INTERVISTA
Parla Giovanni Ziccardi, rappresentante di IP Justice, il gruppo internazionale che si batte per una riforma del copyright; l'errore più grave «Non capire che Internet è un mondo a sé e ostinarsi a cercare di assimilarlo al mondo dei bilanci a partita doppia»
Il gruppo internazionale di tutela delle libertà civili IP Justice (http://www.ipjustice.org) che da più di un anno si batte per una riforma del copyright, ha recentemente pubblicato un rapporto che analizza il trattato panamericano «Free Trade Area of the Americas Treaty»(Ftaa), denunciandone i pericoli per la vita di migliaia di americani in tema di diritti di proprietà intellettuale. E' in discussione infatti un importante accordo commerciale tra il Nord e il Sud America che dovrebbe aprire le porte ad una vasta area di libero scambio e che prevede un intero capitolo dedicato all'Intellectual Property. Nel rapporto di IP Justice sono denunciati tutti i pericoli in cui incorrerà chiunque utilizzi piattaforme P2P, DVD, ecc. Per combattere questa situazione, IP Justice ha lanciato una petizione che mira a rivedere completamente l'intero capitolo del trattato dedicato al copyright. Incuriositi siamo andati a cercare il professor Giovanni Ziccardi dell'Università di Milano, uno degli animatori dell'iniziativa, che fa parte del board of directors di IP Justice e ne è il rappresentante italiano, esperto di diritto digitale e fondatore e direttore della rivista scientifica internazionale «Ciberspazio e Diritto - Cyberspace and Law»
Il diritto d'autore ha subito delle distorsioni secondo lei negli ultimi tempi?
Internet è arrivata in un contesto economico e tecnologico in cui il diritto d'autore soffriva già di una malattia terminale. La Rete ha fatto in modo che un qualsiasi ragazzino potesse avere nelle proprie mani il potere distributivo di una major, consentendo tra l'altro una distribuzione capillare mai verificatasi prima (basti pensare al Blair Witch Project o all'iniziativa di Stephen King, che hanno saltato a piè pari le rispettive catene distributive). Inoltre Internet ha permesso la condivisione della conoscenza, senza alcun rispetto per le regole del mondo fisico. Tutto questo ha portato a una reazione dell'ordinamento e alle conseguenti distorsioni. L'ordinamento infatti non ha avuto attenzione verso il consumatore né verso l'autore, ma ha deciso di assumere un atteggiamento sanzionatorio. La distorsione sta dunque in parte nell'ordinamento giuridico e in parte nel substrato politico, come evidenzia il rapporto triennale appena uscito del US Copyright Office, reperibile anch'esso sul sito di IP Justice, dimostrando ancora una volta una scarsa attenzione verso i mutamenti della società civile.Ma la percezione della gente qual è? Non le pare che le violazioni al diritto d'autore stentino a essere catalogate come reati?
Indubbiamente. Noi stiamo vivendo uno di quei momenti storici in cui determinate comunità hanno comportamenti difformi dal diritto per un divario di linguaggio e di modalità di vita che fanno sì che troppe persone si sentano estranee, con riferimento al fenomeno Internet, all'intento dei governi e, soprattutto, del legislatore. Forse è stato sottovalutato l'impatto che Internet ha avuto nella società civile. Non basta una legge per rimediare a questo senso di estraneità. Ciò nonostante esistono delle formule alternative e degli spazi di dialogo. Per esempio, nonostante il navigatore sia portato alla gratuità dei contenuti, l'esperienza di Apple e di iTunes ha dimostrato che esistono margini di business.
L'Europa sta prendendo il peggio degli Stati uniti a proposito di copyright, assumendo un atteggiamento liberticida. Ma quali sono le differenze più vistose tra la realtà europea e quella americana?
La vera diversità sta nell'assenza in Italia, e in parte anche in Europa, di una tradizione di associazioni in grado di fare lobby politica e di radunare e rappresentare i consumatori e i navigatori e 'cittadini' di Internet.
Quali sono i rischi della brevettabilità del software, tutt'ora all'esame della comunità europea?
I rischi, o meglio le certezze, riguardano le difficoltà in cui incorrerebbero i piccoli e medi sviluppatori e, di conseguenza, tutto il mondo dell'open source. Inoltre il software in questo modo si troverebbe a essere protetto su due fronti differenti e incrociati: il diritto d'autore e la brevettabilità. La cosa che deve far pensare a una sorta di «ammissione di colpevolezza» è, tra le altre cose, che in fase di discussione della direttiva McCarthy fu ventilata la possibilità di prevedere fondi speciali per la tutela delle aziende che avrebbero incontrato difficoltà commerciali ed operative nel nuovo ordinamento giuridico.
Uso personale e uso commerciale: questa distinzione rimane basilare nelle sanzioni?
E' proprio in questa direzione che si sta colpendo, con il rischio che il «vecchio uso personale» venga talmente limitato da sparire. Per esempio c'è un emendamento alla direttiva comunitaria sulla proprietà intellettuale proposto dalla signora Janelly Fourtou (parlamentare francese conservatrice e moglie dell'amministratore delegato di Vivendi) in cui si propone la prigione per i crimini legati al file sharing musicale anche quando si tratta di uso non commerciale. IP Justice sta facendo una campagna anche contro proposte di tale tipo.
Barriere tecnologiche e leggi dei governi: perché le aziende non usano di più le prime?
Perché per le aziende è più facile e meno impopolare «passare» dai governi chiedendo una legislazione ad hoc, ovviamente restrittiva, piuttosto che utilizzare una barriera tecnologica con il rischio di contrariare il consumatore.
Brevetti e innovazione: esiste questo collegamento più volte citato tra riconoscimento economico ed esclusiva da una parte e movente a innovare dall'altra?
Il mondo dell'open source e la diffusione del codice libero sono la testimonianza più vistosa dell'erroneità di questo pensiero. Quello che porta all'innovazione è lo scambio delle culture e delle idee, la libertà di condividere, non il vincolo dei brevetti.
Il più grave sbaglio nei tentativi di trovare una soluzione giuridica alla necessità di tutelare la proprietà intellettuale?
Non voler capire che Internet è un mondo a sé e ostinarsi a cercare di assimilarlo al mondo tradizionale dei bilanci a partita doppia. EMANUELA DI PASQUA (Il Manifesto, 2 novembre 2003)
|