Foglio di informazione antagonista
Il ‘’Volantino’’ (che ha come icona un piccolo volante) è nato a Bitti cinque anni fa- da allora ha riscosso un successo in tutto il paese:. Con semplicità ed immediatezza dice la sua su questioni di carattere locale e globale E’ davvero una piccola ‘’guida’’ controinformativa per ‘’su populu bittese’’. In questo numero: - La guerra ‘’colpisci e terrorizza’’ del petroliere Bush - Il ricordo di un ‘’antico rivoluzionario’’ di Bitti , zio Antoni Scanu - L’articolo 18 e la ricorrenza del primo maggio - Altre notizie del paese
Il V lantin Pasqua 2003
Strumento guida d’informazione autogestita. Ciclostilato in proprio presso il Circolo PRC "Ernesto Che Guevara"
Corso Vittorio Veneto n° 36, 08021 Bitti (NU).
SI alla pace, SI ai diritti,
SI alla dignità dei lavoratori.
Con l’aggressione all’Iraq posta in essere dal duo Bush-Blair, con il sostegno più o meno celato di Berlusconi e Aznar, si aprono scenari inquietanti a livello mondiale con il pericolo concreto di un allargamento del conflitto ed una recrudescenza del terrorismo internazionale.
A livello nazionale con la dichiarazione dello stato d’emergenza da parte di Berlusconi, l’Italia ha fatto un passo ulteriore verso l’entrata in guerra. Questa dichiarazione sta passando in sordina, le reazioni da parte delle forze politiche e sindacali sono state inadeguate.
Con lo stato d’emergenza ci potrà essere quasi sicuramente una riduzione dei diritti: di sciopero, di manifestazione ed altro, la democrazia subirà un alt. Per concludere il quadro è necessario ricordare i recenti pestaggi indiscriminati ad opera delle forze dell’ordine nei confronti di manifestanti inermi, sia dopo l’assassinio di Davide Cesare, 26 anni, da parte di tre neofascisti, padre e due figli, che nel corteo per la pace svoltosi a Torino nel marzo 2003 (in cui sono stati pestati soprattutto i migranti, tra i quali donne e bambini). Dopo Genova e l’allontanamento di Scajola (il ministro che dette ordine di sparare) fatti del genere sembravano dimenticati, ma forse l’esperienza non è stata sufficiente.
I pestaggi nei confronti dei cittadini inermi hanno l’obiettivo di intimidire e scoraggiare la partecipazione ad iniziative e manifestazioni che rivendichino la pace e i diritti.
Mai come oggi pace e diritti costituiscono un binomio inscindibile; il 15 giugno saremo chiamati a votare per estendere l’articolo 18 dello statuto dei lavoratori a tutti i dipendenti (ora previsto solo per le imprese con più di quindici dipendenti). Questa disposizione prevede che il lavoratore non possa essere licenziato senza giusta causa né senza giustificato motivo, ad esempio non potrebbe costituire giustificato motivo il rifiuto del lavoratore a svolgere un lavoro pericoloso senza adeguate misure di sicurezza oppure il resistere alle molestie sessuali da parte del padrone. Molte piccole imprese sono d’accordo all’estensione dell’art. 18, anzi lo applicano già, anche se hanno meno di quindici dipendenti, perché la tutela dei diritti e della dignità dei lavoratori, migliorando le condizioni di lavoro contribuisce al miglioramento dei risultati.
Il referendum del 15 giugno costituisce una battaglia di civiltà e non dobbiamo lasciarci intimidire o convincere dai cantori dell’astensione e dell’andare al mare.

Antoni Scanu
(Bitti, 19-1-1913 / 25-3-2003)
Essere Comunista vuol dire aderire al "movimento reale che abolisce lo stato delle cose presente" (K. Marx). Il Compagno Antoni Scanu non aveva certo il pragmatismo del dirigente che guarda gli avvenimenti con razionalità e, talvolta, con cinico distacco. Il suo modo di leggere la realtà era quello di calarsi anima e corpo nell’argomento, vivendo "fisicamente" le angosce e le ragioni degli oppressi e con rabbia la prepotenza e l’arroganza degli oppressori. Non aveva la razionalità del dirigente ma la passione del vero rivoluzionario; nel mettere in discussione il pensiero unico, sfidando gli schemi consolidati del conformismo e del "è già stato deciso".
