Rebibbia 20 Gennaio ’04
Estratto di memoria di Maurizio Falessi
CRONACA DI UNA DEPORTAZIONE-SEQUESTRO
PREMESSA
Siamo arrivati in Algeria circa
17 anni or sono.
L’Algeria era per noi ancora il
paese della più importante rivoluzione popolare del Mar Mediterraneo.
Sebbene l’Algeria nella fine
degli anni ‘80 aveva cessato di essere la “mecca” dei rivoluzionari del mondo,
restava quel miraggio da raggiungere a qualsiasi costo, nel quale avremmo
potuto conservare quell’indipendenza di pensiero senza necessità di abdicare
sul terreno delle nostre convinzioni e allo stesso tempo di sottrarci al
controllo politico e sociale della repressione e della manipolazione
imperialista, non solo italiana.
Insomma una terra libera con uno
stato nazionale ancora fieramente sovrano ed indipendente dall’ingerenza delle
potenze imperialiste.
La nostra installazione non fu
affatto facile, perché lo stato algerino ci sottopose ad uno strettissimo
controllo e a delle prove pratiche e prove valide per comprovare la nostra
serietà nel comportamento di vita e di lavoro.
Insomma ci presentammo alle
autorità competenti senza troppo frastuono e mantenendoci sempre in una
posizione tranquilla e realista.
In tutti i 17 anni di nostra
permanenza nel paese obbiettivamente non abbiamo mai rappresentato un motivo di
scandalo politico-diplomatico o di contraddizione di natura amministrativa, non
avendo addirittura, mai infranto il codice stradale.
Parlando arabo per la popolazione
algerina eravamo un esempio di convivenza pacifica, di integrazione culturale e
di solidarietà sociale.
Per sopravvivere abbiamo lavorato
nei settori più diversi da quello più qualificato a quelli meno qualificati,
senza mai rappresentare un elemento di conflitto e di contraddizione
amministrativa, visto che ci siamo adattati al dover lavorare al nero
all’interno di quell’economia informale che sempre più si va sviluppando nei
paesi del sud del mondo.
L’11 settembre 2001 è una data
simbolica ad hoc per scatenare l’offensiva imperialista generalizzata contro
gli ultimi baluardi della sovranità, dell’indipendenza e della resistenza dei
popoli del sud, lo scatenamento della guerra preventiva ed infinita è la
possibilità che si offre ai quei governi già compromessi con l’adozione di una
politica economica e sociale ultraliberista, per accelerare il passaggio ad una
fase di collaborazione con le potenze imperialiste, in particolare a guida
statunitense.
L’Algeria più di ogni altro paese
arabo ed africano, sotto il governo di Bouteflika si è spinta oltre qualsiasi
pessimistica previsione per quanto riguarda la non difesa della propria
indipendenza e sovranità.
È in questo clima di
smobilitazione dell’identità storica dello stato algerino che si cominciarono
ad esercitare le pressioni da parte delle autorità algerine.
In un primo momento, nel corso
degli incontri e visite di cortesia di cui siamo stati fatti oggetto, la
posizione delle autorità algerine ci è sembrata essere sempre più determinata a
farci lasciare il proprio territorio.
Vi facemmo fronte con una
gestione delle argomentazioni di tipo etico, morale, giuridico, sociale, umano
ovviamente mai politico, dato che la sterzata politico-ideologica della massima
autorità algerina è tutta improntata alla risoluzione degli urgenti e
improcrastinabili problemi che attraversa l’Algeria.
C’è stato richiesto di chiarire
la nostra posizione organizzativa anche rispetto alle organizzazioni, fronti e
partiti che si muovono sul terreno della resistenza anti-sionista e
antimperialista.
L’abbiamo fatto malgrado
l’ambiguità della richiesta, scagionando qualsiasi fronte, partito o
organizzazione dal sentirsi in qualche modo responsabile per noi, assumendoci
assolutamente ogni responsabilità per eventuali provocazioni o tentativi di
manipolazione da parte dei nostri detrattori.
Solo oggi nelle parole del P.G.
