julian barnes sul guardian (11 aprile)
Questa guerra non valeva il dito di un bambino
Allora, pacifisti, avete perso. Ve l’avevamo detto. Certo non è stata esattamente la disfatta che avevamo pianificato. Gli iracheni non si sono sollevati come avevamo promesso, il lancio dei fiori è stato un po’ tardivo, ma questo solo perché avevamo sottovalutato fino a che punto siano “terroristi”.
Comunque: una campagna di tre settimane con un paio di centinaia di morti sul fronte della coalizione, e la fine è vicina e gli iracheni ballano sulle statue cadute. Presto i vostri compagni pacifisti potranno tirare un sospiro di sollievo e potrà cominciare la costruzione di una nazione. Posso sentire uno squittio di gioia?
Allora, guerrafondai, così avete vinto? Per favore prestate attenzione. Lunedì pomeriggio I vostri ragazzi pensavano di aver trovato Saddam in un ristorante. Un aereo americano ci ha fatto sopra piovere 2000 bombe molto intelligenti. La notte successiva la BBC ha fatto vedere un enorme cratere e il corrispondente ha detto che nessuno che fosse stato lì avrebbe potuto sopravvivere. Secondo Peter Arnett, il corrispondente segato dalla NBC, il ristorante è ancora intatto, ma il vicinato in compenso è stato ridotto in polvere. A detta dei più Saddam è scappato. Quando le sono stati chiesti chiarimenti, Torie Clarke, la portavoce della difesa, ha detto seccamente: “Non credo sia molto rilevante. Non è che il pensiero “se lui era là o no” non mi faccia dormire la notte”.
Non so quanto del paragrafo precedente, a parte la dichiarazione della Clarke (che ho sentito con le mie orecchie), sia vero. Probabilmente di avvicina alla verità ed è probabile che negli anni a venire possa emergere una versione accurata: quanto fosse buona la soffiata, quanto mirato il bombardamento, quanti morti ci sono stati, quanti di questi civili? Ma una cosa la so: se fossi Torie Calrke, penserei che dovrei perderlo un po’ di sonno.
Se fossi la Clarke, mi verrebbe da pensare alla mia città natale e a quanto potrà essere sicura da attacchi terroristi. Perché se la brutalità delle sue parole sembra scioccante a me, figuratevi l’effetto che può fare su qualcuno che in quel raid ha perso il padre, il fratello, la sorella, un amico, un conoscente.
Pensate che dirà: “è stato un sacrificio che siamo felici di accettare, perché dopo tutto stavate solo cercando di uccidere Saddam Hussein ?”. A dire il vero dubito che reagirebbe così.
Quando è cominciata la Guerra, come tutti ho provato ad immaginare quale sarebbe stato il risultato. Una guerra veloce con vittime ad una sola cifra e una indolore evizione di Saddam? Ma questo caso potrebbe significare che Rumsfeld&Co., sposterebbero le truppe verso Damasco e Theran, centri di risaputa recalcitranza e nella lista dei cattivi.
Una guerra lunga ed orribile, con tanti morti anglo-americani da mettere i presidenti dei due paesi di fronte all’evidenza che la loro guerra solitaria, che ai paesi neutrali è sembrata una forma di neo-imperialismo, non era praticabile. Ma questo vorrebbe dire augurarsi la morte di centinaia e centinaia di militari e di ancor più numerosi civili.
Un aut – aut senza risposta. Allora, una via di mezzo? Beh, una via di mezzo è quello che abbiamo. Sufficiente a qualcuno per parlare di una magnifica vittoria professionale e per qualcun altro di un vile, inutile bagno di sangue.
Ma c’è un altro conteggio drammatico. La guerra dipende dall’appoggio dell’opinione pubblica. Questo sostegno dipende in parte da come si gestisce la guerra e dai calcoli sulla cifra accettabile di morti. Allora qual è il miglior modo per vincere la partita? Qualcuno, da qualche parte, qualche focus group machiavelliano o qualche statistico dei danni, sta probabilmente già facendo i conti. Cominciamo: un soldato iracheno morto vale un punto, due per una guardia repubblicana, tre per un fedayeen. E così, via fino ai vertici del regime: diciamo 5000 per Ali il Chimico, 7500 per ciascuno dei figli di Saddam e 10000 per il dittatore in persona.
Dal lato negativo: potenziale danno al morale. Un civile iracheno ucciso, se maschio, meno 5 punti, 10 se femmina, 20 per un bambino. Meno 50 punti per ogni soldato della coalizione ucciso. E poi, peggio di tutto, meno 100 punti, se ucciso da fuoco amico. Però si guadagnano 1000 punti per ogni episodio che in un paio d’anni può diventare un bel film dai buoni sentimenti per Hollywood, vedi “Salvate il soldato Lynch”.
