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Bugie di sangue in Vaticano
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MOVIMENTO ANTICLERICALE Monday, Aug. 16, 2004 at 12:37 PM |
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Il duplice omicidio commesso dalla guardia svizzera Cedric Tornay, che poì si tolse la vita, fu liquidato come un raptus. Ma intorno a quel tragico fatto di sangue non tutta la verità è stata scritta.
Tra i mestieri che sognava qualche nostro avo c'era pure quello di diventare guardia svizzera in Vaticano indossando la divisa multicolore disegnata da Michelangelo o quella blu per i servizi di piantonamento. E non riusciva a capacitarsi che il requisito essenziale fosse il possesso della cittadinanza elvetica. Toccherà poi a noi nipoti scoprire che da qualche tempo scarseggiavano gli arruolamenti tra gli stessi svizzeri e che proprio quella guarnigione tra le più antiche al mondo, fondata da papa Giulio II nel 1506, accusava un malessere che aveva anche portato a episodi di indisciplina e a qualche grave fatto di sangue.
Nella tarda mattinata dell’8 aprile 1959 l'allora comandante della Guardia svizzera, il colonnello Robert Nunlist, era stato colpito da 4 colpi di pistola del caporale Adolf Ruckert, il quale aveva tentato poi di suicidarsi, ma l’arma s’era inceppata, cosicché entrambi alla fine erano rimasti in vita, era stato ferito da un alabardiere. Ma il 4 maggio 1998, poco dopo le 21, il comandante Alois Estermann, 44 anni e la moglie Gladys Meza Romero, 49 anni, furono assassinati dal vicecaporale Cedric Tornay, 23 anni, che poi si suicidò davvero, dopo aver mandato una lettera alla mamma che iniziava così: "Spero che tu mi perdonerai perché sono stati loro a costringermi a fare quello che ho fatto. Quest'anno dovevo avere l'onorificenza e il colonnello me l'ha negata. Dopo tre anni, sei mesi e sei giorni passati a sopportare tutte le ingiustizie, l'unica cosa che io volevo me l'hanno rifiutata...".
Si parlò di raptus, gesto di follia, psicosi di persecuzione..."Mio nipote Cedric era un bravo ragazzo. Ha trascorso con noi le ferie di Natale, era sereno, non aveva pensieri", raccontava Gratien Tornay, nonno di Cedric, nella sua villetta di Saint Maurice, la cittadina del cantone vallese dove il 24 giugno 1974 era nato l'omicida-suicida, in forza alla Guardia Svizzera da tre anni e mezzo. Ma proprio il fatto che quel ragazzone alto un metro e ottanta, ritenuto da tutti gentile e riservato, avesse firmato un vicenda di sangue così clamorosa rendeva il clima ancora più fitto di suspence. E a molti dava adito a pensare che anche le mura vaticane in fondo potessero essere un angolo dell'universo violabile dal Male.
Il comandante Alois Estermann, aveva fama di uomo "serio, semplice, compito, colto, attaccato al dovere". E nella sua carriera era stato molto più di un semplice "angelo custode" che aveva seguito il Pontefice in ben 30 viaggi. Il 31 maggio del 1981 in piazza San Pietro era stato il primo a proteggere con il proprio corpo Giovanni Paolo II, ferito dai colpi di pistola sparati da Ali Agca. Proveniente a Roma dal villaggio svizzero di Gunzwill e da una famiglia di contadini, era arrivato nel 1980, da semplice alabardiere. Quando montava di guardia alla Porta Angelica le turiste se lo mangiavano con gli occhi, tanto era alto, bello e biondo. Ma il suo orgoglio erano le fotografie scattate in occasione dei pellegrinaggi con il Papa, accanto ai potenti della terra, in quanto non c'era foto del Pontefice in cui, silenzioso e appartato come un'ombra, non apparisse anche lui. Allergico agli eventi mondani fuori dall'ufficialità, aveva anche la stoffa del diplomatico e la vocazione del teologo. Il salto al grado di colonnello aveva finito per portarlo al comando delle Guardie Svizzere. Ma formalmente era riuscito a ricoprire solo per poche ore quell'incarico, spezzato dal piombo del vicecaporale. E nel suo tragico destino s'era portato dietro la bella moglie Gladys Meza Romero, originaria di Urica, nona figlia di una media famiglia borghese, plurilaureata, posto di lavoro all'ambasciata del Venezuela presso la Santa Sede, in passato anche modella e donna poliziotto, da 15 anni a fianco di Alois, in una lunga storia d'amore. Proprio il fatto che il vicecaporale Tornay avesse accomunato anche lei in quel gesto di follia esploso per la rabbia di un'onorificenza negata e di presunte ingiustizie, agli occhi dei più diventò la dimostrazione più chiara che la tragedia s'era consumata in un attimo.
L'inevitabile clamore richiamò l'attenzione del mondo sul minuscolo esercito che proprio in quei giorni celebrava il suo anniversario nel ricordo di quell'eroico 6 maggio del 1527 quando, durante il sacco di Roma, 127 guardie svizzere finirono scannate dai lanzichenecchi per coprire la fuga di Clemente VII che attraverso un passaggio segreto fortificato riuscì a mettersi in salvo a Castel Sant'Angelo. C'era dunque un alone di grande storia, sacrifici, leggenda e assoluta dedizione al Papa che accompagnava nei secoli la guarnigione di un piccolo Stato di 440 mila metri quadrati (260 mila coperti), in cui tra religiosi e laici abitavano o continuavano a operare circa 2 mila persone. E l'addestramento si susseguiva solo imparando a maneggiare l'alabarda, quella lancia arcaica da sei chili e lunga due metri da tirare in aria per riprenderla al volo con una mano sola. Quei giovanotti dal pennacchio solitamente di colore rosso che variava secondo il grado e con l'elmo d'alluminio per le udienze private e di ferro per le celebrazioni pubbliche con il Papa, avevano studiato arti marziali, si erano impratichiti nello judo e nel karatè, si erano esercitati con il fucile automatico mirando contro sagome di compensato, avevano studiato tattiche di controspionaggio e ultimato corsi di antiterrorismo. Che importava poi se nella dotazione, oltre alla spada e all'alabarda rimaneva innanzitutto la pistola calibro 9, modello Sig-Sauer, da portare solo durante i turni di notte o i servizi di sicurezza con la divisa blu?
La gloria di cui nel tempo si era coperta la Guardia Svizzera fu sempre tale che sino a qualche decennio fa per le famiglie cantonali era un onore fare arruolare i propri figli come soldati semplici di Sua Santità. Molti erano di origini nobili. Qualche casato, come quello degli Pfyffer von Althishofen, riuscì a fornire al Papato ben 11 undici comandanti e 30 ufficiali. Rigidi regolamenti medievali ressero sino alle soglie del Duemila. E sino al pontificato di Giovanni XXIII il soldato del Papa si genufletteva ogni volta in cui compariva al suo cospetto. Poi arrivarono diverse modernizzazioni ma anche uno sfoltimento degli organici sino a quello attuale, con un centinaio di elementi tra capitano comandante (grado di colonnello), cappellano, 4 ufficiali, 23 sottufficiali, 70 alabardieri e 2 tamburi. Nonostante per l'arruolamento fossero necessari i requisiti di sempre (età tra i 19 e i 30 anni, altezza non inferiore al metro e 74, essere stati battezzati e cresimati, certificato di buona condotta firmato dal parroco), negli ultimi anni la crisi di vocazioni si era sempre più accentuata. La colpa? Un po’ anche degli stipendi mensili irrisori: dal milione 200 mila lire per le reclute, al milione e mezzo per gli alabardieri, ai quattro milioni più alloggio per i comandanti. Vera l'esistenza di vari "fringe benefits" tra i quali forti sconti aerei, il diritto di andare in pensione dopo soli dieci anni, la disponibilità di palestre per il tempo libero, di una taverna detta "Il Bettolino" e di una mensa ben fornita, con vivandiere le suore della Divina Provvidenza di Baldegg (anch'esse dunque svizzere doc!), ma altrettanto vero che i parametri con quanto un giovane poteva guadagnare nella Confederazione da tempo facevano sì che le domande da una parte si assottigliassero e dall'altra vedessero in lizza soprattutto ragazzi mossi dalla fede o dalla tradizione. Il vicecaporale Cédric Tornay era stato tra quelli che aveva coltivato in sé la voglia di fare la guardia del Papa, arruolandosi il primo dicembre 1994. Ed era eccolo lì, cadavere, accanto ai corpi del comandante Estermann e della moglie Glady Meza Romero.
Una suora trova i corpi della guardia svizzera Tornay e delle sue vittime. Subito un comunicato fornisce la versione dei fatti. Ma qualcosa non convince, come in molti intrighi del passato tra le mura del Vaticano.
Toccò a un suora, della quale non si saprà mai l'identità, scoprire i tre cadaveri e dare l'allarme. L'intervento per il trasporto nel vicino obitorio della chiesa di Sant'Anna sarebbe avvenuto manualmente, senza neppure adoperare i tradizionali guanti e le abituali sacche per il trasporto. E prima ancora che partissero le indagini, venne resa nota una versione ufficiale: "Da una prima sommaria ricognizione, è possibile affermare che il comandante Estermann, la moglie e il vicecaporale Tornay sono stati uccisi con un'arma da fuoco. Sotto il corpo del vicecaparale è stata trovata la pistola d'ordinanza del medesimo". Per farla breve, verso le 21 Tormay si sarebbe recato nell'appartamento del nuovo comandante della Guardia Svizzera e "in un momento di follia" avrebbe ucciso i coniugi Estermann, per poi suicidarsi. Solo un'ipotesi? Macché! Un comunicato affermava come il Vaticano avesse "la certezza morale" che i fatti si fossero svolti così.
Alois Estermann era stato promosso comandante della Guardia Svizzera appena 9 ore prima della strage. Tre morti dunque solo per un raptus del vicecaporale, frustrato per qualche mancato riconoscimento? Di certo, anche se il fattaccio s'era svolto in Vaticano e godeva di una sua extraterritorialità, quella notte tra il 4 e il 5 maggio carabinieri ed agenti del Sismi (il servizio segreto militare italiano) si attivarono per sapere cosa fosse realmente accaduto, poco convinti che la vicenda si fosse svolta proprio come accreditava la versione ufficiale. Sul corpo della Guardia Svizzera, pur glorioso e carico di storia e di allori, spesso si giungeva ormai a parlare di crisi. O quantomeno di qualche situazione di disagio sin dal 1970. Hughes de Wurstemberger, un fotografo, era riuscito a superare la selezione e ad arruolarsi per un anno con lo scopo di documentare la vita di caserma. E Bernhard Dura negli anni Ottanta aveva prolungato la ferma di due a quattro anni per poi convertirsi al protestantesimo e scrivere un libro polemico dal titolo: "Non più guardia ma cristiano". Ma gli episodi con nomi e cognomi erano isolati. E allora non restava che vedere il fenomeno anche sotto l'aspetto del costume. Lo sapevate che il termine "nostalgia", da "nostos" (ritorno) e da "algos" (dolore) era stato usato già tre secoli fa per i soldati elvetici? Aveva incominciato ad adoperarlo il 22 giugno del 1688 un giovane alsaziano, tale Johannes Hofer, studente all'Università di Basilea, nella sua "Dissertatio medica de nostalgia": veniva per l'appunto definito "nostalgia" il malessere dei soldati svizzeri che per motivi diversi si allontanavano dai loro villaggi di montagna e si mettevano a inseguire i loro sogni in una città lontana. Finché restava un sentimento dolceamaro, esso corazzava cuore e cervello di sensibilità... e rendeva dolcissimo ogni ritorno per la vacanze. Ma in qualche caso poteva trasformarsi in una vera e propria malattia, persino mortale.