Antonio Marini riusciamo a capire a cosa quell’autorità intendeva riferirsi,
posto che l’incompetente magistrato, oggi sventola la potenziale minaccia
dell’eventuale saldatura tra “gruppi eversivi rossi” e integralismo islamico,
dimostrando la sua splendida ignoranza di cosa è avvenuto in Algeria negli
ultimi 15 anni.
Dunque per evitare che si potesse
organizzare delle maldestre manipolazioni e provocazioni abbiamo inteso
assolutizzare la nostra indipendenza da qualsiasi organizzazione, fronte o
partito ribadendo allo stesso tempo le ragioni e le motivazioni dalla nostra
scelta di continuare a permanere in Algeria.
Manipolazioni e provocazioni di
cui abbiamo sempre saputo le autorità italiane ed in particolare i loro servizi
segreti possono essere capaci. Tutto ciò ribadendo l’attaccamento
irrinunciabile alle nostre convinzioni e alla nostra venticinquennale
esperienza presso le popolazioni in lotta del sud del pianeta.
Si sono presentati dicendoci che
dovevamo assolutamente partire, in quanto ci ricercavano nello specifico di
aver partecipato all’operazione contro il presidente della DC Moro. Abbiamo
fornito tutte le argomentazioni giuridiche e legali necessarie comprovanti che
tutti e due eravamo estranei a quell’operazione (vedi sentenza in cassazione).
E gli abbiamo anche chiarito che
in un “paese di diritto” Italia o Algeria che fosse era impossibile essere
giudicati due volte per lo stesso reato.
Dopo essersi riservati di
analizzare il caso si sono ancora ripresentati dicendoci che se le cose stavano
realmente così, sarebbe stato meglio rinnovare in tutta trasparenza la nostra
posizione invitandoci a fornire per intero le nostre generalità e a
consegnargli 10 foto ciascuno.
Una procedura questa che già in
precedenza avevano fatto.
Solo il 12-01-04 ritornavano a
casa e ci dissero lapidariamente che il giorno dopo, ci avrebbero imbarcato per
una destinazione che ci avrebbe permesso di sottrarli alla pressioni di cui
erano oggetto da parte delle autorità italiane nei confronti della massima
autorità algerina Bouteflika, e di quest’ultima nei loro confronti (servizi
segreti algerini), determinando di fatto una dinamica in cui noi solo eravamo
coloro che avrebbero dovuto attener e alle loro decisioni e che loro erano solo
esecutori materiali di decisioni al “massimo livello” tra il loro stato e
quello italiano.
A questo punto abbiamo cercato di
prendere tempo, dicendo che dovevamo vendere le nostre cose er garantirci la
sopravvivenza in un altro paese.
A quel punto ci hanno offerto di
comprare loro le poche cose che possedevamo, basta che ce ne andavamo.
In un ultimo tentativo di
resistenza di quello che ritenevamo essere un vero e proprio arbitrio da parte
dello stato italiano e della presidenza di Bouteflika, gli abbiamo comunicato
che ci saremmo rifiutati di montare le scale dell’aereo e che se volevano ci
avrebbero dovuto caricare con la forza.
La reazione e la risposta è dei
servizi di sicurezza algerini è stata a quel punto drastica e “convincente”,
posto che se intendevamo causare un danno all’immagine dell’Algeria nel mondo
(dato che secondo loro aerei dei servizi segreti italiani non potevano per
principi morali e politici atterrare sul suolo algerino), si sarebbero loro
incaricati di utilizzare tutti i mezzi necessari per riuscire nell’operazione….
L’idea che subito ci facemmo è
che un nuovo metodo di Deportazione e di Sequestro (alla Ochalan) era stato già
pianificato.
A quel punto sebbene sconfortati
da simili prepotenti metodi gli abbiamo comunicato che non avremmo comunque
offeso il glorioso popolo algerino, che per quasi 20 anni ci aveva caldamente e
solidariamente ospitato e che assolutamente riteniamo non coinvolgibile in
questo vergognoso atto di tradimento da parte delle sue massime autorità.