Un esempio per tutti di persona veramente libera.
Guerra: conflitto fra integralismi economici
Non c’è problema
Quel poco che siamo riusciti a sapere dell’attacco unilaterale in Iraq è sufficiente per denunciare le atrocità che una guerra comporta fra le popolazioni già oppresse da regimi di varia natura. Davanti agli occhi, ogni giorno, una passerella di giornalisti poco disposti alla cronaca ragionata ed alla ricostruzione storica di come si è arrivati a questa guerra e, nello stesso tempo, compiaciuti di schierarsi col più forte e pronti a difendere o a giustificare i disastri umanitari causati da bombardamenti ciechi e per niente amici. Fortunatamente, al di fuori del brodo mediatico quotidiano (TV e giornali) c’è qualcuno che lavora per ricostruire i frammenti che l’informazione di sistema presenta talvolta sparsi nel tempo e nello spazio. In un libro di recente pubblicazione di Simone Falanca, "Banche Armate alla Guerra" (F. Frilli Editore, € 14.00), per esempio, viene fatta una descrizione minuziosa degli affari ultra decennali fra i Bush (grande e piccolo) e la famiglia Bin Laden, sul ruolo dell’US Air force nella strage dell’11/9, dei loschi traffici dell’affarista Dick Cheney (vice presidente USA), del commercio di armi chimiche dell’allora rappresentante farmaceutico Donald Rumsfeld (ministro della difesa USA), di ruoli e futuri incarichi dei membri dello staff presidenziale del piccolo Bush, collegando articoli prelevati dal web, da periodici e quotidiani (tutt’altro che "anti-americani"), centri di documentazione, documenti della CIA declassed.
Riflettendo su questi particolari, decadono le motivazioni ideologiche che sono state associate inizialmente a questa guerra; terrorismo islamico, inferiorità della civiltà mediorientale, superiorità di quella occidentale, liberazione dei popoli oppressi (magari). Emergono, invece, altre motivazioni che stanno dietro la necessità del rilancio di una economia di guerra intrapresa dagli USA; un conflitto tra integralismi economici trasversali, nella piena affermazione del capitale come riferimento unico delle relazioni sociali fra i popoli della terra, e dove il vero nemico ha un solo nome: recessione. Nell’epoca delle grandi privatizzazioni, in cui anche i servizi essenziali quali acqua, sanità, istruzione, ambiente, servizi sociali, sono alla mercé del profitto di pochi, è naturale che i calcoli cinici dell’economia portano, in casi estremi, all’uso delle armi per risolvere le controversie che nascono al suo interno; non c’è problema.
E il cittadino comune? Quali opportunità ha il cittadino comune, in Sardegna o nel "grande Paese fratello", negli USA, di amministrare le grandi scelte e cambiare questa logica perversa, un sistema in cui vengono versati fiumi di soldi privati per finanziare le campagne elettorali? In un sistema in cui si generano vortici di favori trasversali che prima o poi dovranno essere ricambiati, in qualche modo. La democrazia occidentale è marcia, e i sistemi elettorali vigenti non consentono la partecipazione diffusa e democratica in senso stretto. Siamo di fronte alla imposizione di un conflitto di interessi fra politica ed affari di dimensioni planetarie; a tutti i livelli si assiste ad una commistione fra gli interessi dei grandi capitali privati ed i soggetti, quasi sempre gli stessi, chiamati a gestire la cosa pubblica, cioè di tutti. Questo comporta una grave limitazione della democrazia e sta causando un danno irreparabile per chi spera in una prospettiva di miglioramento delle condizioni di vita sulla terra. La gente comune è stanca di essere trattata come una semplice variabile statistica, un consumatore che fa politica alla cassa del supermercato in base ai prodotti consumati, perché la cabina elettorale è stata svalutata dal nepotismo; rivuole la dignità di cittadino quale membro effettivo della vita sociale del paese in cui vive, a partire dalle opportunità di poter partecipare, in prima persona, alla gestione delle grandi scelte; vuole tornare ad essere ascoltato, anche se si tratta di una minoranza poco apprezzata dagli standard televisivi (es. un’operaia negra e lesbica). È una prospettiva ambiziosa, si sa, ma non utopistica.