A sentire questi conti, la guerra è un successo. La televisione ha più o meno messo in scena i pesi di questo foglio statistico: filma un bambino fasciato, sanguinante e terrorizzato in un ospedale e la messa in onda è garantita. Con quale gioiosa noncuranza poi si è venuti meno alle indicazioni.
Come è sono stati presentati gli iracheni? a) disarmati b) mentre avanzano come folli in colonna, diventando carne per un attacco aereo (anche se l’espressione “caccia al tacchino” è stata sensibilmente bandita) c) come cavie per la sperimentazione sul campo delle bombe dasycutter d) fanaticamente leali, che continuano a combattere anche quando sono stati disarmati e) mentre scappano in mutande Il ritorno dei corpi in Inghilterra ha avuto in TV una copertura in grande stile: la bara con la bandiera, il principe Andrew che fa il saluto, I kilt sventolanti dei soldati che scortano le spoglie dei loro compagni caduti.
Poi sullo schermo compare il volto di ciascun soldato, qualche volta in una sgargiante foto di famiglia, con mogli, fidanzate, bambini: colpisce sulle emozioni. Ma i soldati iracheni? Sono solo morti. Il Guardian ci ha raccontato come l’esercito britannico dà la triste notizia alle famiglie. Cosa succede in Iraq? Chi dà la notizia a chi? Si viene davvero mai a sapere? State semplicemente lì ad aspettare di vedere se vostro figlio diciottenne torna a casa o no? Raccogliete i pezzetti di lui che sono rimasti dopo che è stato polverizzato da armi nuove di zecca? Non ci sono molte equivalenze in questa guerra, ma potete stare certi che esiste l’equivalenza del dolore. Ecco arrivano i seminatori di vedove, è il grido che si sente mentre avanzano i carri armati. Ecco arrivano anche gli inconsapevoli volontari di al-Qaida.
Nonostante tutta la copertura, non so che cosa ho visto. I giornalisti embedded hanno sicuramente funzionato dal punto di vista miliare. Questo non per disprezzarli, inoltre hanno subito in proporzione perdite superiori a quelle dell’esercito. Ma il massimo che possono fare è seguire è che non è la stessa cosa che raccontarci cosa sta succedendo in realtà; per questo, tanto noi quanto loro, dipendiamo dai portavoce ufficiali. La televisione francese ha mandato in onda un documentario sui giornalisti a cui è stato negato l’accredito e quindi l’accesso. La TV britannica ci fa credere che riceviamo tutta l’informazione “pura” che è possibile avere in queste circostanze.
Ma in tempo di guerra siamo ancora meno propensi a guardarci come ci vedono gli altri. Per noi la guerra consiste in truppe di coalizione, Saddam, truppe irachene e civili iracheni, con qualche spruzzo di kurdi e turchi. Nei primi giorni di guerra ho visto un telegiornale francese dove mi si diceva che gli americani avevano chiuso la loro ambasciata in Pakistan, almeno credo, e dico credo perché non ne ho mai sentito conferma qui.
La reazione del mondo arabo è stata coperta solo a brandelli, come a dire: facciamo finta che questa sia una battaglia localizzata, senza ulteriori ripercussioni, e magari lo sarà. Un amico che lavora per la televisione si è ben presto reso conto che non gli veniva presentata l’immagine d’insieme ed era pronto a lasciare casa per lavorare sei mesi per al-Jazeera. Solo quando sua moglie gli ha chiesto dove aveva intenzione di imparare l’arabo, si è accorto del vaneggiamento. Ma il suo istinto era assolutamente giusto.
Mentre Baghdad cade, continua a venirmi in mente il mantra di Jack Straw: “nucleare, chimico e biologico”. Lo ripeteva in continuazione per guadagnare consensi. Dopo le ispezioni dell’ONU ha dovuto togliere “nucleare”. Così gli rimanevano solo gli altri due “cattivi”. Come altri, anch’io credevo al giudizio di Scott Ritter, che se gli iracheni avevano ancora “roba cattiva”, doveva essere scaduta da un pezzo e doveva ormai essere diventata gel per capelli.
Sembrava una scommessa grottesca da parte di Bush e Blair cercare di provare che l’Iraq era in possesso di armi chimiche, provocando Saddam ad usarle contro le truppe della coalizione. Adesso ci vengono a dire che quel dannato bastardo le ha messe in Siria. (Hey, allora invadiamo la Siria! Poi le potrebbe spostare in Iran. Potremmo andare lì dopo!).