Ironia della casualità il 12 era
il giorno del compleanno di Rita.
La mattina seguente arrivarono
due macchine di funzionari della sicurezza che si incaricavano di prelevare i
nostri bagagli, nel mentre altri funzionari ci consegnavano patenti e carte
d’identità e un pacchetto di biglietti aerei.
Nostra fu la meraviglia di vedere
apposti sui documenti le foto fornite a loro per altre motivazioni.
I passaporti ci dissero, non
essere disponibili e che un’altra squadra si stava incaricando delle formalità
all’aeroporto con una altro pacchetto di destinazioni tra le quali
Algeri-Cairo-Beirut, che uno scalo sarebbe stato necessario al Cairo per via
che due, tre ore dopo ci sarebbe stata la coincidenza con Beirut dove,
all’arrivo, non avremmo avuto problemi per entrare nel paese per via del loro
interessamento.
Da notare che le note
caratteristiche della carta d’identità per me era di un’altezza di 1,62 cm
invece io sono alto 1,80 circa ed il colore degli occhi sulla carta di Rita
erano color marroni anziché verdi…..
Poste così le cose dopo che
avevamo cercato ancora una volta di contestare l’eccessiva fretta di cui
eravamo fatti oggetto, che non poteva che permettere alle autorità egiziane una
facilissima detenzione.
L’ufficiale della sicurezza che
sembrava essere il responsabile tra il serio ed il faceto ci rispondeva che il
metodo principale per la riuscita di un’operazione si basava sulla
pianificazione e quindi sulla realizzazione minuziosa della stessa….
Mai parole avevano potuto essere
così profetiche!
Alle 13 venivamo caricati nostro
malgrado sulla macchina con scorta al seguito pronta ad intervenire.
Alle 13:30 ci mettevano in una
sala privata dell’aeroporto H.Boumediene.
Alle 14:10 per un’uscita di
sicurezza ci facevano entrare da soli e sempre sotto forte scorta su di un
pulmino e ci accompagnavano alla scaletta dell’aereo della Egypt air.
Pochi istanti prima di farci
scendere dal mini bus e farci perquisire ci consegnavano i passaporti e l’altro
pacchetto di biglietti.
Scorgendo i passaporti ci
rendemmo conto in maniera palese che quello sarebbe stato un viaggio che ci
avrebbe portato direttamente in Italia. A Rita avevano dato un vecchio
passaporto che sarebbe scaduto entro ¾ mesi con apposta la stessa foto della
carta d’identità e della patente, stessa cosa per quello mio.
Sarebbe stato veramente difficile
convincere anche il più beota dei poliziotti della corrispondenza e della
veridicità dei documenti. Colmo della vergogna di questi esecutori della
decisione presidenziale è stato che poco prima di salire la scaletta si fecero
avanti e ci schiaffarono i 4 classici baci arabi commentando “mi raccomando non
perdiamo il contatto”.
Dopo circa 4 ore di volo
atterrando al Cairo avevamo praticamente chiaro che ci stavano aspettando al
varco e che tutto era una rozza montatura.
Siamo riusciti addirittura ad
individuare durante l’atterraggio un jet vip particolare che poi si è rivelato
essere quello dei servizi segreti italiani.
Una volta scesi c’erano già
davanti a noi tre funzionari dei servizi segreti egiziani che ci stavano
praticamente aspettando, che per illuderci di averla fatta franca ci lasciarono
andare verso il transito, però prendendoci i passaporti per le formalità di
frontiera.
Dopo un’ora di attesa e ad un
dispiegamento soft delle forze di sicurezza egiziano ci raggiunsero due ufficiali
egiziani della Paf che bruscamente ci intimarono di consegnargli immediatamente
ogni altro documento in nostro possesso…
Un’ora dopo ci ordinarono di
seguirli verso un bus carico di agenti delle forze speciali e ci
immobilizzarono sui sedili spegnendo le luci e cercando di impedire la vista di
ciò che stava accadendo all’interno del bus, quindi ci portarono a raggiungere
l’aereo del Sisde e dell’”antiterrorismo”.