Ulteriore riduzione di posti di lavoro alle Poste
Cresce il disagio ed aumentano i disservizi per i paesi dell’interno
Le Poste Italiane hanno annunciato che il bilancio consuntivo del 2002 è in attivo.
Tuttavia non è stato sufficientemente specificato che tale risultato, mai raggiunto dal dopoguerra è dovuto soprattutto alla diminuzione del personale. Ciò ha permesso un saldo positivo del bilancio annuale ma ha penalizzato pesantemente i cittadini. Sono all’ordine del giorno le lamentele per le lunghe file agli sportelli e i disservizi nella distribuzione della corrispondenza.
Nonostante le lamentele, nonostante l’aumento notevole dei disagi, le Poste Italiane vogliono portare avanti un’ulteriore provocazione nei confronti delle popolazioni dell’interno con il trasferimento dei centri provinciali operativi a Cagliari. Qualora questa malaugurata scelta andasse in porto, Nuoro perderà 30 lavoratori su 96, circa il 30 per cento, 30 lavoratori, con le relative famiglie, saranno costretti ad andarsene. Oltre alla perdita dei posti di lavoro, aumenteranno anche i disagi per i cittadini che vedranno allungarsi le file agli sportelli e le difficoltà nel recapito della corrispondenza. A questa decisione si dovrebbe aggiungere un piano di razionalizzazione degli uffici con il depotenziamento di quelli meno redditizi.
A questo punto viene spontanea una domanda: l’attività delle poste è finalizzata a fornire servizi o a fare soldi? La prima presuppone che in ogni paese ci sia un ufficio postale, anche poco redditizio, per garantire una presenza minima dello Stato, nel secondo caso gli uffici dei piccoli paesi dovrebbero essere depotenziati attraverso la riduzione delle spese, il tutto con buona pace di molti politici che vogliono il rilancio delle zone interne….. a parole.
Attenti al saccheggio!
Le società che producono energia, per poter costruire nuove centrali o potenziare quelle esistenti, utilizzando fonti tradizionali (petrolio e carbone) devono garantire la produzione di una percentuale di energia pulita (es. eolica). Quindi non è un particolare attaccamento all’ambiente che spinge queste società ad investire nell’eolico (che potrebbe essere economicamente non conveniente), ma la prospettiva di guadagni con la produzione tradizionale.
Approfittando del fatto che la Sardegna è particolarmente ventosa, molte società vogliono impiantare le loro pale con la promessa di chissà quali vantaggi per le comunità soprattutto dell’interno. Anche Bitti rientra in quest’ambito. È quanto mai urgente che l’Amministrazione Comunale predisponga studi adeguati per evitare il saccheggio del territorio e imponga condizioni serie per la tutela ambientale, è altrettanto importante prevedere vantaggi certi per tutta la comunità. La proprietà dei terreni è privata e ben vengano i vantaggi per i proprietari, ma l’ambiente è di tutti e la tutela ambientale deve assumere un carattere preponderante. Dopo venticinque anni si deve procedere alla rimozione delle pale ormai inservibili, questa operazione è abbastanza costosa. Qualora questi costi risultassero a carico dei proprietari o del comune il danno supererebbe sicuramente i vantaggi.
Parola magica eo tabù?
Caseificio
La parola "Caseificio" abbondantemente evocata nelle fasi elettorali per le comunali del ‘98 e per le regionali del ’99, non appare più nel gergo politico bittese. Come mai non si è finanziata la realizzazione del caseificio? Non ci sono soldi in regione?
Lo si dica!
Bitti è troppo vicina a Buddusò ed un nuovo caseificio potrebbe dare fastidio nella raccolta del latte?
Lo si dica!
La regione ha in mente strategie alternative?
Lo si dica!
A tutt’oggi il caseificio non è stato finanziato. Alla fine del 1999, eppure, dopo il tradimento di tre consiglieri regionali eletti nella lista di centrosinistra e la nascita della giunta regionale delle destre, sembrava cosa fatta e si stava addirittura pensando alla commercializzazione del prodotto.
Ma forse, il commercio del formaggio non rende tanto quanto il commercio delle poltrone.

