Il film di Pierr Rehov,«La strada di Jenin», coglie i palestinesi in flagrante delitto di menzogna.
di Jean-Marie Allafort
In occasione del primo anniversario dell'operazione di Tsahal (l'esercito israeliano) nella città di Jenin, il 14 aprile la prima catena della televisione israeliana ha diffuso il film documentario del cineasta franco-israeliano Pierre Rehov: "La strada di Jenin". In anteprima il film era stato presentato lo stesso giorno al Park Hotel di Netanya, dove un anno fa era stato perpetrato un attentato suicida la sera del Séder di Pasqua. Questo attentato, che aveva fatto 29 morti, aveva convinto il governo israeliano a far partire l'operazione Scudo Difensivo.
E' nella sala del ristorante del Park Hotel di Netanya, dove esattamente un anno fa un attentato ha ucciso nove persone la notte di Pessach, che «La strada di Jenin», un film di Pierre Rehov, è stato proiettato nello stesso momento in cui era programmato su una catena di televisioni israeliane. L'annuncio della sua diffusione ha rimesso all'ordine del giorno la polemica su «Jenin, Jenin», il film di Mohamed Bakri, di cui è stata vietata la diffusione sulla televisione israeliana, essendo stato censurato dal Consiglio della Critica cinematografica perché sosteneva tesi menzognere e incitava all'odio. Lo scorso 27 febbraio cinque riservisti si erano costituiti parte civile contro Bakri chiedendo due milioni e mezzo di shekel di danni e interessi per i guasti provocati dalle menzogne propagate nel film. L'avvocato di Bakri, Avigdor Feldman, da parte sua aveva presentato a nome del suo cliente una richiesta presso la Corte Suprema per impedire la diffusione del film di Rehov. Secondo lui, «La strada di Jenin» è un film di propaganda univoca e non tiene conto di quello che hanno vissuto gli abitanti del campo. Gli avvenimenti che si sono svolti nell'aprile del 2002 sono descritti in termini pastorali. La Corte Suprema ha respinto la richiesta di Bakri e il film di Rehov è stato diffuso come previsto. Al Park Hotel di Netanya numerose personalità israeliane, tra cui il capo dello Stato Maggiore, il generale Ayalon, il Grande Rabbino d'Israele Meir Laur, il ministro del Turismo Beni Alon, e diversi deputati hanno assistito alla proiezione. Le famiglie delle vittime dell'attentato non erano presenti a causa di un persistente litigio con i responsabili dell'hotel, che i familiari accusano di non aver garantito la loro sicurezza come avrebbero dovuto. In compenso erano lì presenti alcune famiglie di soldati caduti a Jenin, per portare la loro testimonianza e dire che, grazie al film di Rehov, hanno ritrovato un po' della loro dignità. Yaacov Ezra (38 anni), riservista che ha partecipato all'operazione Scudo Difensivo a Ramallah e il cui fratello minore Gadi (23 anni) è morto a Jenin, testimonia: «Questo film rispecchia la realtà. Abbiamo fatto di tutto per risparmiare la popolazione civile, avremmo potuto bombardare il campo e non l'abbiamo fatto, ci siamo comportati nel modo più umano possibile». Il capo di Stato Maggiore Ayalon da parte sua sottolinea: «Non sono stati soltanto i palestinesi a diffondere menzogne. Il giorno precedente il giorno dell'indipendenza, il rappresentante dell'ONU nella regione ha telefonato al ministero degli Affari Esteri accusando Tsahal di impedire alla Croce Rossa di entrare nel campo di Jenin. Sono andato sul posto ed era falso. Ho trovato un contingente di soldati occupati a disattivare delle cariche esplosive. Solo una piccola parte del campo, meno di un quarto, era interdetta perché si temevano trappole e c'erano dei rischi.» Ayalon riconosce che Tsahal non è riuscito sempre a risparmiare i civili: «E' vero che durante i combattimenti sono stati colpiti degli innocenti. Ma io accuso qui tutti quelli che parlano di massacro e li invito a guardare questo film. La menzogna palestinese non riguarda soltanto la storia di Jenin: l'Intifada Al-Aqsa come sollevamento popolare è una menzogna. E' un'offensiva terroristica calcolata, una decisione strategica.» Per Ayalon l'operazione Scudo Difensivo è stata una svolta e, secondo lui, «il campo avversario comincia a capire che il terrorismo non paga». In effetti, «La strada di Jenin» risponde in modo preciso alla tesi palestinese del massacro perpetrato da Israele e, secondo Rehov, dovrebbe aiutare a «ridare un volto umano agli israeliani, prima che sia troppo tardi. La menzogna e la diffamazione sono sempre stati il primo stadio per la fondazione dell'antisemitismo. La menzogna di cui è stato oggetto Israele durante tutta la sua storia rinasce dalle ceneri». «La strada di Jenin» è costituito da tre parti: il film comincia con delle immagini, difficili da sopportare, dell'attentato di Netanya la notte di Pessach e con la testimonianza di una vittima che ha perso suo marito. L'operazione Scudo Difensivo, lanciata da Israele, è la conseguenza diretta di questo atto terrorista, continuano a