Sarà comunque nostalgia, sarà malessere, sarà che ogni caserma abusa di nonnismi e goliardismi vari, sarà la vita monacale mentre davanti sfilano le tentazioni di una Roma godereccia, fatto sta che pochi anni prima a Castel Gandolfo un alabardiere ubriaco fradicio si era tuffato nudo nella fontana del Bernini, urlando un misto di insulti italiani e tedeschi. Nel 1983 due guardie, nonostante il regolamento prevedesse che dovessero indossare pantaloni lunghi anche in agosto, erano state fotografate in costume sulla terrazza della Torre di Alessandro VI. E nel 1995, per festeggiare lo scudetto della squadra di calcio del loro Cantone, una decina di guardie alticce si erano messe a sfasciare nella notte le auto parcheggiate in piazza Risorgimento. Insomma, neppure la guarnigione all'interno della cinta sembrava vaccinata a rancori e screzi, sino ad esplodere in episodi di violenza. Ma un episodio come quello dei tre morti del maggio 1998 non s'era mai verificato. Inevitabilmente le voci sul malessere superarono per la prima volta le Mura Leonine alimentando spiegazioni e racconti. Si disse, per esempio che, all'interno della guarnigione, gli alabardieri appartenevano simbolicamente a due gruppi: quelli dei "santos" (o degli "abatini", per usare il termine dei romani), i quali amavano le sane ricreazioni, lo studio, la musica classica, le passeggiate portandosi dietro il cliché di soldati modello, e quelli dei "killer", specie di Rambo che alle biblioteche preferivano le discoteche e che compensavano la rigidità dei regolamenti tuffandosi di gran lena nei piaceri della Roma by night.
Stupirsi significherebbe però essere fuori dal tempo e dimenticare vicende del passato. Semmai la tragedia del 4 maggio 1998 riapriva anche capitoli a ritroso di una Roma papale che nei secoli aveva visto anche ben altro. A ripercorrere certi fatti dalla notte dei tempi ad Ali Agca non basterebbe un'enciclopedia. Basti ricordare che nel 974, appena eletto, Bonifacio VII fece strangolare il predecessore Benedetto VI per essere detronizzato meno di un anno dopo e assassinato. Il periodo di Papa Borgia vide tra i nefandi protagonisti il figlio Cesare, il quale fece ammazzare in piazza San Pietro il marito della sorella Lucrezia e gettare nel Tevere il fratello Giovanni. Il cardinale di S. Onofrio votò in ben cinque conclavi, si vantò d'essere stato determinante nell'elezione di un paio di papi ma tutto ciò non gli impedì di fare uccidere un mastro di posta e suo padre, chiudendo gli ultimi giorni tra un carcere e un convento.
E intorno alla metà del secolo scorso, proprio in Vaticano, il cappellaio De Felici tentò di assassinare il Segretario di Stato, cardinale Antonelli. Anche il succedersi di antichi fatti di sangue e di tanti vecchi intrighi era la dimostrazione di come nulla fosse riuscito nei secoli a fermare il cammino della Chiesa di Roma, insostituibile guida per oltre un miliardo di cattolici sparsi nei cinque continenti. E che importava anche il fiorire di voci su intrighi e misteri? Proprio a vent'anni dalla scomparsa di Giovanni Paolo I, il cardinale brasiliano Aloisio Lorscheider rilanciava qualche sospetto persino sulla sua morte in un'intervista a "Trenta Giorni", il mensile diretto da Giulio Andreotti. Albino Luciani aveva regnato solo 33 giorni, dal 26 agosto al 28 settembre 1978. Le fonti ufficiali avevano dichiarato che era stato stroncato da un attacco cardiaco fulminante. Non era stata fatta l'autopsia poiché il collegio dei cardinali si era rifiutato di autorizzarla. E il Segretario di Stato Jean Villot aveva dichiarato che Luciani aveva gravi problemi di circolazione trascurati. Per il cardinale Lorscheider invece Luciani non era malato: "Lo dico con dolore: il sospetto rimane nel nostro cuore, è come un'ombra amara, un interrogativo cui non è stata data piena risposta". Ma si era anche trattato di voci, chiacchiere, indiscrezioni in libertà, sulle quali si erano succedute innanzitutto strumentalizzazioni e speculazioni che non avevano fatto inciso sul prestigio del Vaticano, né avevano intaccato la sua storia.
E quel doppio omicidio-suicidio del 4 maggio 1998 era oltretutto una storia che non c'entrava affatto con la Chiesa, con la sua struttura, con il carisma dei suoi stessi organici. Però non ci si poteva non chiedere coma mai un bravo vicecaporale, in un amen, da bravo ragazzo fosse diventato sterminatore di un bravo comandante e della sua brava moglie. Forse la causa era da identificarsi in un intreccio sentimentale? "Assolutamente da escludere - precisò ancora la versione ufficiale - Conoscevamo i coniugi Estermann: erano una coppia modello e il fatto che non avessero figli non era importante poiché entrambi si dedicavano a opere di carità. E' stato un gesto di follia, un improvviso raptus del vicecaporale Tornay". Ma ecco che Valeria, 22 anni, impiegata in uno studio grafico, ultima fidanzata del vicecaporale, non faceva che ripetere: "Cedric era così allegro, pieno di vita, rideva sempre. Non posso credere che abbia voluto uccidere". Si erano lasciati un mese prima ma erano rimasti amici. Le aveva telefonato quella mattina invitando lei e altri amici a una festa, proprio per quella sera, in camera sua, visto che una volta l'anno era permesso. Invece della festa, ecco invece una stanza del Vaticano trasformarsi in camera della morte. Ma anche per Alois Estermann e la moglie Gladys i ricordi e gli encomi si sprecavano: "Erano come due gocce d'acqua, persone insomma che avevano qualcosa in più rispetto agli altri".
Il caso viene archiviato dalla giustizia vaticana per la morte dell'omicida. La dietrologia però si scatena. Si parla di un bossolo mancante e di una lettera mai consegnata. E dell'ultima telefonata di Tornay.
Fedeltà, diligenza e riservatezza sono stati da sempre i pilastri della giustizia in Vaticano. I giudici della Santa Sede hanno continuato a prestare giuramento con un rito antico. Una vera struttura giudiziaria, modellata su quella italiana e con pochissime differenze, nacque solo all'indomani dei Patti Lateranensi nel 1929. L'assetto prevedeva un tribunale di prima istanza composto da tre giudici, competente per cause penali e civili, con la possibilità di presentare ricorso al Tribunale della Rota. Fu Pio XII che nel 1946 modificò l'assetto istituendo la figura del Giudice Unico e aggiungendo una Corte d'Appello e una Cassazione di soli cardinali. Poi nel 1987 il segretario di Stato Agostino Casaroli fece aggiornare lo schema, specificando per esempio che il Giudice Unico, nominato dal Papa, deve essere cittadino vaticano. E il segreto d'ufficio restava tra i cardini di quel giuramento.
Circa i "tre morti in Vaticano", il 5 febbraio 1999, il Giudice Istruttore del Tribunale dispose "l'archiviazione degli atti" , accogliendo quindi la tesi del Promotore di Giustizia il quale aveva chiesto " il non doversi procedere l'azione penale" poiché era giunto alla conclusione che i coniugi Esterman erano rimasti uccisi dal vicecaporale Cèdric Tornay, il quale subito dopo si era tolto la vita. E per dimostrare come l'indagine fosse stata svolta con rigore e pignoleria, venne sottolineato come prima del verdetto di archiviazione fossero stati portati a termini numerosi atti, tra cui "dieci perizie necroscopiche, anatomo-istopatologiche, tossicologiche, balistiche, grafiche e tecnico-telefoniche affidate a illustri specialisti; cinque rapporti di polizia giudiziaria affidati all'ispettore generale del Corpo di Vigilanza; trentotto audizioni di persone informate sui fatti; numerose richieste di informazioni e rapporti a uffici pubblici dello Stato della Città del Vaticano e della Conferenza episcopale svizzera, nonché diversi servizi fotografici e rilievi tecnici".
Caso chiuso dunque? Per le cronache sì. Per la dietrologia invece tanti strascichi mai cancellati, al punto che le "Kaos Edizioni" subito dopo l'archiviazione ci hanno anche fatto un libro dal titolo "Bugie di sangue in Vaticano - Il triplice delitto della Guardia Svizzera", a firma di un gruppo di ecclesiastici e di laici, racchiusi dalla sigla "Discepoli di verità", i quali - secondo una nota di precisazione - hanno ritenuto di non poter più avallare, con il loro silenzio la verità ufficiale", muovendosi "in quanto credenti e secondo l'imperativo dell'Ottavo Comandamento". Ma al di là dello stesso libro-dossier, molti dubbi e interrogativi hanno continuato a rincorrersi dalla stessa sera della tragedia. Per esempio: se la pistola d'ordinanza del vicecaporale sparò cinque colpi, come mai nella stanza vennero trovati quattro bossoli? E se fosse vero che al momento degli spari il comandante Estermann stava parlando al telefono con qualcuno, chi era e che incarico ricopriva questo presunto "testimone acustico"? L'ufficiale sarebbe stato colpito da due proiettili, la moglie da uno solo. E il vicecaporale si sarebbe poi sparato con un colpo in bocca. Ma ammesso che i colpi dunque furono effettivamente quattro e non cinque, come mai il corpo dell'omicida-suicida sarebbe stramazzato a terra bocconi sulla pistola nel frattempo caduta? Insomma, non sarebbe stato più plausibile che stramazzasse all'indietro anziché in avanti?
In Svizzera, una delle prime reazioni di Mèlinda Tornay, sorella del vicecaporale, si rivelò improntata a toni di questo tipo: "Penso che il Vaticano non ci dirà mai tutta la verità. I giornali parlano di una lettera che Cèdric ci avrebbe scritto per spiegare tutto, ma noi familiari questa lettera non l'abbiamo mai vista, non ne sappiamo niente, nessuno ci dice niente. Noi vogliamo vedere questa lettera...Abbiamo sentito dalla radio che è stata organizzata per le prossime ore una cerimonia funebre, ma nessuno da Roma ci ha avvertiti...". Le esequie dei due coniugi si tennero la mattina del 6 maggio nella chiesa dei santi Martino e Sebastiano. Il giorno dopo, per il rito funebre del vicecaporale, il colonnello Roland Buchs, fatto tornare in Vaticano per prendere ad interim il comando delle Guardie Svizzere, ordinò che la salma venisse vestita con l'alta uniforme e che le venissero resi gli onori militari da un picchetto di 40 alabardieri. Ma Cèdric Tornay era ritenuto assassino-suicida, insomma quasi un traditore in quanto soldato, forse dunque il colonnello Buchs era tra quelli che restavano scettici davanti alla "verità" diffusa dai comunicati ufficiali? E alla fine le tre bare non solo finirono per trovarsi nella stessa camera ardente, ma Muguette Baudat, cioè la madre del vicecaporale, gli anziani genitori del colonnello Estermann e una sorella della moglie, prima si scambiarono un segno di pace, poi si abbracciarono. Solo un perdono cristiano oppure anche tra di loro non c'era l'effettiva convinzione che la vicenda si fosse svolta così come veniva accreditata?
Muguette Baudat sin dal primo momento non accettò l'ipotesi che il figlio potesse aver sparato per certe punizioni che gli erano state inflitte dal comandante, che ai suoi occhi si sarebbe reso anche colpevole di avergli negato una medaglia al merito. E arrivava ad arrabbiarsi non appena si chiamavano in causa affaticamento e stress. Giurava che quel giorno il figlio era serenissimo, che al telefono le aveva comunicato d'aver trovato un posto in una banca svizzera, che la notizia della sparatoria l'aveva dunque lasciata letteralmente senza parole, che dal Vaticano le era giunto l'invito a non recarsi a Roma per vedere la salma perché il colpo alla bocca l'aveva ridotta in uno stato pietoso, che alle sue insistenze avevano evocato il troppo caldo e lo stato di decomposizione come se lei non sapesse dell'esistenza delle celle frigorifere e davanti alla sua irremovibilità si era giunti a dirle che gli alberghi erano pieni e che era praticamente impossibile trovarle un posto...