Ormai il destino era chiaro.
Con la spavalderia tipica del
vincitore appagato del suo risultato i funzionari del Sisde ci prendevano in
consegna, ci perquisivano, ci separarono e ci fecero mettere verso la coda
dell’aereo, commentando “finalmente li riportiamo a casa!”.
Sebbene gli abbiamo riconosciuto
il fatto di non essere stati maltrattati, abbiamo denunciato con fermezza che
questa operazione di Deportazione e Sequestro calpestava tutti i diritti
internazionali e con la loro prepotenza avevano calpestato la sovranità di ben
due Stati (Algeria ed Egitto).
ARRIVO IN ITALIA
Una volta caricati sull’aereo del
Sisde (circa le 11 locali) abbiamo fatto un viaggio senza scalo durato circa
quattro ore atterrato a Ciampino.
Da qui siamo stati presi in
consegna dalla digos che ci ha portato alla questura centrale, dove ci hanno
identificato e compilato il dossier segnaletici.
Siamo stati trattati in modo
corretto, ma questa correttezza è mancata in due casi, nel primo sicuramente il
più pericoloso per le nostre scelte e per le nostre posizioni, quando dovendoci
perquisire un funzionario voleva rifilarci il loro avvocato d’ufficio per
sbrigare le formalità relative alla perquisizione, ci siamo categoricamente
rifiutati e abbiamo richiesto la presenza dei nostri avvocati di fiducia, una
richiesta che è stata accettata solo dopo più di 4 ore.
Come ultimo maldestro tentativo di manipolazione
mascherato da “democratica correttezza”, chiamava lo studio dei nostri avvocati
esprimendosi testualmente:”siamo la digos stiamo chiamando dalla questura e
stiamo arrestando Rita Algranati e Maurizio Falessi. Siete pregati di venire al
più presto possibile per assistere alle formalità relative alla loro
perquisizione”.
Abbiamo immediatamente ed
energicamente denunciato il rozzo tentativo di manipolazione della nostra
posizione politico-giudiziaria, in quanto il funzionario della digos aveva
deliberatamente omesso che eravamo stati catturati al Cairo cercando di
insinuare così ai nostri avvocati il dubbio che ci fossimo consegnati
volontariamente.
Una manipolazione come anche
abbiamo potuto verificare due ore dopo quando incontrammo i nostri avvocati
dove nuovamente maldestramente un funzionario della digos ostentatamente
cercava di farci apparire come dei volgari pentiti e dissociati che avevano
abbandonato i loro principi ed i loro valori e si erano consegnati nelle mani dei
loro persecutori.
Un altro tentativo di squallida
provocazione lo ha subito Rita da parte di una funzionaria della digos che la
doveva perquisire.
Infatti portata in una stanza
apposita questa inveiva indegnamente contro la prigioniera trattandola come una
spietata assassina e dicendole che adesso avrebbe dovuto fare i conti con loro.
Solo la freddezza e la dignità di
Rita hanno potuto far fronte alla miseria morale e al tentativo provocazione
psicologica che veniva immediatamente contestato e denunciato.
Abbiamo rifiutato di firmare i
documenti relativi al sequestro dei documenti, dei titoli di viaggio, dei soldi
e di altri pochi effetti, posto che tutto il resto c’è stato correttamente
riconsegnato. Dopo aver raccolto questo materiale e rapidamente analizzato, il
dirigente della digos Gabrieli, quasi incredulo, ci domandava se eravamo
un’agenzia turistica per il fatto che possedevamo tutta una serie di biglietti
a destinazione dell’Africa subsahariana e del Estremo Oriente Asiatico oltre
che per un paese del Golfo.
A questa sua domanda dichiaravamo
che si mettesse agli atti che sia i documenti che i biglietti ci erano stati
“imposti” dalle autorità algerine al momento del nostro imbarco all’aeroporto
di Algeri, e per questo non avevamo assolutamente nessuna intenzione di far
passare quella vigliacca ed infame imposizione come una nostra libera
scelta.