Il referendum dell’11 maggio 2003
Aboliamo le leggi regionali istitutive delle nuove Province
Il Consiglio Regionale, spinto dalla nobile intenzione di riformare il sistema delle autonomie locali sarde, ha istituito quattro nuove province (Gallura, Ogliastra, Sulcis, Medio Campidano), non ha modificato altro, con il risultato di creare nuove poltrone per nuovi presidenti, assessori e consiglieri. La Provincia calabrese di Crotone, istituita oltre dieci anni fa, ha un presidente, sei assessori e ventiquattro consiglieri, ha inoltre cinque dipendenti che garantiscono l’erogazione di indennità, rimborsi e gettoni agli amministratori. E’ concreto il rischio che le nuove province sarde, in attesa di una seria riforma delle autonomie locali, siano costrette a fare altrettanto. Pertanto l’11 maggio
Votiamo si all’abrogazione istitutiva delle nuove province.
La valorizzazione del centro storico parte dal rispetto di chi lo abita
Un Vespasiano per i viottoli
Le feste patronali, si sa, sono appuntamenti irrinunciabili per tutti coloro che credono nella conservazione delle tradizioni.
Puntualmente, almeno due volte l’anno, fra feste patronali e sagre varie, le stradine adiacenti la piazza interessata vengono irrorate da fiumi di urina putrida e fetente, frutto di una giusta e meritata serata passata allegramente a bere birra con gli amici. Tutto bene, se non fosse che le stradine interne, anche se poco visibili all’occhio del visitatore disattento, sono pur sempre trafficate dai cittadini che le abitano, che si trovano costretti, nei giorni successivi, a versare litri di candeggina o altri disinfettanti per permettere alle persone di transitare, ai bambini di giocare, a tutti di respirare l’aria del quartiere. Quindi, alla mancanza di una programmazione, da parte dell’amministrazione comunale, che valorizzi il centro storico e che garantisca la pulizia e il decoro delle strade interne, si uniscono l’elaborazione intestinale della birra dei partecipanti alla festa ed uno scarso senso civico, col risultato di peggiorare la vivibilità dei viottoli ed il loro godimento.
È risaputo che ogni anno c’è un avanzo consistente dal bilancio della festa di turno; un suo utilizzo valido e socialmente utile sarebbe quello di acquistare, con questo avanzo, un bagno da campo, uno di quei bagni chimici che si montano e si smontano all’occorrenza. Non è necessario comprarlo tutto in una volta; se il costo dovesse risultare eccessivo, basterà accantonare, per un numero di feste necessarie, questi avanzi per poter, nell’arco di uno, due o tre anni, acquistare il bagno in oggetto.
Grazie a nome di tutti i cittadini che abitano nelle strade sfortunate.
Lettera di una bambina irakena
Cari Bush e Blair,
mi chiamo Amina, ho sei anni e vivo a Bagdad, da dove sono dovuta fuggire insieme alla mia famiglia, perché (così mi hanno detto) arrivavate voi a portarci la "democrazia" e la libertà.
Mio babbo dice che sono due cose belle, ma se questo è vero perché io sono qui distesa ad arrossare col mio sangue la sabbia del deserto?
Io non avevo molte pretese . . . avrei solo voluto continuare a vivere, nonostante la fame che mi accompagnava ogni giorno a causa dell’embargo che voi ci avete imposto, sempre per farci capire quanto siete giusti e democratici . . .
Io sono troppo piccola . . . non posso capire parole belle e grandi come "libertà" e "democrazia", però una cosa la so, avrei voluto continuare a vedere gli occhi neri di mia madre, non gonfi di lacrime come adesso mentre mi stringe al petto disperata, ma allegri e dolci come quando andavamo al mercato insieme, prima che voi vi preoccupaste di portarci la vostra "democrazia".
Forse sono solo una bambina irakena, magra e cenciosetta, ma non so se mi piace la vostra democrazia . . . soprattutto non lo saprò mai perché per insegnarmelo mi avete ucciso.
Giovedì 1° maggio 2003
Festa del Lavoro
Inaugurazione della nuova sede del
Circolo PRC
"Ernesto Che Guevara"
via G. Marconi n° 24, 08021 Bitti (NU)
Programma della manifestazione :
Mattina: distribuzione materiale d’informazione e dibattito sul tema
ore 13: pranzo sociale
Pomeriggio: musica dal vivo e da studio e apertura bar
Una giornata che dopo 113 anni dalla sua istituzione è ancora un simbolo forte della lotta degli sfruttati e degli oppressi per l'emancipazione dalla schiavitù salariata.
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