E invece, cocciuta e irremovibile, eccola a Roma. Durante la funzione, sulla soglia sarebbe stato visto un affranto sacerdote francese, tale "padre Ivano", presunto padre spirituale del vicecaporale, il quale avrebbe detto a un giornalista che intorno alle 20.30 di quel tragico 4 maggio la segreteria telefonica del suo cellulare aveva registrato la voce di Tornay che gli chiedeva una sorta di aiuto, senza però specificarne il motivo. A suo avviso insomma anche il vicecaporale sarebbe caduto in una trappola e ora pure lui, in quanto latore di questo sospetto, correva grave pericolo. Solo disinformazione quella di "padre Ivano" con inevitabile riflesso di paura sulla sua incolumità? Tra le voci c'era però anche quella secondo cui non erano mancati ostacoli alla promozione di Estermann a comandante delle Guardie Svizzere. Semplice il motivo:l'ufficiale era ben visto dall'Opus Dei. Il fatto dunque che salisse al vertice di quanti controllavano il Palazzo apostolico e seguivano tutti i movimenti del Santo Padre, poteva tradursi in un'ulteriore crescita del potere dell'Opus Dei all'interno del Vaticano. Ma ad accrescere l'atmosfera di suspence c'era anche dell'altro. Per esempio, mentre nella cittadella pontificia si celebravano i funerali, in Germania il quotidiano "Berliner Kurier" usciva con una notizia che aveva del sensazionale: Alois Estermann, forse coperto dal nome in codice "Werder", sarebbe stato un informatore della Stasi, la polizia segreta della ex Germania dell'Est! Subito sdegnata e vibrante la reazione della Santa Sede: "Sono tutte bugie. E' un'assoluta falsità che non merita neppure di essere presa in considerazione".
Che in effetti si trattasse di una bufala fu convinzione generale e non ebbe alcuna eco. Solo l'ammiraglio Fulvio Martini, capo del Sismi dal 1984 al 1990, parlò di "ipotesi possibile" e spiegò che "in quegli anni i servizi segreti di Germania Est, Polonia e Cecoslovacchia erano interessatissimi a tutto quello che succedeva in Vaticano". E il Sismi sapeva "che il Vaticano sospettava la presenza di una spia al proprio interno". Il che non voleva però affatto dire che si trattasse di Estermann, ritenuto da sempre devoto alla Santa Sede e per sua natura estraneo a ruoli ambigui di doppiogiochismo. Comunque in molti ambienti italiani l'ipotesi che l'integerrimo Estermann potesse essere stato vittima di "un complotto" per mantenere inalterati equilibri di potere che correvano il rischio di essere minati dalla sua nomina a comandante delle Guardie Svizzere, ricorse in ripetute occasioni.
E venne anche alimentata dalla stessa Muguette Baudat, convinta che il figlio, forse di guardia alla stanza dei due coniugi, potesse essere rimasto vittima incolpevole e occasionale di vero e proprio "complotto" contro il comandante. Cosicché l'archiviazione del "caso" da parte degli inquirenti della cittadella pontificia non solo suscitò nella donna molto malumore, ma la indusse a rilanciare la possibilità di controperizie e a parlare di due "importantissimi documenti" che aveva messo al sicuro in banca. Insomma, secondo la donna "in Vaticano c'è qualcuno in grado di spiegare la verità sulla strage ma questo qualcuno è scomparso": ecco il perché,a suo dire, di pressioni e avvertimenti per indurla a tacere. Anche qui solo l'esasperazione del dolore di una madre? Ecco infatti la replica del Vaticano: "Comprendiamo il dolore della madre, ma le risultanze dell'inchiesta sono quelle che sapete. I fatti sono stati accertati,la realtà non si può cancellare. Il suo dolore è comprensibile e va rispettato, così come va rispettato il dolore molto silenzioso e molto dignitoso delle famiglie dei coniugi Estermann......"
La famiglia Estermann chiede la fine delle voci e il rispetto del loro dolore. Per un altro mistero irrisolto. Anche se qualcuno dice ancora che il killer, Cedric Tornay, era stato appositamente "suicidato".
L'archiviazione ufficiale dell'inchiesta portò le famiglie Estermann e Meza Romero a rivolgersi ai mezzi di comunicazione affinché venisse rispettato il loro dolore, rifiutando di polemizzare "con quanti hanno lanciato una valanga di insinuazioni infamanti e di calunnie, il cui risultato è stato solo di creare una grave confusione nell'opinione pubblica e soprattutto di rendere ancor più profonda la nostra sofferenza". E l'appello offriva anche l'occasione per respingere "categoricamente le informazioni apparse su aspetti morali della vita" dei due coniugi e per rifiutare " i minimi sospetti su presunte ipotesi o fomentate storie d'amore o di spionaggio con le quali si è voluto macchiare Alois Estermann, impegnato solo nel servizio della Chiesa e nel compimento fedele della sua missione, vissuta come vocazione...". Insomma, "con informazioni capovolte o inventate si riesce solo a sconvolgere la società. Rafforzando al tempo stesso un mercantilismo scandaloso e dando luogo a manifestazioni di pessimo gusto, poiché si trae profitto dalla morte di persone oneste e degne". E lasciando intravedere "una realtà nascosta all'interno di alcune ipotesi", le famiglie sottolineavano che "l'unico obiettivo è colpire non solo le persone, ma anche la Chiesa cattolica e le sue istituzioni...". E nell'uscire definitivamente di scena, chiedevano con fermezza "che tacciano una volta per tutte le voci prive di scrupoli che invece di ridare speranza, desiderio di vivere e di lottare, non fanno che seminare depressione, delusione, sfiducia e tristezza".
Atteggiamento comprensibile nel respingere voci e calunnie. Non solo: parole pronunciate con grande coerenza, evidente sincerità e assoluta buonafede da parte due famiglie irreprensibili che si erano viste colpire nei loro affetti e per le quali ogni voce e ogni brandello di ipotesi al di fuori della ricostruzione e delle conclusioni cui era pervenuta l'inchiesta, non faceva che provocare in loro ulteriore dolore. Ma ognuno doveva pur fare il suo mestiere. E allora come non vedere in quei tre morti in Vaticano qualcosa che comunque sfuggiva alla logica e che si trascinava dietro più di un velo di mistero?
D'altronde Alois Estermann non era una guardia svizzera qualsiasi, era appena diventato il comandante del Corpo. E non solo aveva seguito tutti i viaggi del Pontefice, ma quel 13 maggio 1981, quando Giovanni Paolo II era stato ferito da Alì Agca in piazza San Pietro, i giornali lo avevano accomunato tra gli "eroi" che si erano catapultati verso la jeep, pronti a far scudo contro quel presunto e misterioso commando di attentatori. E di quel pomeriggio intorno alle 17 era rimasta anche una foto che per l'appunto ritraeva Estermann accanto al Pontefice ferito. Il 27 ottobre 1982 ecco la promozione a capitano. E nell'aprile 1983 quella a maggiore, con la dispensa a potersi sposare, pur non avendo ancora ultimato i cinque anni di servizio richiesti dal regolamento. Il rito civile era stato celebrato il 7 marzo 1984 a Urica, in Venezuela, ma quello religioso due mesi prima aveva avuto l'imprimatur a Roma nientemeno che del vescovo venezuelano Josè Rosalio Castillo Lara, in piena scalata di potere, ritenuto in buoni contatti per ragioni di apostolato con alcune logge massoniche, impegnatissimo altresì nella carica di Pro-presidente della Pontifica commissione per le revisione del Codice di Diritto Canonico. Sarebbe infine persino puerile dimenticare che erano gli anni in cui le finanze vaticane, dopo la "cura Sindona" erano passate alla "cura Calvi" e che c'erano già tutte le avvisaglie di quel crack, ben oltre lo stesso Ior-Ambrosiano, in cui si sarebbe contata una voragine di quasi 4 mila miliardi di lire.
Al di là dunque della straordinaria bravura, delle ottime referenze e del comportamento cristallino di Alois Estermann, chi può escludere che proprio da uomo ligio ai regolamenti, avesse incominciato ad annusare o fors'anche a respirare un'atmosfera che non lo lasciava proprio tranquillo? E possiamo mai credere che non conobbe personaggi potenti come monsignor Marcinkus? Vero che in quel 1998 in cui Estermann avrebbe assunto il comando delle Guardie Svizzere quelle nubi addensatesi sul Vaticano intorno agli anni Ottanta si erano completamente dissolte, ma è altrettanto vero che a Estermann era stato comunque impossibile non intravederne e leggerne alcune anche nei periodi in cui era stato prima capitano, quindi maggiore, infine sposo felice. E poi forse che, anche sul fronte estero, i coniugi Estermann non avevano avuto modo di intrattenere ottimi rapporti politico-finanziari, diplomatico-militari per esempio in Austria, in Liechtenstein (con i membri della famiglia regnante, molto vicina all'Opus Dei), in Svizzera, in Francia, in Germania? E quale ufficiale della Guardia Svizzera, forse che non era routine, anche per sacrosante ragioni di servizio e di immagine, incontrare periodicamente addetti militari di varie ambasciate estere in Italia?
Tra i particolari apparentemente insignificanti ma strategicamente interessanti, non dimentichiamone però uno: i coniugi Estermann crebbero in splendore e considerazione tra le mura vaticane e altrove sino a quando il loro padre putativo e padrino monsignor Rosalio Castilio Lara (ottenne poi la porpora nel 1985) incalzò in potere diventando uno dei pupilli dell'allora Segretario di Stato cardinale Agostino Casaroli e impadronendosi delle maggiori leve amministrative della cittadella pontificia. E poiché la scalata di Castilio Lara fu consistente e prolungata con incarichi vari (membro della Segnatura apostolica, presidente dell'Amministrazione del patrimonio e in sostanza "ministro del Tesoro" e capo supremo di tutte le finanze vaticane), di riflesso i coniugi Estermann, i quali comunque sfoggiavano vera bravura, intelligenza e tanto savoir faire, vissero anni splendidi e sereni, dedicandosi oltretutto a molte iniziative di solidarietà e cultura. Ma non appena la stella di Sua Eminenza Castilio Lara incominciò a declinare già con l'avvento del cardinale Angelo Sodano alla Segreteria di Stato, anche i coniugi Estermann sembrarono trovarsi senza santo protettore. Però l'ufficiale aveva ormai altri appoggi solidi. E comunque, a dar retta a quanto si raccontava, c'era sempre l'Opus Dei che lo sponsorizzava quale nuovo comandante delle Guardie Svizzere. Che poteva lui saperne di eventuali scontri di potere pronti a scatenarsi al di fuori delle Sacre Mura per invisibili motivi strategici? E perché anche l'Opus Dei, pur così ricca di storia e di benemerenze, non doveva dunque avere i suoi avversari, ai quali non era certo gradito vedere quell'uomo "primo guardiano" del Soglio Pontificio? Sicuramente è stata solo una dannata coincidenza, ma occhio alle date: il 4 settembre 1997 il cardinale Lara, raggiunti i 75 anni d'età, si congedò dalla Santa Sede. E poiché non risultò che avesse ottenuto, o quanto meno avesse chiesto proroghe di sorta, a novembre se ne tornò in Venezuela. Il 4 maggio 1998, la strage in Vaticano, i tre morti. Abbiamo visto in che scenario, ma relativamente ai numeri, e per l'appunto alle coincidenze, la morte di Alois Estermann avveniva nove ore dopo essere stato nominato comandante e sei mesi dopo la partenza per Caracas del suo patron con la porpora, il quale era rimasto così legato alla coppia da richiederne immediatamente il trasporto e il seppellimento delle salme in Venezuela. Quel 4 maggio l'ufficiale non aveva certo l'aria di uno che doveva morire. Due giorni prima si era recato "Da Andrea" in via Plauto, il suo barbiere, manifestando la propria soddisfazione per la nomina, poi aveva pranzato "Da Marcello", in via di Borgo Pio ed era sereno e rilassato. E la stessa sera del 4 i due coniugi avevano stabilito di cenare con amici e parenti all'Hotel Columbus, di via della Conciliazione. Li aspettavano alle 21. Ma non sarebbero mai arrivati. Il vicecaporale Cèdric Tornay era di guardia in servizio straordinario nell'androne d'ingresso della palazzina vaticana, dov'era riunito uno dei Gruppi di lavoro linguistici del Sinodo dei vescovi. Il piantonamento sarebbe dovuto terminare intorno alle 19. Ma dopo?
