituzione irachena. La quale dovrà essere convalidata da un referendum, al quale seguiranno, finalmente, le vere e proprie elezioni politiche. Questo significa che fino a questa data, prevista per dicembre prossimo, il governo resterà comunque quello di Allawi, e che quindi sia molto improprio parlare di nascita di un nuovo Iraq. Questo spiega anche perché l'Onu ed i media degli altri paesi, che capiscono il senso di queste elezioni, non abbiano insistito troppo sulla loro perfezione formale, e si accingano a certificarle senza grosse tensioni.
Questo processo, appena iniziato, presenta molte incognite e scogli, tra i quali queste elezioni dei costituenti sono un passaggio importante, ma non sicuramente il culmine della tensione; non certo la vetta scollinata la quale l'Iraq si avvia alla discesa verso la democrazia. L'Assemblea Costituente eletta ieri, dovrà entro settembre scrivere una nuova costituzione, sulla quale la popolazione avrà poco più di un mese di tempo per discutere, e quindi la voterà in un referendum confermativo. Gli eletti avranno parecchio da correre se vorranno rispettare questi tempi, elaborare una costituzione che metta d'accordo esigenze diverse e che fughi i diffusi timori reciproci, non sarà facile.
Da domani in Iraq non cambia niente, al contrario, ora viene il difficile; che consiste nel verificare se il risultato del voto verrà accettato, quanti saranno veramente i voti, a quale composizione dell'Assemblea Costituente porteranno, e se questa sarà in grado di produrre un testo condiviso. Esattamente per questo motivo, le elezioni irachene sono presto sparite dalle edizioni internazionali, passato l'effetto celebrativo. L'Iraq torna sulle prime pagine dei giornali stranieri solo perché si è scoperto che qualcuno ha evaporato qualche miliardo di dollari; qualcuno se ne è accorto, e negli Usa ed in Iraq è la notizia del giorno.
Si parla di bustarelle. Considerando che le aziende che operano in Iraq sono per gran parte americane, e che il governo lo hanno designato loro, si può ben dire che qualche americano ha rubato qualche miliardo di dollari destinato agli iracheni. Storie che per l'Italia hanno poco fascino, nel Sud del nostro paese sono anni che aspettano l'acqua, nonostante le cifre stanziate fossero sufficienti per mettere tubi d'oro negli acquedotti.
In Italia una notizia del genere non merita più di un trafiletto. Da noi invece alcuni credono di aver vinto la lotteria, altri di aver perso il portafogli; sbalzi di umore incomprensibili tra la destra che festeggia sfacciata e alcuni a sinistra che preventivamente dubitano del risultato. Si agitano per nulla; non sanno di cosa stanno parlando, o fanno i furbi; da domani in Iraq sarà ancora Allawi, o chi per lui scelto dagli americani; sarà ancora qaedismo, e sarà ancora resistenza popolare e regolamenti di conti tra etnie.
Gli iracheni continueranno a non avere acqua e luce e a far la fila per la benzina, mentre i contractors americani faranno sparire i soldi dei contribuenti americani. La novità è che alcuni iracheni si giocheranno con gli americani la futura costituzione del paese. Un altro anno di trattative e campagna elettorale a base di sangue e bombe, che magari farà crescere nella gente normale la voglia di un governo forte, come della tutela americana. Continueranno a non avanzare i lavori pubblici, non c'è alcuna ragione per aspettarsi un miglioramento della sicurezza, o del benessere della popolazione, in particolare a Baghdad e nella zona sunnita la situazione continuerà a peggiorare.
Bush ha già la risposta in tasca, quando dice che se ne andrà se richiesto dagli iracheni lo fa solo per alimentare l'illusione. Il voto di domenica non poteva, neanche per assurdo, formare una maggioranza in grado di chiedere il ritiro americano. La questione non si poneva nella realtà, è stata posta nei paesi alleati solo per segnare sui media un punto a favore, un punto che segnalasse una prova dell'esistenza della famosa democrazia, portata in Iraq con tanta irruenza.
In Iraq non ha ancora vinto nessuno, di sicuro ogni giorno perdono gli iracheni, quelli definiti meravigliosi ieri perché andava così; gli stessi che domani torneranno di nuovo invisibili per noi. Questa sconfitta, questa pena degli iracheni è il vero motivo per quale, da sempre, si chiede il ritiro delle truppe d'invasione; per la nostra politica la loro pena non esiste, l'Iraq è un'opportunità come un altra, solo un tema sul quale scannarsi.
Illusioni, immagini irreali, umori impazziti dominano la comunicazione e la politica. Guardate il cucchiaio; il cucchiaio non esiste.
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