L’interrogativo dei pacifisti prima della guerra, faceva più o meno così: mettiamo che Saddam distrugga tutte le sue armi domani, invadiamo sempre l’Iraq a scopo umanitario? Non riesco ad immaginare che ci sarebbe stato un boato di “sì per favore”. Ma retrospettivamente è quello che probabilmente avremmo fatto.
Vi sembra una guerra umanitaria? “Shock e terrore” sono compatibili con “cuori e menti”? Poco fa un soldato della fanteria americana, col volto truce, stava risalendo una duna, girandosi verso una telecamera si è lamentato: “Sembra che non si rendano conto che siamo qui per aiutarli”. Che strano!
Nelle ultime tre settimane, ho ricevuto numerose e-mail da amici sparsi per il mondo. Quasi tutti hanno espresso la propria incredulità sulla posizione del nostro primo ministro. “Possiamo capire Bush, sappiamo da dove viene fuori, non ci sorprendono le sue smisurate limitazioni e smisurate ambizioni. Ma cosa sta combinando Blair? Sembrerebbe un uomo civilizzato ed intelligente. Cosa crede di fare? E cosa cavolo crede di guadagnarci? Petrolio? Contratti di ricostruzione? Difficile.
Per quel che riguarda “cosa crede di fare”, sembra un misto di idealismo disilluso (trovando una ragione morale per la guerra (quando né il vescovo anglicano né il papa – esperti di morale ammetterà – ne trovano una) e di pragmatismo deluso: crede davvero che la conquista militare dell’Iraq ridurrà il terrorismo.
Questa è la guerra di Blair e, come lui stesso ci ha ricordato, sarà la storia a giudicare. Ma visto che saremo tutti morti, prima che la storia dia il suo giudizio, ci sono tre fasi Blair che andrebbero analizzate. La prima risale al pre-guerra. Il primo ministro venne interrogato nella Casa dei Comuni a proposito dell’Iraq e rispose con un ghigno soddisfatto: “Saddam è in trappola”. All’epoca notai appena la crudezza dell’espressione, che mi ha fatto però rammentare la frase. Furono in pochi a rendersi conto che gli auto-eletti guardiani dello zoo stavano arrogandosi il diritto di sparare sugli animali.
Poi c’è la questione della seconda risoluzione ONU. Vi ricordate che ci avevano detto che non saremmo andati in guerra senza una seconda risoluzione? Come abbiamo cambiato idea in fretta. Il 15 febbraio, alla marcia contro la guerra, uno dei punti chiave della discussione era che Blair aveva in mano la sua lancia: se non avesse ottenuto una seconda risoluzione, avrebbe dovuto scegliere tra contravvenire alle promesse fatte al popolo britannico o corre dietro al suo amico Bush. Ben presto abbiamo avuto la risposta, che ha portato alla terza fase. Quando accusato una volta di troppo di essere il cagnolino di Bush, Blair rispose che al contrario se Bush avesse avuto dei ripensamenti sull’Iraq, avrebbe fatto pressione per agire. Non certo un tipico esempio della nostra “influenza frenante”.
Bene, pacifisti, siete contenti che stia arrivando la pace? No, perché non credo che questa guerra, così come è stata concepita e giustificata, valesse anche solo il dito di un bambino. Almeno siete contenti che il governo di Saddam sia caduto? Certo, come chiunque altro. Quindi, non trovate che ci sia una contraddizione in questo? Sì, ma mai quante ce ne sono nella vostra posizione.
Tornando a voi, guerrafondai, ho due domande anche per voi. Davvero credete che lo stupefacente bombardamento dell’Iraq, ripreso dalle TV dal mondo arabo, abbia reso la Gran Bretagna, l’America e la casa di Torie Clarke più sicure dalla minaccia del terrorismo? E se sì, fatemi ricordare un’altra affermazione del vostro signore della guerra, Mr Blair. Ci ha detto, seriamente, che una volta eliminato Saddam, sarebbe stato necessario fare i conti con la Corea del Nord. Vi state scaldando per la prossima, l’attacco umanitario su Pyongyang?
( traduzione di Anna Marchi )
* Julian Barnes : scrittore inglese, i suoi libri sono pubblicati in Italia da Einaudi (Il pappagallo di Flaubert ; England England …). Sito ufficiale: http://www.julianbarnes.com/; pagine in italiano ospitate da Clarence: http://www.clarence.com/contents/cultura-spettacolo/societamenti/autorial/barnes/.
Questo articolo è apparso sul The Guardian, dell’ 11 aprile 2003, l'ha tradotto Megachip.
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