Nel dossier "Bugie di sangue in Vaticano" dei cosiddetti "Discepoli di Verità" si legge testualmente: "In Vaticano c'è chi sostiene che il vicecaporale Tornay sarebbe stato aggredito alla fine del servizio, pochi minuti prima delle 19 e trascinato in divisa e armato della pistola d'ordinanza, in quello scantinato nel quale gli aggressori erano penetrati dall'accesso situato verso la Porta di Sant'Anna. Tornay sarebbe poi stato "suicidato" nel locale sotterraneo con una pistola silenziata calibro 7. E la sua arma di ordinanza utilizzata per uccidere i coniugi Estermann nel loro appartamento. Successivamente il corpo di Tornay sarebbe stato trasportato nell'abitazione degli Estermann per allestire la messinscena dell'omicidio-suicidio. I killer avrebbero poi lasciato lo stabile attraverso il locale sotterraneo. Le due testimonianze di un sergente e di un caporale senza nome secondo le quali Cèdric Tornay sarebbe stato visto intorno alle 20,59 in abiti civili recarsi verso la palazzina, sarebbero fasulle. Né risulta che l'inchiesta vaticana abbia effettuato alcun tipo di rilevamento investigativo all'interno dello scantinato dell'edificio....". E ancora: "In Vaticano si mormora che Alois e Gladys Estermann e Cèdric Tornay la sera del 4 maggio 1998 sono stati uccisi da un commando formato da un killer spalleggiato da due complici. Si dice che qualcuno il commando l'ha visto, ma non lo testimonierà mai". Insomma, ecco il vicecaporale nel ruolo di "ideale copertura" per addossargli il duplice omicidio e impedire indagini a vasto raggio. Ma andò così? Sappiamo che l'inchiesta ufficiale ha escluso categoricamente ogni intervento di esterni. E sappiamo a quali conclusioni è arrivata ribadendo l'assoluta certezza che si è trattato di duplice omicidio e di suicidio senza contorno di altri retroscena. Ma al di là dell'archiviazione argomentata in corposi documenti, come pensare che, trattandosi di tre morti senza testimoni, si dissolvessero del tutto certe voci e che sull'intera vicenda non sopravvivessero almeno sprazzi di mistero?
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I RAPPORTI INTERNAZIONALI
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Autore (Obbligatorio) Monday, Aug. 16, 2004 at 6:41 PM |
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Lo studio dei rapporti internazionali della Loggia P2 e dell'attività di Licio Gelli in tale contesto non può che essere di circoscritte dimensioni in considerazione della difficoltà, per non dire della impossibilità, per la Commissione, di indagare su queste situazioni che trovano sviluppo al di fuori delle frontiere nazionali. Né si può sottacere che la presenza di Licio Gelli in paesi stranieri non ha lasciato praticamente traccia, con riferimento evidentemente al periodo antecedente al sequestro di Castiglion Fibocchi, presso gli archivi delle nostre ambasciate, nonostante di essa esistano numerose ed autorevoli testimonianze che tutte convergono ad indicare l'intrinseca dimestichezza di questo cittadino italiano con personaggi stranieri di altissimo livello politico. Muovendo da queste premesse, la Commissione è in grado di affermare, in base ai documenti ed alle testimonianze in suo possesso, che il rilievo dell'attività internazionale del Maestro Venerabile è di segno certamente non inferiore a quello della sua presenza italiana, anche se l'analisi di questo versante della sua personalità non può essere in pari modo approfondito per le oggettive ragioni già indicate. Si pone in primo luogo, come dato di sicura constatazione, che Licio Gelli pervenne ad inserire l'organizzazione da lui guidata in più ampio contesto organizzativo di respiro internazionale. Rilievo questo che si pone del resto in armonia con la natura in certo qual senso internazionale della massoneria, la quale, come abbiamo già rilevato, aspira a porsi e concretamente si muove come un'organizzazione che, assumendo a sua base premesse filosofiche di portata generale, tende a stabilire legami fra gli affiliati che travalicano le frontiere. Nell'ambito di questa dimensione sovranazionale, Licio Gelli appare interessato a due iniziative la cui esistenza è documentata in modo certo. La prima è la cosiddetta Loggia di Montecarlo, per la cui esistenza la Commissione è in possesso di scarsi, ma inequivocabili elementi documentali. E’ agli atti un modulo di iscrizione (le indicazioni sono in tre lingue e cioè nell'ordine: inglese, francese ed italiano), per un Comitato esecutivo massonico che aveva sede nel Principato di Monaco e che dal contestuale riepilogo delle finalità associative risulta porsi come una sorta di organizzazione di livello superiore rispetto alle tradizionali strutture massoniche. La finalità reale dell'organismo traspare dal documento, pur condito dagli abituali generici richiami a superiori motivazioni, nel quale è dato leggere: "...scopo è quello di realizzare...una forza di governo universale..." ed ancora: "...La Massoneria è l'organismo più qualificato a governare, perciò se non governa manca alla sua vera ragion d'essere...". Schede di iscrizione già compilate e corrispondenza agli atti dimostrano che il Comitato di Montecarlo ebbe pratica attuazione, superando la fase progettuale; ma non ci è dato di sapere quale consistenza esso venne a raggiungere. In sede interpretativa si può affermare che esso si pose certamente come un momento qualificante dell'operazione piduista; e particolare interesse suscita la circostanza che ad esso Licio Gelli pose mano in quel periodo, alla fine degli anni Settanta, che abbiamo indicato come contrassegnato da un inizio di incrinamento del potere del Venerabile Maestro. In questa prospettiva l'iniziativa di creare una organizzazione posta a ridosso dei confini nazionali, ma al di fuori della portata delle autorità italiane, potrebbe inserirsi come elemento di arricchimento e conferma al quadro delineato. Altra iniziativa di respiro internazionale è quella dell'ONPAM, una istituzione a carattere sovranazionale rivolta con particolare riferimento ai paesi dell'America latina, la cui esistenza è documentata in modo certo e il cui significato appare, allo stato degli atti, ancor più difficile da interpretare. La Commissione è in possesso di una tessera intestata a Roberto Calvi, rilasciata nel 1975 e sottoscritta da Licio Gelli in qualità di Segretario. Si ha inoltre notizia che al Gamberini era stato affidato il compito di tenere i contatti tra l'organizzazione ed il Grande Oriente. Risulta che di questa organizzazione esiste ampia documentazione nel materiale sequestrato presso la villa uruguaiana di Licio Gelli e certo la sua conoscenza aprirebbe squarci di notevole interesse su tutta la vicenda della Loggia P2, la cui dimensione internazionale, una volta conosciuta in modo meno sommario, consentirebbe una valutazione più completa del valore politico di questa organizzazione, che del resto era stato intuito dall'ispettore Santillo nella sua terza nota informativa. Appare infine dalla documentazione che il Venerabile della Loggia P2 godeva egli stesso di un prestigio internazionale proprio nell'ambiente massonico. Non solo egli era infatti tramite dei rapporti tra la massoneria italiana e quella argentina, ma già nel 1968 appare accreditato presso il Grande Oriente quale garante di amicizia di una loggia estera, elemento questo che conferma la precocità della carriera massonica di Licio Gelli, ampiamente analizzata nel capitolo primo. L'attività personale di Licio Gelli del resto appare sicuramente documentata come ampiamente proiettata fuori dell'Italia, attraverso una fitta rete di contatti, anche esterni alla massoneria, tutti di alto livello per il rango delle personalità con le quali il Venerabile intratteneva rapporti. In questo senso l'epistolario rinvenuto apre uno spaccato, parziale ma efficace, delle relazioni che Licio Gelli intratteneva con un’opera di continuo contatto e costante aggiornamento; ne emerge il ritratto di un accorto professionista nell'arte dei rapporti sociali, comunque non certo confinabile all'interpretazione di uno spregiudicato arrampicatore sociale, come dal tono generale delle lettere si evince in modo non equivoco. L'ambito di interessi di Licio Gelli appare in questo panorama rivolto eminentemente ai paesi d'oltre Atlantico. Sicure e documentate sono le relazioni di Gelli con i paesi del Sudamerica ed in particolare l'Argentina, paese nel quale egli era in relazione con l'ammiraglio Massera, ma soprattutto con Peron e il suo entourage, nel quale grande rilievo aveva Lopez Rega, interessato anch'egli alla iniziativa dell'ONPAM. Giancarlo Elia Valori(1), iscritto alla Loggia P2 e da questa espulso, ha testimoniato di aver ricevuto una confidenza del Presidente Frondizi, che si domandava quale ruolo un privato cittadino svolgesse per i Servizi segreti italiani ed argentini. In proposito di estremo interesse è la deposizione del generale Grassini, Direttore del SISDE, il quale davanti alla Commissione ha dichiarato: "...Non avevamo nessun rapporto con i Servizi dell'America latina...Sapendo bene che Gelli aveva grandissime possibilità per quanto riguarda l'Argentina, gli chiesi se mi poteva mettere in contatto con gli argentini. Egli aderì a questa richiesta e l'indomani mattina puntualmente il Capo del Servizio argentino in Italia, all'Ambasciata argentina in Italia, si presentò nel mio ufficio, dicendosi pronto a collaborare per qualsiasi cosa. Da quel momento nacque un contatto perenne e continuo tra il nostro Servizio e il Servizio argentino, che si impegnò anche a fare da tramite tra noi ed i Servizi degli altri paesi dell'America latina dove erano stati segnalati dei fuoriusciti, fu impostato quindi un sistema idoneo per la ricerca di questi fuoriusciti". Si ricorda al proposito che Gelli ricopriva un incarico ufficiale presso l'Ambasciata argentina in Italia in qualità di consigliere economico e in tale veste intratteneva rapporti con autorità italiane, in particolare in occasione di visite di Stato. Altra importante direttrice degli interessi di Licio Gelli è costituita dagli Stati Uniti, per ì quali appare accertato un solido legame con Philip Guarino in relazione alla vicenda Sindona. Gelli si mette a disposizione di Guarino, membro del comitato organizzatore della campagna elettorale del Presidente Reagan, e da questi viene invitato all'insediamento del nuovo Presidente americano. Certo è che, come la vicenda degli affidavit raccolti in favore di Sindona ampiamente dimostra, Licio Gelli era in contatto con gli ambienti politici e finanziari che costituivano il retroterra del finanziere siciliano con una rete di rapporti di livello altamente qualificato. La componente affaristica, assolutamente da non sottovalutare nella interpretazione del personaggio Gelli, non gli impediva peraltro di avere contatti con la Romania, paese con il quale l'azienda di Gelli aveva instaurato un importante rapporto di collaborazione produttiva. Gli elementi esposti, pur nella loro sommarietà, consentono alla Commissione di affermare che la dimensione del personaggio Gelli, sotto il profilo indagato, è certamente di peso non minore rispetto a quello pure rilevante già documentato con riferimento al nostro Paese. Se l'articolazione dei rapporti e delle conoscenze è necessariamente conosciuta, allo stato degli atti, in modo sommario, quello che appare sicuro in questo contesto è non solo il rilievo assunto dal Venerabile della Loggia P2, ma soprattutto, oltre la dimensione affaristica pur rilevante, il valore politico indubitabile che le relazioni intrattenute denunciano.
NOTE:
Uscito indenne dalla tempesta della P2, ricoprirà incarichi importanti nell’amministrazione pubblica, fino a diventare presidente della Società Autostrade. (La nota è nostra)
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1973
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compagno scapestrato Monday, Aug. 16, 2004 at 6:43 PM |
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1973
Febbraio Isabelita Peron e Lopez Rega sono in visita in Italia per favorire il ritorno di Peron in Argentina. Si incontrano con Giancarlo Elia Valori e Licio Gelli. Impegnati nel perorare la causa è anche l'estrema destra, in particolare l'ex segretario del PNF, Carlo Scorza e Claudio Mutti 3 Febbraio Nuove nomine ai vertici delle forze dell'ordine: Efisio Zanda Loy è il nuovo capo della polizia e Enrico Mino è il nuovo comandante dei carabinieri Marzo Vengono riunificate le due osservanze massoniche italiane, quella di Palazzo Giustiniani e quella di Piazza del Gesù che erano separate da 65 anni.