sottolineare i vari protagonisti israeliani interrogati, come anche i riservisti e le famiglie che hanno perso qualcuno dei loro cari nella battaglia di Jenin. Seguono immagini di archivio: carri armati di Tsahal che penetrano nel campo, case che sono fatte saltare, combattimenti nelle strade. In questa parte, a dire il vero, Tsahal non è mostrato proprio nella sua luce migliore. A Jenin i combattimenti furono particolarmente violenti. Aerei e elicotteri avrebbero potuto bombardare il campo, ma Tsahal non l'ha fatto per non uccidere dei civili, spiega un riservista. Le strade strette non permettavano ai carri armati di penetrare all'interno del campo e ventitré soldati hanno trovato la morte. E' allora che Tsahal ha cambiato tattica e ha mandato avanti i bulldozer, contro i quali i palestinesi erano impotenti. E i combattenti si sono arresi. La terza parte del film è senza dubbio quella più coinvolgente. Rehov, che è andato a Jenin con un'équipe palestinese, riesce a intrappolare qualcuno dei suoi interlocutori. Si vede, per esempio, un giornalista palestinese che mette in scena la storia di un parto di una donna palestinese a un check point di Tsahal:la deve raccontare davanti alla telecamera che i soldati volevano impedirle di partorire normalmente e l'hanno obbligata a partorire nella vettura che la conduceva all'ospedale. Il medico che l'ha fatta normalmente partorire all'ospedale si è prestato senza alcun rimorso alla messa in scena. Se i palestinesi intervistati sono stati colti in flagrante delitto di menzogna - ed è questo uno degli elementi di riuscita del film - è perché pensavano di rispondere a una TV francese pro-palestinese. Una volontaria cristiana che ha vissuto nel campo di Jenin racconta con emozione come i bambini palestinesi sono manipolati e educati nell'odio per Israele e per gli ebrei. Mentre delle voci israeliane si levano in favore della pace, tutte le voci palestinesi che si sentono nel documento non parlano che di prosecuzione dell'intifada. «Jenin, Jenin», che ha ottenuto numerosi premi all'estero, è l'espressione di quelle voci palestinesi e presenta come veri i propositi di coloro che, secondo Rehov, sono presi in flagrante delitto di menzogna. E' un film che sostiene la tesi del massacro perpetrato da Tsahal nel campo dei rifugiati e mostra la barbarie dell'esercito israeliano da tutti gli angoli. Bakri non ha operato alcun discernimento nelle parole dei testimoni interrogati, i quali non esitano ad avanzare le tesi più fantasiose, come per esempio le esecuzioni arbitrarie, ivi comprese quelle di bambini. Si vedono degli elicotteri di Tsahal bombardare il campo e lo spettatore vede il seppellimento di quattro cadaveri, il che fa supporre che ci sia stata una carneficina. Una bambina, che ha imparato il suo testo a memoria, chiede conto a Sharon e riversa un fiume di parole piene di odio concludendo: «Io non posso vivere con un ebreo, noi non faremo mai la pace con loro.» Il direttore dell'ospedale di Jenin, che si vede anche nel film di Rehov, elenca con tono sicuro tutte le azioni dell'esercito israeliano, ma si guarda bene dallo spiegare perché Tsahal si è ritrovato a Jenin e quali sono le ragioni che hanno condotto Israele a decidere l'operazione Scudo Difensivo. Mentre Rehov dà la parola ai palestinesi, nessun israeliano è invitato da Bakri a esprimere il suo punto di vista, e nel suo film tutto esprime disgusto e odio per Israele e per il suo esercito d'occupazione. «Il film di Bakri - conclude Rehov - è un film dove gli israeliani non parlano: sono soltanto carri armati, sagome fuggitive, minacciose, oscure, mostruose e abiette».
(Proche-Orient.info, 22.04.2003 - trad. http://www.ilvangelo.org)
NOTA DI COMMENTO - Dovrebbe ormai essere chiaro quale parte ha la menzogna nella politica filoaraba e filopalestinese. Nessuno è tanto ingenuo da aspettarsi che gli uomini politici e i giornalisti, anche in occidente, dicano sempre la verità, tutta la verità, nient'altro che la verità, ma nel caso della politica filopalestinese l'uso della menzogna, una menzogna meticolosamente preparata, universalmente diffusa, ripetuta e insistita fino alla nausea anche quando l'evidenza è sotto gli occhi di tutti, è veramente qualcosa di eccezionale e, si dovrebbe dire, disgustoso. E tuttavia questo tipo di menzogna funziona. Funziona perché ci sono orecchie bugiarde disposte ad ascoltare quello che piace. E piace a molti sentir parlare male di Israele e degli ebrei. Questa è la realtà. Non c'è bisogno di organizzare pogrom o attaccare manifesti ai muri per essere antisemiti: è sufficiente lasciar circolare con compiacimento le vistose calunnie confezionate da chi ha malvagi interessi. Opporsi alla circolazione di queste menzogne è un compito morale di tutti, perché i più gravi momenti di persecuzione contro gli ebrei sono sempre stati preceduti e accompagnati dalla diffusione sistematica di imposture e falsità. M.C.
|