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Iraq, l’esercito di Bush ha il mal di Vietnam
di William Pfaff
Quando George W. Bush fu eletto presidente per la prima volta i rapporti tra militari e civili negli Stati Uniti erano peggiori di quanto fossero mai stati in precedenza. Oggi non sono migliori e per ragioni molto piu’ serie. Il declino era iniziato con la guerra del Vietnam che la parte meno perspicace del corpo ufficiali considero’ perduta a causa delle interferenze civili. Resta poco chiaro cosa avrebbero potuto fare i militari in Vietnam senza le interferenze civili; i militari non offrirono mai al governo un piano coerente alternativo a quello di Robert McNamara, Richard Nixon e Henry Kissinger. E non lo fecero perche’ un tale piano non esisteva; era una guerra impossibile da vincere, fatta salva l’opzione Dresda (un’opzione messa nuovamente alla prova a Falluja il mese scorso). Con la sconfitta del Vietnam ebbero inizio gli anni dell’”esercito privo di valore” con una leadership militare furibonda e alienata, politici indifferenti e una opinione pubblica colpita da amnesia. Fu costruito un esercito professionale senza militari di leva. Il risultato psicologico della professionalizzazione dell’esercito fu quello di creare un corpo ufficiali politicamente di destra. La cosa preoccupo’ gli osservatori, gli studiosi e i civili che avevano a cuore l’esercito nonche’ gli ufficiali piu’ riflessivi che erano consapevoli dell’importanza di difendere la tradizione americana della apoliticita’ delle forze armate. La separazione dell’esercito militare professionale dalla sua leadership civile aumento’ con l’arrivo dell’amministrazione Clinton – un renitente alla leva con una first lady femminista e un programma liberal. Come ha scritto uno storico militare ci fu anzitutto il disastroso scontro sugli omosessuali nelle forze armate (dove, come sanno tutti coloro che hanno fatto il militare, c’e’ sempre stata una sotterranea cultura omosessuale per ragioni ovvie – dove altro si possono incontrare cosi’ tanti ragazzi o ragazze?). Poi vennero la Somalia, Haiti, la Bosnia e il Kosovo – e lo scandalo Tailhook – oltre allo stallo sulla politica in materia di sicurezza nazionale che indusse il capo di Stato maggiore delle forze armate Colin Powell a comunicare al governo civile a quali specifiche condizioni i militari avrebbero accettato di entrare in guerra. (Queste condizioni – obiettivo chiaro, forza preponderante, strategia di uscita ecc. – sono state completamente ignorate, alquanto stranamente, nel caso della guerra in Iraq con le spaventose conseguenze che sono sotto gli occhi di tutti). Nel 2001 il nuovo presidente Bush era un altro renitente alla leva, di fatto se non formalmente, ma camminava e parlava in modo gradito ai militari. Tuttavia non altrettanto gradito era il suo ministro della Difesa, Donald Rumsfeld, che si accinse a riformare il Pentagono e a ristabilire l’autorita’ civile. Rumsfeld è riuscito ad imporsi in misura considerevole agli uomini in divisa ma in un modo che essi ora odiano. Seguendo le sue idee su una forza piccola, leggera e “agile” ha fatto una serie di scelte tattiche e organizzative pessime con conseguenze particolarmente devastanti per l’esercito, i riservisti, la Guardia Nazionale e i Marines. Le loro risorse umane vengono sfruttate e sprecate in modo tale da arrecare danni permanenti ai servizi e da alienare i loro ufficiali per una generazione. Questo è stato il risultato del clamoroso errore di valutazione del governo Bush in ordine alla situazione irachena; del suo rifiuto di ampliare i quadri dell’esercito regolare; del suo affidarsi ai riservisti chiamando alle armi veterani specialisti provenienti dalla vita civile e, da quando l’occupazione dell’Iraq è diventata una faccenda critica, del tentativo di “limitare i danni” impedendo alle persone di arrivare al completamento naturale del contratto. Le capacità di reclutamento della Guardia Nazionale e dell’esercito regolare hanno subito un considerevole decremento. Un ventenne membro dell’esercito regolare che si appresta a tornare in Iraq per la seconda volta dice: “tutti stanno cominciando a capire che le cose andranno avanti cosi’ per un bel pezzo”. La cosa è probabilmente vera dal momento che in seno al governo Bush nessuno sembra in grado di cambiare rotta ed è sempre piu’ evidente che la politica americana per il cosiddetto grande Medio Oriente e’ destinata al fallimento. Se il fallimento sarà traumatico è probabile che il dopo Iraq assomigli al dopo Vietnam. Il Vietnam distrusse l’esercito americano in quanto esercito di cittadini: prodotto di una tradizione bicentenaria che rifiutava gli eserciti permanenti e considerava il servizio militare temporaneo un dovere ed una esperienza di cittadinanza. In Vietnam un esercito di militari di leva alla fine mise in scena una sorta di ammutinamento silenzioso contro la follia del proprio governo. Tuttavia non bisogna accanirsi troppo nemmeno contro un esercito di professionisti. Anche un esercito professionale può ribellarsi e, come accade nel caso di un esercito di cittadini, la disaffezione parte dal basso dove più dure sono le condizioni. L’Iraq sta distruggendo l’esercito professionale che gli Stati Uniti hanno creato perchè prendesse il posto dell’esercito di cittadini. Il nuovo esercito doveva essere secondo le intenzioni lo strumento fedelissimo delle politiche dell’amministrazione eletta. Il rifiuto di questa amministrazione di garantire gli uomini e i mezzi necessari alle sue enormi ambizioni militari e politiche sta producendo i suoi effetti sull’esercito. La sua paura, di derivazione politica, della leva, la spietata politica di rotazione del combattimento e il ricorso sistematico al prolungamento dei turni di servizio sono devastanti per le truppe. L’incoerenza della sua politica in Medio Oriente e la mancanza di obiettivi chiaramente definiti sono profondamente preoccupanti per i vertici militari. I capi militari dell’America sono una volta ancora vittime delle politiche degli ideologi nominati e dei dilettanti eletti. Come in Vietnam, non sono in grado di proporre alcuna alternativa, se non il ricorso ad una nuova Dresda. ****** Tribune Media Services Inc. Traduzione di Carlo Antonio Biscotto
Fonte:www.unita.it |