Brano tratto dal libro di Roberto Fabiani, "I Massoni in Italia"
La Gran Loggia d'Italia ci scrive.. 12 Marzo Peron, dopo la vittoria del suo partito alle elezioni rientra dall'esilio. I militari vengono convinti della necessità dell'operazione da Carlos Suarez Mason, iscritto alla loggia P2 di Licio Gelli, capo del I corpo di armata e comandante del distretto militare di Buenos Aires 7 Aprile Nico Azzi, iscritto al MSI, rimane ferito per l'esplosione di un detonatore mentre sta innescando una bomba ad alto potenziale in una toilette del treno Torino-Roma. Le successive indagini porteranno alla condanna per strage di un gruppo di neonazisti di Milano che pubblica il giornale "La Fenice" (vicino alle posizioni di Ordine Nuovo, da poco rientrato nel MSI), di cui era leader Giancarlo Rognoni 12 Aprile Durante una manifestazione neofascista, due iscritti al MSI, Vittorio Loi e Maurizio Murelli lanciano bombe a mano SRCM contro la polizia e uccidono l'agente Antonio Marino 13 Aprile Fallisce, a causa di un incidente, un tentativo di strage sul diretto Torino-Roma. Dell'attentato avrebbe dovuto essere incolpata la sinistra rivoluzionaria (erano già pronti i volantini di rivendicazione), ma i veri autori vengono identificati e risultano iscritti al MSI 14 Aprile Vittorio Loi, nel corso di un interrogatorio confessa l'esistenza di un piano preordinato per creare disordini e fa i nomi degli organizzatori, successivamente però ritratta tutto 15 Aprile Il presidente del Consiglio, Andreotti parte per un lungo viaggio negli USA e in Giappone. A New York elogia Michele Sindona, definendolo "salvatore della lira" 26 Aprile Muore il generale De Lorenzo 27 Aprile Affidata al giudice istruttore Guido Salvini, per individuare i mandanti e sulle provenienza delle bombe a mano SRCM lanciate contro la polizia da Vittorio Loi e Maurizio Murelli nella manifestazione del 12/4/1973. 15 Maggio Avvisi di garanzia per Guido Giannettini e Guido Paglia, giornalisti di destra rientrati nelle indagini su piazza Fontana. Il primo si rivelerà un agente del SID 17 Maggio Gianfranco Bertoli , sedicente anarchico (in realtà ha fatto parte dell'organizzazione Pace e Libertà e fa parte di Gladio) proveniente da Israele, compie una strage davanti alla questura di Milano nell'anniversario dell'uccisione del commissario Calabresi, lanciando una bomba a mano sulla folla che esce da una cerimonia presieduta dal ministro dell'interno Rumor, Il bilancio è di 4 morti e 52 feriti
Michele Sindona tenta di aumentare il capitale della Finambro da un milione a 160 miliardi, ma l'operazione viene bloccata dall'opposizione del ministro La Malfa e di molti finanzieri di area laica. E' l'inizio della fine di Sindona 11 Luglio Scoperti 11 chili di dinamite su un binario ferroviario, nei pressi di Nuoro, poco prima del passaggio di un treno di pendolari 5 Settembre Guido Giannettini e Massimiliano Fachini vengono incriminati per la strage di Piazza Fontana Ottobre Viene scoperta l'organizzazione segreta della Rosa dei Venti, che punta ad attuare un colpo di stato in 6 fasi di cui la quarta è rappresentata dall'intervento militare e la quinta dalla fucilazione di alcuni ministri, parlamentari socialisti e comunisti, dirigenti della sinistra, vecchi comandanti partigiani, in tutto 1.624 persone, è programmato inoltre l'avvelenamento di acquedotti con uranio radioattivo. Secondo una confessione raccolta dai magistrati la Rosa dei Venti è composta da 20 organizzazioni fasciste e gruppi clandestini di militari e al suo vertice ci sono ben 87 ufficiali superiori, rappresentanti tutti i corpi militari e tutti i servizi di sicurezza italiani. Dell'organizzazione risulta far parte anche Gianfranco Bertoli 1 Ottobre Undici candelotti di dinamite vengono scoperti sotto un ponte della ferrovia Napoli-Roma 12 Novembre Primi arresti, a La Spezia e a Padova, che porteranno alla scoperta della organizzazione neofascista "Rosa dei Venti". Le indagini del giudice Tamburrino, dimostreranno che la Rosa dei Venti è un'organizzazione foraggiata dal SID e in contatto, con strutture della Nato 21 Novembre Clemente Graziani ed altri 29 aderenti ad Ordine Nuovo vengono condannati per ricostituzione del partito fascista. Viene decretato lo scioglimento dell'organizzazione fondata da Pino Rauti 23 Novembre Precipita, vicino a Porto Marghera, a causa di un attentato l'aereo "Argo 16", usato da Gladio per i trasferimenti a Capomarrargio, dove i gladiatori ricevono addestramento militare. Le ipotesi formulate dal giudice Mastelloni, a cui è affidata l'inchiesta sono due: 1) una vendetta del MOSSAD (servizio segreto israeliano), perché l'aereo aveva trasportato dei palestinesi liberati dalla magistratura italiana. 2) un avvertimento dei membri di Gladio nel momento in cui il gen. Serravalle stava tentando di disarmare l'organizzazione Dicembre Viene decretato lo scioglimento di Ordine Nuovo 17 Dicembre Da un inchiesta sulle intercettazioni telefoniche attuate illegalmente risulta che sono oltre 2.000 le linee poste sotto controllo
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MA LO SCANDALO E' UN ALTRO
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pugno chiuso Monday, Aug. 16, 2004 at 7:33 PM |
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20 MARZO - I giudici della Corte di Assise d'Appello di Catanzaro assolve dal reato di strage - per insufficienza di prove- tutti gli imputati maggiori dell'attentato di Piazza Fontana del 12 dicembre 1969 a Milano che causò la morte di 16 persone; Franco Freda e Giovanni Ventura sono condannati a 15 anni (3 condonati) di reclusione solo per associazione sovversiva.
MA LO SCANDALO E' UN ALTRO
L'Italia che conta, trema. Si parla già da mesi dei 500 grandi esportatori di valuta, ed ecco spuntare i 962 iscritti alla fantomatica P2.
Tutto inizia il 17 marzo di quest'anno.
Da notare che negli Stati Uniti al giuramento del nuovo Presidente Reagan, invitato e presente c'è un personaggio italiano: Licio Gelli. Mentre in Italia si sta indagando sul dissesto Sindona-Ambrosiano-Calvi
"Arezzo, 17 marzo 1981- La villa di Licio Gelli a Castiglion Fibocchi in provincia di Arezzo è stata perquisita dai carabinieri per ordine dei magistrati milanesi Gherardo Colombo e Giuliano Turone. Sembra che si sia trovata, fra l'altro, una lista di 962 iscritti alla loggia, denominata P2, di cui Licio Gelli è "maestro venerabile" (Comunic. Ansa del 17 marzo 1981, ore 12,18)
"6 MAGGIO 1981 - Roma - La sede della massoneria italiana a Palazzo Giustiniani è stata perquisita per ordine della magistratura romana. L'operazione è stata compiuta dai carabinieri, che per tutta la notte scorsa, sotto la direzione del sostituto procuratore DOMENICO SICA, hanno esaminato numerosi carteggi e il contenuto di tutti gli archivi". ( Ib. ore 13,27). Al centro dell'inchiesta c'è l'attività della Loggia P2, il cui capo è LICIO GELLI. Il suo nome è balzato più colte in questi ultimi tempi alla ribalta della cronaca. Ciò ha indotto il procuratore Achille Gallucci ad ordinare l'apertura di un'inchiesta che comunque non interferirà sui procedimenti che su Gelli sono in corso da tempo in altre città italiane. La procura vuole accertare la fondatezza delle numerose accuse che in questi ultimi tempi sono state rivolte da quotidiani e settimanali alla Loggia P2, della quale farebbero parte personaggi di primo piano della vita nazionale" ( Ib. ore 16,30).
"21 MAGGIO 1981 - ROMA - L'ufficio stampa della presidenza del consiglio dei ministri ha distribuito in serata l'elenco dei nomi degli iscritti alla P2. Si tratta di fotocopie. Ogni nome è preceduto da un numero di fascicolo e da un numero di gruppo; segue un "codice", al quale talvolta segue il numero della tessera e un appunto relativo alle quote sociali". (Ib. ore 00,22) Nella lista ci sono 52 alti ufficiali dei carabinieri, 50 dell'esercito, 37 della Guardia della Finanza, 29 della marina, 11 questori, 5 prefetti, 70 imprenditori, 10 presidenti di banca, 3 ministri in carica, 2 ex ministri, il segretario di un partito di governo, 38 deputati, 14 magistrati. Ma chi è mai questo Licio Gelli che giò Paese Sera parlava di lui? Un "gran burattinaio" egli si definisce in un'intervista. Sembra che abbia una copia dei fascicoli (rapporti) personali che, per ordine del governo, il Sifar avrebbe dovuto bruciare tutti nell'inceneritore di Fiumicino il 10 agosto del 1974. E proprio per questi rapporti del servizio segreto in suo possesso viene colpito da un mandato di cattura per procacciamento di notizie sulla sicurezza dello stato. Lui fugge all'estero. Verrà poi arrestato a Ginevra nel settembre dell'82, mentre sta prelevando da un "conto" 180 miliardi. Evade dal carcere un anno dopo. Poi si costituisce e viene estradato dalla Svizzera in Italia nel febbraio del 1988, ma solo per alcuni reati; per gli altri non potrà essere processato, sebbene il suo nome sia stato coinvolto nell'omicidio Pecorelli, nell'affare Sindona, e perfino nella strage di Bologna.
Ma proseguiamo la cronaca di quest'anno e anche dei successivi per dare un quadro completo sugli sviluppi della vicenda.
"22 MAGGIO 1981 - Roma - Ordine di cattura per Licio Gelli. La procura della repubblica ha emesso ordine di cattura contro Licio Gelli e contro l'ex ufficiale dei carabinieri Antonio Viezzer. Ad entrambi viene contestato l'art. 257 del codice penale che punisce lo spionaggio politico o militare con al reclusione non inferiore a 15 anni". (Ib. ore 17,48)
5 GIUGNO 1981- Il tenente colonnello Luciano Rossi, l'ufficiale che era stato chiamato dal sostituto procuratore a testimoniare sulla Loggia P2, e sul ritrovamento dei documenti a Castel Fibocchi, viene rinvenuto cadavere al secondo piano della sede del nucleo centrale della polizia tributaria in via dell'Olmata a Roma. E stato trovato con un colpo di pistola sparato con la sua calibro 9 d'ordinanza alla tempia. Si parla subito di suicidio e il caso subito archiviato. E' il primo "cadavere eccellente", e il primo "suicidio".
7 LUGLIO 1981 - Primo effetto (o panico) degli "affaires" P2 (Corriere, Calvi, Gelli. Ambrosiano, Sindona ecc.). La Borsa di Milano dopo una valanga di vendite che fa bruciare in un mattino miliardi su miliardi con un ribasso dei titoli del 20% sono sospese le contrattazioni e viene chiusa per 6 giorni. Quando riapre il 13, i titoli perdono un altro 10%.
9 LUGLIO 1981 - Roberto Calvi tenta il suicidio in carcere. Ha assunto dei barbiturici e si è svenato il polso destro con una lametta da barba. E' stato rinvenuto dopo cinque ore, alle sette del mattino. Ricoverato al Mangiagalli è fuori pericolo. Il mattino alle 9 doveva presentarsi dal sostituto procuratore Gerardo d'Ambrosio. Si svolge una movimentata seduta in Parlamento. Longo sulla P2 (c'è anche il suo nome fra gli iscritti) parla di "scandalismo" su tutta la vicenda e si dichiara "inorridito da certe Pubbliche amministrazioni nei riguardi di presunti iscritti alla P2".
"Anche CRAXI dedica la parte più significativa del suo intervento alla P2 e alla magistratura. Secondo il leader socialista nell'indagine sulla Loggia massonica sono stati commessi degli "errori", il primo dei quali è stato di assumere come vera tutta la lista ritrovata nelle valigie di Gelli, col risultato di mescolare "notori farabutti" con "galantuomini" (Ma non fa i nomi dei "farabutti"). Ma continua "...è cresciuta una campagna che a un certo punto ha cominciato a puzzare di maccartismo, che ha fatto vittime spingendo molti alla disperazione e financo a suicidio" Craxi sferra l'attacco specifico alla magistratura milanese, colpevole di aver messo le manette a Calvi "Quando si colpiscono finanzieri che rappresentano in modo diretto o indiretto gruppi che contano per quasi metà del listino di Borsa è difficile non prevedere incontrollabili reazioni psicologiche. Il tentato suicidio di Calvi ripropone con forza il clima inquietante di lotte di potere condotte con spregiudicatezza e violenza intimidatoria, contro il quale bisogna agire per ristabilire la normalità dei rapporti tra Stato e cittadini" ("Con questo ragionamento i russi non sarebbero dovuti entrare a Berlino per il timore che Hitler si sarebbe ammazzato" è stata la battuta di un deputato".(La Repubblica, sabato 11 luglio 1981, articolo di Lucio Caracciolo) (Da notare: che, "Secondo la ricostruzione fornita da Franco Giustolisi sull'Espresso del 4 ottobre 1981 e che Calvi nella sostanza non smentì mai, mentre si trovava in carcere avrebbe confessato ai giudici di aver aperto una linea di credito estero su estero a favore del PSI tramite il banco Andino-Ambrosiano. Il credito ammontava a 26 miliardi di lire. Una iniziativa nella speranza di essere in qualche modo protetto dalle "persecuzioni" della procura milanese.
Craxi smentì sempre vibratamente tutta la faccenda). (Nota riportata a più dell'intervista fatta a Calvi da Enzo Biagi su La Repubblica, l'1 agosto, 1981 (appena Calvi si era ripreso dal tentato suicidio) pubblicata nello speciale "Dieci anni 1981", supplemento a "La Repubblica" n. 59 del 11-3-1986)
Non meno "inquisitorio" "PICCOLI della DC con il suo attacco alla magistratura ha assunto toni apocalittici: "Non possiamo nascondere la nostra inquietudine nel vedere così rapidamente bruciate le tappe che portano attraverso l'uso di strumenti di giustizia a situazioni di palmare e clamorosa ingiustizia. Il lavoro dei tribunali troppe volte sconfina dal campo del diritto a quello della politica, per converso, la lotta politica emigra indecorosamente nel terreno della giustizia"..."bisogna far cessare lo spettacolo inverecondo di certi modi di azioni giudiziarie, per cui si hanno verdetti emanati a priori" Al termine del suo "grido di libertà", Piccoli ha chiesto al Guardasigilli Darida di "esercitare il suo potere di indagine" sul caso Calvi" (Ib.)
Il 24 luglio il Governo Spadolini decide lo scioglimento della loggia P2, nell'ambito delle norme che puniscono le società segrete e i loro appartenenti. Il 9 dicembre viene formata la commissione d'inchiesta sulla P2 (20 deputati e 20 senatori) presieduta dalla democristiana Tina Anselmi. Al suo insediamento ha affermato "Non lasceremo nulla di intentato per far luce di verità su un fenomeno tanto inquietante nella vita della repubblica" (ib 9 dic. 1982, ore 14,32).
"TREMA LA MILANO DEGLI AFFARI!" E MOLTI QUESTA NOTTE NON DORMIRANNO"
"13 SETTEMBRE 1982 - Roma- Licio Gelli è stato arrestato a Ginevra" ( Ib. ore 18,45). "E' finita dopo 500 giorni la latitanza di Licio Gelli, il capo della loggia massonica P2, protagonista del più grande scandalo italiano del dopoguerra. In una intervista, poco prima che venisse alla luce la vicenda della P2, disse che da piccolo sognava di fare il burattinaio. Non era una battuta. Per anni Licio, toscano di 63 anni, è stato il burattinaio di alcune tra le più oscure vicende o, come lui stesso ha sempre detto. "il confessore di questa repubblica". Figlio di un mugnaio, nato a Pistoia, a 17 anni, nel '36, venne espulso "da tutte le scuole del regno". Volontario nella guerra civile in Spagna con il corpo di spedizione fascista, tornò in Italia 18 mesi dopo e scrisse il libro "Il fuoco". Nel 1941 era in Jugoslavia come rappresentante fascista a Cattaro e dopo l'8 settembre 1943 aderì alla repubblica di Salò. In quel periodo a Pistoia, secondo alcuni documenti, fece il doppio gioco, aiutando anche alcuni partigiani. Dopo la liberazione andò in Argentina, paese al quale è sempre rimasto legato. Negli anni Cinquanta cominciò la sua carriera di industriale nella società di materassi "Permaflex". Agli inizi degli anni Settanta divenne dirigente della "Giole" di Arezzo". ( Comunic. Ansa, del 13 settembre 1982, ore 20,33).
(C'è un singolare finale nel link di Martin Bormann ) (ritorna poi qui con "pagina precedente")
Un ora dopo: ore 21,20 - "Roma - LA TELA DEL RAGNO DI LICIO GELLI - Ma il potere che ha accumulato negli anni non nasce dalla sua attività industriale. La sua fortuna coincide con il suo ingresso nella massoneria, dove, con pazienza, negli anni Sessanta cominciò a tessere la sua tela. Iniziato in una loggia toscana, Gelli divenne nel 1972 segretario organizzativo della loggia "Propaganda due", la più esclusiva di tutto il "Grande Oriente d'Italia", nata ai primi del '900 con lo scopo di farvi aderire personaggi pubblici desiderosi però di riservatezza. Era infatti una loggia in cui i "fratelli" non si conoscevano tra di loro ed erano esentati dal partecipare a riunioni. Lino Salvini il "grande maestro" dell'epoca la demolì, ma Gelli nel 1975 la ricostruì e partì per quell'impresa che, sei anni dopo, ha fatto cadere un governo, perdere il posto a ministri, generali, ufficiali dei carabinieri, giornalisti. Amico intimo di Lopez Rega, oscuro personaggio che guidò l'Argentina alla fine degli anni Settanta, nominato consigliere diplomatico, con tanto di passaporto speciale, divenne, per "fratellanza massonica" amico e depositario dei segreti di MICHELE SINDONA, da tempo latitante. L'Aver messo la mano in segreti è stato uno dei motivi che gli hanno aperto le porte della Roma politica, ancora sotto il terrore del crac provocato dal finanziere di Patti, Sindona gli presentò CALVI, il presidente del Banco Ambrosiano e uomo di tutte le transazioni targate P2. Ma è stata proprio l'inchiesta su Sindona a provocare la fine dell'impero di Gelli. I magistrati milanesi che indagavano sull'omicidio AMBROSOLI vollero vedere le carte del maestro venerabile e mandarono in tutta segretezza a marzo una pattuglia di finanzieri nella villa e nell'ufficio di Gelli a Cariglion Fibocchi. Ne uscirono molte ore dopo con quattro valigie di documenti: vi erano tutti i segreti della P2". (Comun. Ansa, 13 settembre 1982, ore 21,20).
(viene anche sequestrato il famoso "PIANO RINASCITA DELL ITALIA") (Il progetto per "una nuova Italia")
Nel 1982 si svolgono le indagini. Il 17 Marzo 1983, viene depositata la sentenza ordinanza riguardante alcuni episodi emersi durante la vicenda della Loggia P2.
"Il magistrato ha prosciolto in pratica tutti gli imputati o ha applicato l'amnistia e solo in alcuni casi ha stralciato fatti sui quali dovranno essere fatti accertamenti. Per quanto riguarda i circa 200 dipendenti pubblici che erano stati indiziati per aver partecipato ad una associazione segreta, il giudice ha deciso per l'archiviazione, in quanto il fatto all'epoca della loro associazione non era previsto come reato" (Ib. 17 marzo, ore 12,49). "Licio Gelli è stato amnistiato per la truffa ai danni degli iscritti alla P2, e per quanto riguarda l'accusa di rivelazioni di segreto d'ufficio in concorso con Calvi" (Ib. ore 14,14).
"Ma con questa sentenza il discorso sulla p2 non deve considerarsi concluso. Altre vicende saranno oggetto di indagini. Tra queste l'uccisione di Mino Pecorelli, delitto per il quale recenti rivelazioni fatte da un pentito hanno rilanciato le indagini che si ricollegano sempre alla figura di Gelli, in quanto sarebbe stato proprio il capo della P2 a decretare l'eliminazione del direttore di "Op". Gelli inoltre deve sempre rispondere di cospirazione politica mediante associazione nella sua veste di capo assoluto e manovratore unico della P2" (Comun. Ansa, del 17 marzo 1982, ore 15,40).
"10 AGOSTO 1983 - Ginevra- Licio Gelli sarebbe fuggito dal carcere di Champ Dollon, dove era detenuto dal 12 settembre dell'anno scorso. La notizia è stata appresa da fonti bene informate" (Ib. 10 agosto 1983, ore 11,13). Qualche giornale titola avanzando i dubbi e preoccupazioni. I dubbi perché il successivo 19 agosto la Svizzera ha concesso finalmente l'estradizione (ormai inutile). E preoccupazioni perché si pensa che sia stato rapito (la pagine del giornale é quella riportata nell'agosto 1983 - vedi) Altri avanzano inquietanti dubbi: è stato fatto evadere dopo le pressioni delle banche? Lo hanno forse rapito e lo ritroveremo appeso sotto qualche ponte?
"9 MAGGIO 1984 - Roma - La RELAZIONE ANSELMI - Le liste trovate nella villa di Gelli nel 1981 sono aiuentiche. Licio Gelli faceva parte dei servizi segreti fin dal 1950. La P2 è una organizzazione che aspira non alla conquista del potere nelle sedi istituzionali ma al controllo di esse in forma surrentizia. Sono alcune delle affermazioni contenute nella prerelazione, di circa 200 cartelle, che la presidente Tina Anselmi ha letto alla commissione parlamentare sulla Loggia P2, facendo il punto su ciò che è emerso durante l'indagine e offrendo una chiave di lettura dell'"universo piduista". (Ib. ore 19,19) Nelle conclusioni del capitolo che analizza il progetto politico della P2, l'Anselmi afferma che la loggia di Gelli entra come elemento decisivo in alcune vicende finanziarie -quella di Sindona e quella di Calvi, che hanno interessato il mondo economico italiano - "in modo determinante". In questo contesto, la loggia P2 ha anche acquisiti il controllo del maggior gruppo editoriale italiano, mettendo in atto nel settore primario della stampa quotidiana una operazione di concentrazione di testate non confrontabili ad altre analoghe e riconducibili a sia pur preminenti centri di potere economico. La presidente si pone quindi l'interrogativo se "non esista una sproporzione tra l'operazione complessiva e il personaggio (Gelli) che di essa appare l'interprete". (Ib. ore 19,57) "Roma - Ancora sulla relazione Anselmi - Ricorrendo ad una metafora, la Anselmi ha parlato di una piramide il cui vertice è costituito da Licio Gelli, e di un'altra piramide sopra a questa, rovesciata, che vede il suo vertice inferiore appunto in Licio Gelli. "Questi è infatti il punto di collegamento fra a piramide superiore, nella quale vengono identificate le finalità ultime, e quella inferiore, dove esse trovano pratica attuazione". Quale forse si agitino nella struttura superiore "non ci è dato di conoscere sia pure in termini sommari, al di là dell'identificazione del rapporto che lega Gelli ai servizi segreti". (ib. ore 21,25)
"10 LUGLIO 1984 - La commissione P2 ha concluso oggi suoi lavori, approvando a larga maggioranza la relazione (31 voti favorevoli, quattro contrari). La commissione era oggi alla sua 147ma seduta, L'inchiesta si è protratta per oltre due anni e mezzo. Intervenendo per dichiarazione di voto, il democristiano Padula, ha detto che la DC non ritiene preclusi ulteriori approfondimenti sulla vicenda P2 e ha negato che ci siano stati "processi alle streghe"; ha tenuto anche a sottolineare che "non si possono trarre conclusioni personali da un documento che per sua natura non può contenere nessun dispositivo su condizioni particolari; a ciascuno deve essere assicurata la possibilità di precisare la propria posizione personale". (Ib. ore 19,06).
21 SETTEMBRE 1987 - "Ginevra - Licio Gelli si è costituito stamani a Ginevra. Lo hanno annunciato i suoi avvocati" Si vuole costituire perchè non vuole finire i suoi giorni da fuggitivo, e intende affrontare i suoi giudici tanto in Italia quanto in Svizzera" (Ib. ore 11,19).
19 NOVEMBRE 1991 - "Dopo dieci anni si è conclusa con il rinvio a giudizio di 16 persone, tra le quali Licio Gelli, l'istruttoria penale sull'attività della loggia P2. I reati contestati vanno dalla cospirazione politica, allo spionaggio, al millantato credito, all'attentato contro la costituzione. Il GI ha disposto innanzitutto il rinvio a giudizio per i reato principale, la cospirazione politica, di Umberto Ortolani, dei generali Franco Picchiotti, Gianadelio Maletti, raffaele Giudice, Pietro Musumeci e Giulio Grassini, del colonnello Antonio Vezzier, del capitano Antonio Labruna. Del reato era imputato anche Gelli, ma non essendo stato estradato per questa accusa, il magistrato ha disposto per lui il non luogo a procedere." (Ib. ore 12,19) "Gelli è stato anche prosciolto dalle imputazioni di procacciamento di notizie riguardanti la sicurezza dello stato, di rivelazioni di segreti d'ufficio e di estorsione (ai danni di Roberto Calvi). Gelli risponderà invece di millantato credito nei confronti dei magistrati di Milano in relazione all'inchiesta sul dissesto del Banco Ambrosiano e di calunnia nei confronti degli stessi magistrati. Tutta l'attività, secondo 'accusa, fu svolta in funzione degli obiettivi perseguiti dalla loggia massonica P2, che mirava a diventare un centro di potere in grado di condizionare il funzionamento dello stato. (Ib. ore 14,05).
16 APRILE 1994 - Roma - "La loggia massonica P2 non fu una struttura che cospirò contro lo stato. Lo ha stabilito la corte di assise di Roma, che ha assolto gli imputati, perchè il fatto non sussiste, dall'accusa di cospirazione politica mediante associazione. I giudici hanno condannato Licio Gelli a 17 anni di reclusione, di cui cinque condonati, per millantato credito, calunnia e procacciamento di documenti contenenti notizie riservate, e il generale Gianadelio Maletti a 14 anni, di cui cinque condonati, per procacciamento di notizie riservate. Assolti gli altri imputati, fra i quali Ortolani, il colonnello Vezzier e il capitano Labruna. Il PM che aveva chiesto la condanna di tutti, ha preannunciato che ricorrerà in appello; prima ha detto "Se mai è esistita una associazione di condizionamento, questa è la P2" (Ib. ore 10,51)
Termina così una lunga vicenda che era partita indicando tutti criminali, e che invece si è rivelata essere (secondo le commissioni, i processi, e gli stessi coinvolti) una associazione con dentro molti arrivisti, tanti schiocchi, e qualcuno si è assolto da solo affermando di essere stato "tanto cretino". Ma la vicenda non è stata poi così tanto sciocca. E neppure tanto ridicola. Ci sono stati crolli di imperi bancari, la rovina di case editrici (Rizzoli) le tempeste dentro i giornali (Il Corriere della Sera), tanti licenziamenti, dimissioni di governi, di ministri; tanti atti di espiazione di alcuni personaggi coinvolti, e anche lutti. (qui la storia di ROBERTO CALVI finito impiccato al Ponte dei Frati di Londra) Tutto termina nella settimana che Berlusconi forma il suo governo, Andreotti viene indagato, e il processo Enimont si chiude, dopo aver tenuto banco con tutta la casta politica nella dissoluzione più totale.
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L’ultimo Potere Forte
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Gianni Barbacetto Monday, Aug. 16, 2004 at 7:37 PM |
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Inaffondabile.Temutissimo.Ricco di relazioni internazionali.Ecco la storia segreta di Giancarlo Elia Valori, l’unico boiardo di Stato passato dalla Prima alla Seconda Repubblica mantenendo intatta tutta la sua influenza. E pronto, oggi, per nuove avventure !!!!!
Chissà se è davvero, come dicono tanti, l’uomo più potente d’Italia. Certo è uno dei più temuti. E dei più misteriosi. E con le migliori relazioni internazionali. Sicuramente Giancarlo Elia Valori, il supermanager che lascia dietro di sé una scia di odore d’aglio (lo divora a spicchi, crudo, convinto delle sue virtù salutari) è l’unico sopravvissuto di una specie ormai estinta: quella dei boiardi di Stato. Tutti gli esemplari della specie sono scomparsi: i potentissimi membri della casta che presidiava le imprese pubbliche per conto dei boss dei vecchi partiti sono stati spazzati via da Mani Pulite, dal tramonto della Prima Repubblica, dalla nuovelle vague delle privatizzazioni... Ma lui, il Manager-Professore, il Signor Autostrade, è sopravvissuto felicemente al crollo della Nomenklatura (e non è la prima volta che attraversa il fuoco come una salamandra). Ha pilotato la privatizzazione della società Autostrade, restandone – caso unico – presidente. E continua a collezionare onori, cariche, poltrone. Ora, come amministratore delegato, alle Autostrade è arrivato un manager forte, Vito Gamberale; e Valori, a cui non basta fare il presidente di rappresentanza, ha cominciato a cercare altri spazi di potere. Tanto per cominciare, all’inizio di marzo è stato eletto presidente dell’Unione Industriali di Roma, ma non ha certo intenzione di fermarsi lì: sta decidendo che cosa farà da grande, e ha (come sempre) grandi idee. La prossima poltrona potrebbe essere tutta politica; non gli dispiacerebbe, per esempio, quella di sindaco della capitale. In questo caso, trasversale com’è, avrebbe un solo imbarazzo: scegliere se essere candidato dalla destra o dalla sinistra. Ma chi è davvero Giancarlo Elia Valori, l’inossidabile? Raccontarlo non è facile. Attorno a lui aleggiano leggende nere, che odorano, più che d’aglio, di incenso e, nello stesso tempo, di zolfo. È circondato da una barriera di protezione e di silenzio. Chi lo conosce bene, pur senza amarlo, sembra averne un sacro terrore. Tanto che viene la voglia, per una volta, di dimenticare la Regola Numero Uno del Bravo Giornalista («Non tediare il povero lettore con il racconto delle difficoltà incontrate nel raccogliere le notizie»), perché quelle difficoltà fanno parte del personaggio. Perfino una persona coraggiosa e senza scheletri nella cassapanca come Tina Anselmi, mitica presidente della Commissione parlamentare sulla P2, appena sentito il nome fatidico si blocca: «Non insista, io su quel signore non ho nulla da dire». Se risponde così lei, figuratevi gli altri. E, visto il personaggio, abituato a essere trattato più che bene dai giornali, non ci si potrà stupire neppure dei sospetti dietrologici con cui potrebbe essere accolta un’inchiesta sul Signor Autostrade: ma chi c’è dietro? quale gioco fanno? per conto di chi? E invece dietro – è la stampa, bellezza – c’è solo la curiosità per una maschera del teatro italiano del potere, c’è la voglia di capire perché Giancarlo Elia Valori è così potente, così misterioso, così temuto, così inossidabile. E, allora, proviamo a raccontarlo, partendo dal presente.
DAI DINOSAURI ALLA NEW ECONOMY. Valori dal marzo 1995 è presidente della Autostrade spa, la più grande rete autostradale del mondo, con i suoi 3 mila chilometri d’asfalto, 3.200 miliardi di fatturato, 426 di utili. Ma ci tiene a qualificarsi, prima che come manager, come «professore»: anche se le sue cattedre sono solo onorarie, virtuali, una a Pechino («Economia e politica internazionale») e una a Gerusalemme («Studi sulla pace e la cooperazione regionale»). L’elenco delle onorificenze, poi, riempie mezza pagina: cavaliere di Gran Croce della Repubblica italiana, cavaliere dell’Ordine di Isabella la Cattolica, cavaliere della Legion d’Onore e un vasto campionario di medaglie e riconoscimenti collezionati in giro per il mondo, a partire dall’Argentina e dalla Corea. La nuova poltrona che ha appena aggiunto alla sua collezione, quella di presidente degli industriali romani, è stata invece, fino a oggi, una briscola bassa, di poco valore, perché è al Nord che sta la grande industria privata. Ma ora, dopo le privatizzazioni, nel club romano sono entrate anche le ex imprese di Stato, il gigante Telecom, le Autostrade... Valori non ha perso tempo e si è subito piazzato. Lo ha fatto a modo suo, senza contrasti apparenti: ha incontrato il candidato naturale, espressione dei piccoli imprenditori romani (Gennaro Moccia) e lo ha velocemente convinto a ritirare la candidatura. Appena designato, ha incassato i complimenti di Francesco Rutelli, sindaco di Roma («Valori rappresenta la novità, ma anche la continuità...»). E ha subito buttato lì, in un intervento sul molto ospitale Messaggero, l’idea di Roma «cerniera tra Nord e Sud», tra «due Italie» da avvicinare: e come, se non con un paio di belle autostrade («riqualificazione della Salerno-Reggio Calabria e trasformazione della Taranto-Reggio») e un bel ponte sullo Stretto di Messina? In questo programma, Valori trova una sponda sinistra dentro il governo D’Alema: in quel Marco Minniti che è il braccio destro del presidente del Consiglio, ma prima ancora è un politico calabrese, che tanto si sta dando da fare per portare sviluppo (cioè soldi e lavori pubblici) alla sua regione. Un altro tema che Valori ha subito toccato dopo la sua ultima nomina, anche se non c’entrava niente, profuma di new economy: è il programma di Blu, il consorzio per la telefonia di cui è presidente. «Vogliamo grossi partner che rappresentino innanzitutto gli interessi nazionali e poi i grandi interessi europei». Blu (soci: Autostrade, cioè Benetton e il gruppo Caltagirone, più Mediaset, più British Telecom) sarebbe il quarto gestore Gsm, aveva annunciato la partenza del servizio per il 1 marzo 2000, ora l’ha riannunciata per il 1 maggio; per ora non si è visto ancora niente, ma forse il consorzio è interessato, più che all’affollato Gsm, alla gara per le licenze Umts, il sistema che unisce telefonino e servizi internet, per le quali si è già scatenata una guerra di lobby. In corsa, oltre a Telecom, Omnitel e Wind, ci sono Blu, Tiscali ed e.Biscom. Valori conta, per vincere, sull’amico ministro delle telecomunicazioni Salvatore Cardinale, ma le cinque licenze saranno assegnate, quest’estate, da un comitato di ministri presieduto da Massimo D’Alema in persona. Valori vuole esserci, vuole dimostrare di saper passare dai dinosauri di Stato alla new economy. Chissà che cosa gli riserverà il futuro. Ma intanto, per conoscere il personaggio, è necessario tuffarsi nel passato dei dinosauri.
IL RAGAZZO PRODIGIO. Giancarlo Elia nasce a Meolo, un paesotto vicino a San Donà di Piave non distante da Venezia, il 27 gennaio 1940, sotto il segno dell’Acquario. I genitori sono toscani, il padre Marco è compagno di scuola di Amintore Fanfani. Il ragazzo studia Economia e commercio e si trasferisce presto a Roma. Gli piacciono da morire gli ambienti vaticani, le divise e i riti della curia romana. Riesce a diventare «Cameriere di spada e cappa»: è la prima onorificenza della sua collezione, è il 1963, Giancarlo Elia ha 23 anni. C’è una foto che lo ritrae, giovanissimo, accanto all’uomo allora più potente Oltretevere, il cardinale Alfredo Ottaviani. Il fratello maggiore di Giancarlo, Leo, ex partigiano bianco, mandato da Enrico Mattei fin dal 1948 in Argentina a rappresentare l’Eni, lo introduce invece negli ambienti del governo di Buenos Aires. Il presidente Arturo Frondizi era amico del fratello, tanto da diventare padrino dei suoi figli. Nel 1965, a 25 anni, Giancarlo Elia entra nella Rai di Ettore Bernabei, prima come consulente e poi come funzionario: si occupa di relazioni internazionali, è una sorta di enfant prodige, stringere relazioni è la sua specialità. Ottime quelle con le curie, incredibili quelle con l’estero. Efficiente, attivissimo, ben introdotto: così lo ricorda lo scrittore Alvise Zorzi, che in quegli anni era condirettore centrale Rai per i rapporti esterni. Valori si specializza in dittatori: Kim Il Sung in Corea del Nord, Nicolae Ceausescu in Romania, i dirigenti della Cina. Nei primi anni Settanta organizza una visita in Italia di Frondizi, presidente democratico dell’Argentina tra il 1958 e il 1962, che fa incontrare con diverse personalità italiane. Ma Valori conosce bene anche l’ex dittatore argentino Juan Domingo Peron, a quei tempi esule a Madrid. È il fratello che gli passa i contatti, poi Giancarlo li coltiva. La nuova moglie di Peron, Isabelita, diventa amica della madre di Valori. E quando i due argentini vengono a Roma, sono ospiti di casa Valori, a Trastevere. Il 12 marzo 1972, dopo un lavorio durato sette mesi, sullo sfondo di un fitto impegno di lobby economiche internazionali, il trentaduenne Giancarlo Elia riesce a far incontrare a Madrid, faccia a faccia, Frondizi e Peron, l’ex presidente e l’ex dittatore: è la prima pietra del trionfale ritorno di Peron in Argentina. Quando Peron nel 1973 torna in Argentina da trionfatore, sull’aereo che lo porta da Madrid a Buenos Aires, insieme ai notabili peronisti, alla moglie Isabelita e al cadavere di Evita trafugato dal cimitero di Milano, ci sono due italiani: Licio Gelli e Giancarlo Elia Valori. I rapporti con l’Argentina sono anche rapporti massonici. E il cattolicissimo, papalino Giancarlo, malgrado la scomunica vaticana per i Liberi Muratori, comincia prestissimo a frequentare le Logge. A 25 anni si iscrive alla Loggia Romagnosi del Grande Oriente. L’anno dopo, nel 1966, si presenta però alle elezioni amministrative di Roma nelle liste della Dc, senza avvisare la Loggia: viene sottoposto a processo massonico e radiato. «Non accettarono la mia linea», tenterà di spiegare poi Valori, «del dialogo tra cattolicesimo e massoneria». Nel 1973, un iscritto alla Loggia Romagnosi che aveva voglia di mettersi in proprio, un certo Licio Gelli, lo contatta perché sa dei suoi ottimi rapporti con l’Argentina, lo iscrive al Centro Culturale Europeo (in realtà è la Loggia P2) e lo coinvolge in una società di import-export chiamata Ase. Che cosa importi e che cosa esporti – carne, armi, informazioni – non è dato sapere. Valori comunque sostiene di esserne uscito subito, lasciando Gelli al suo destino. Non prima, però, di avergli presentato, a Roma, all’Hotel Excelsior, il presidente Peron e il suo braccio destro, l’esoterico José Lopez Rega. Dopo il ritorno di Peron al potere, il rapporto con Gelli si rompe: il Gran Maestro della P2 gli scippa il contatto con l’Argentina, stringendo un rapporto diretto con Lopez Rega, che approfittando della malattia di Peron diventa il vero padrone del Paese. Valori lo disprezza: «Fino al ritorno di Peron in Argentina, Lopez Rega aveva un ruolo puramente da cameriere, ai colloqui di Peron non partecipava mai, se non per servire una bibita o un caffè... Era autore di un libro intitolato Dall’Alfa all’Omega nel quale parlava di una chiesa al di sopra delle chiese. Un pazzo, io lo ritenevo, spessissimo nelle nostre conversazioni parlava di queste cose che mi facevano veramente ridere». Intanto, però, Gelli strappa a Valori il mercato (massonico, di contatti, di affari) argentino. Lo scontro Gelli-Valori, dunque, si conclude apparentemente con la sconfitta di quest’ultimo, che risulta infatti l’unico espulso dalla P2. Visto oggi, però, a vincere è Valori.
ARMI & AGENTI SEGRETI. Nei primi anni Settanta, l’attivissimo Valori, stregato dal potere e dai suoi riti, si avvicina anche all’ambiente dei servizi segreti. Nel 1972 conosce Mino Pecorelli, giornalista che si muove in quel mondo e che dal suo giornale Op lancia messaggi, avvertimenti, ricatti. «Mi attaccava, non capivo perché», dichiarerà poi Valori alla Commissione parlamentare sulla P2. Allora lo contatta, e subito i rapporti tra i due diventano molto stretti e personali: telefonate quotidiane, incontri frequenti. Spesso la domenica Pecorelli passa con la macchina a prendere Valori, che non guida, per serene gite nei dintorni di Roma. Ma è Pecorelli a inventare e diffondere quel soprannome allusivo, che accenna ai suoi contatti in Oriente e lo fa andare su tutte le furie: Fiore di Loto. Sempre nel 1972, in Rai, Valori conosce Nicola Falde, ufficiale del Servizio di sicurezza militare a quell’epoca di fatto infiltrato nella Rai: «Cominciò allora la nostra frequentazione e la sua richiesta di giudizi su varie persone», ammetterà Valori molti anni dopo, nel 1996, davanti al giudice Rosario Priore, in un interrogatorio rimasto finora segreto. «Sapevo della provenienza dal Sid, Ufficio Ris, del Falde, che si occupava di conferire pareri di sicurezza circa l’esportazione di armamento». Valori diventa insomma fonte di Falde dentro la Rai, arricchisce i suoi contatti con l’estero (Cina, Corea, Romania, ma anche Stati Uniti, Canada, America Latina...) e si spiana la carriera dentro le aziende di Stato. Nel 1976, a 36 anni, è vicedirettore generale di Italstrade. «Avevo già realizzato», confessa a Priore, «che i servizi potevano avere un ruolo incisivo circa l’apertura economico-commerciale verso i mercati esteri, in particolar modo verso Libia, Iran, Algeria, Arabia Saudita e Turchia. Così nacque il mio contatto con Santovito». Giuseppe Santovito all’epoca è comandante del Comiliter di Roma e in seguito diventerà direttore del Sismi, il servizio segreto militare. È iscritto alla P2, come tanti altri amici e conoscenti di Valori in quegli anni: il magistrato Carmelo Spagnuolo, il faccendiere Francesco Pazienza, il giornalista Mino Pecorelli, l’agente Nicola Falde... «Conoscendo i rapporti che il Servizio aveva all’epoca con tutto il mondo arabo – come l’Arabia Saudita e la Libia – io chiesi al generale Santovito di tenere presente, nell’ambito della legalità e degli interessi dello Stato, la società dell’Italstrade, società a capitale Iri, per eventuali lavori da compiere in quei Paesi. Per questa ragione», dichiara Valori a Priore, «vedevo di tanto in tanto il generale Santovito e qualche volta lo sentivo per via telefonica. Sono stato, ma raramente, presso il suo ufficio in via XX Settembre e più di sovente presso la sua abitazione in via Flaminia». Spionaggio e affari. Appalti e barbe finte. In questo contesto Santovito, diventato capo del Sismi, nel 1978 presenta a Valori due libici che lo possono aiutare a ottenere commesse nei Paesi arabi: Salem Moussa e Ladheri Azzedine. In quegli anni, spiega Valori, Italstrade puntava a realizzare ponti e strade in Libia e la diga di Karakaya in Turchia. Ma evidentemente i due libici avevano in corso affari anche più pericolosi, perché Azzedine viene trovato morto, nel 1980, a Milano. «Lessi dai giornali che era morto. Certamente non di morte naturale», dichiara Valori a verbale. Ma nega di aver avuto a che fare con triangolazioni di armi: «Mai fatto da intermediario tra la Libia e la Fiat. Escludo di essermi mai interessato a commesse per la vendita di aerei o di armi alla Libia. Mai concluso affari di missili e aerei G47». Ammette però di aver mosso i primi passi all’ombra di Francesco Rota, direttore generale del San Paolo di Torino prima, della Fiat poi. E di avere, trentenne, redatto per la Fiat «analisi finanziarie internazionali sul mercato sudamericano, francese ed europeo». Ed è costretto ad ammettere di avere avuto a che fare con la società finanziaria Sophinia, in affari con il mondo arabo. «Avevo poco più di trent’anni», sottolinea Valori. «Vi ero entrato su invito di Davide Pellegrini, vecchio amico del Quirinale». Di più, non dice.
AMICHE TOGHE. Forte dei suoi rapporti particolari, Valori procede nella sua carriera di boiardo di Stato. Lo scandalo P2, nel 1981, lo colpisce, ma solo di striscio: sulle liste di Castiglion Fibocchi è scritto: «Valori Giancarlo. Professore. Espulso». La Commissione parlamentare presieduta da Tina Anselmi riesce a sentirlo il 7 aprile 1983, solo dopo molte insistenze di alcuni commissari, e solo in seduta segreta. Pochi i commissari che lo bersagliano di domande vere; tra questi, Rino Formica, Giorgio Pisanò e Libero Riccardelli. Formica è convinto che Valori faccia traffico d’armi per i Servizi; Pisanò e Riccardelli ritengono che Valori sia stato la mente che, per vendette interne al gruppo P2, ha fatto scoppiare lo scandalo dei petroli, fornendo le informazioni sulla truffa (già nota ai servizi segreti) a due magistrati di Treviso, Domenico Labozzetta e Felice Napolitano. Valori, come al solito, nega. Ma i commissari insistono, sono convinti che Valori sia temuto da nemici e amici perché è in grado di arrivare a dossier riservati e di scatenare indagini giudiziarie. Valori durante la seduta continua a negare, ma fuori dall’aula non gli dispiace essere temuto. Contatti con magistrati ne ha tanti, e dove non ne ha gli piace che gli altri pensino che li abbia. Del resto, proprio da un magistrato ha iniziato la sua carriera: coltivando, per incarico della Rai, le relazioni con il procuratore generale di Roma Carmelo Spagnuolo che aveva appena avocato, strappandola al magistrato naturale, un’indagine su irregolarità contabili dell’ente radiotelevisivo di Stato. I contatti tra Valori e Spagnuolo sono intensi. Al termine, l’indagine sulla Rai è archiviata. Poi per agganciare i magistrati si inventa un’associazione: l’Istituto per le relazioni internazionali, che ha organizzato convegni invitando personalità (da Guido Carli a Ugo La Malfa, da Frondizi al governatore della Banca d’Israele David Oroviz) e coinvolgendo una folla di giudici. Molti appartengono alla corrente di Magistratura indipendente, ma Valori si muove a tutto campo. Stringe rapporti con Mauro Gresti, ai tempi procuratore della Repubblica a Milano, ed Enrico Ferri, ex segretario dell’Associazione nazionale magistrati e poi «ministro dei 110 all’ora»; ma invita a un convegno sul terrorismo anche Giancarlo Caselli e porta in viaggio in Cina Felice Casson. Aveva saputo coltivare l’amicizia, ricorda oggi il procuratore di Milano Gerardo D’Ambrosio, anche di un uomo integerrimo come Emilio Alessandrini, il magistrato milanese ucciso dai terroristi di Prima Linea. Così, quando negli anni di Mani Pulite a Valori si avvicina Cesare Romiti, allora presidente della Fiat, che non si perde una presentazione dei (tanti) libri scritti da Valori, «le malelingue di palazzo», scrive Franco Bechis sul quotidiano economico-finanziario Mf, «cominciano a spiegare questo feeling con l’amicizia fra Valori e il procuratore di Torino, Francesco Marzachì, il magistrato che dirige l’ufficio che indaga sui bilanci Fiat». Alla fine, comunque, a Romiti sarà risparmiata la galera, ma non il processo. Quando, nel 1996, il presidente della Ferrovie Lorenzo Necci insegue il sogno di un ente unico per le infrastrutture, ferrovie, strade, autostrade, Alitalia e Finmare, tutte sotto la guida Fs, Valori – secondo il racconto del politico democristiano (e piduista) Emo Danesi – sbotta: «Non creda Necci di mettermi sotto, perché io gli scaravento contro chi sa lui». Il Gico della Guardia di Finanza di Firenze, in effetti, blocca Necci, arrestato per la cosiddetta Tangentopoli 2, ma non c’è nessuna prova che nel fatto ci sia lo zampino di Fiore di Loto. Temeva Valori anche Romano Prodi, due volte presidente dell’Iri e quindi suo «superiore». Il primo mandato lo definì «il mio Vietnam»: tra i vietcong che gli facevano la guerra c’era anche Valori, ai tempi vicepresidente della Sme, la finanziaria agroalimentare dell’Iri. Prodi, che non vuole piduisti attorno, nel 1984 non lo ricandida ai vertici dell’azienda. Valori riesce però a farsi collocare alla presidenza della Sirti, una società della Stet, che allora era presieduta da | |