Volantino distribuito da Segnali d'Interferenza e Solidali con Euskal Herria - Bergamo sabato al csa Pacì Paciana. Scopo: rompere il silenzio su Euskadi con un pò di storia del Paese Basco
Sembrerebbe anacronistico, in un’Europa che va verso l’abbattimento formale delle frontiere e verso la costruzione di un patrimonio culturale, politico e sociale comune, il parlare di un problema come quello basco che è associato ad una questione nazionale. Ma se si considera la storia di quel popolo e si cerca di esplorare le radici del suo pensiero collettivo, ogni uomo che ha a cuore la libertà non può rimanere impassibile di fronte ad una questione che troppo spesso è liquidata in modo sbrigativo dai media come una somma di meri fatti di terrorismo e violenza. Innanzi tutto bisogna considerare che il territorio di Euskal Herria (popolo dell’Euskara, ossia i Paesi Baschi) è attualmente compreso nei confini di due stati europei: quello francese per la parte Ipar (Nord) che comprende tre province e quello spagnolo per la parte Hego (Sud) di quattro province. In tale terra vivono circa 3.000.000 di persone, la maggioranza delle quali si trova nello stato spagnolo e soltanto 300.000 in quello francese. Fino a qui apparentemente non c’è nessuna diversità con una organizzazione regionale classica del potere amministrativo, ma se poniamo un po’ di attenzione anche alla denominazione stessa che danno i baschi del loro territorio, Euskal Herria, non si può non rilevare la notevole differenza con la lingua spagnola e quindi con lo stato in cui è immersa la parte più grandi di Euskal Herria, ossia la Spagna stessa. E infatti in Euskadi molti si esprimono in Euskara, ossia la lingua dei baschi parlata attualmente da circa 700.000 persone, che non è un dialetto, bensì una delle più originali e antiche lingue parlate in Europa, precedente allo spagnolo stesso e che non possiede una origine ne latina ne germanica. Tale lingua è un patrimonio immenso che rimanda a tempi e costumi arcaici, ed è accompagnata anche da un alone di mistero che circonda la sua nascita e il suo sviluppo, tuttora molto dibattuto e controverso. Durante tutta la propria storia ha comunque subito una diminuzione del proprio uso, sia per la pressione del castigliano, sia per la repressione politica che ha subito soprattutto durante la dittatura Franchista. Di recente (inizio 2003) è poi da segnalare l’azione che ha portato alla serrata di Egunkari, giornale che stampava in lingua basca, la cui chiusura rimanda la mente a quel lontano 1936 in cui la dittatura di Franco impose la cessazione dell’attività di Eguna, quotidiano sempre in lingua basca, dando inizio a quarant’anni di clandestinità per la cultura basca stessa. Fatto questo molto preoccupante perché laddove la libertà di espressione e la possibilità di fare circolare le proprie idee vengono limitate vi sono forti segni che qualcosa non funziona in modo appropriato. Se a ciò uniamo lo scioglimento, altrettanto recente, di una organizzazione politica come Batasuna, che svolge anche una funzione istituzionale, avendo un rappresentante al parlamento europeo, 62 sindaci e 870 consiglieri comunali eletti nella zona spagnola di Euskal Herria, il quadro generale non può che risultare inquietante. Infatti il 26.08.02 il parlamento spagnolo ha approvato la “ley de partidos” che permette di mettere fuori legge tutti quei partiti che non condannano il terrorismo, e il giudice Baltazar Garzon, conseguentemente, ha disposto la sospensione per tre anni del partito basco Batasuna, accompagnata dalla chiusura dei suoi uffici e delle herriko tabernas (“taverne del popolo”), dal divieto di organizzare manifestazioni pubbliche, cortei e partecipare alle elezioni municipali di maggio 2003. Decisione questa giuridicamente discutibile e la cui utilità in chiave di antiterrorismo pare dubbia in quanto crea frustrazione e delusione, soprattutto nell’animo dei più giovani, rispetto ai metodi di lotta legalmente corretti e che lascia supporre un rinfoltimento delle fila della lotta armata. E’ venuto quindi meno un canale legale per le ambizioni di indipendenza ed autonomia di un popolo, e non solo di una minoranza di esso, dato che tale sentimento, sebbene in forma e modalità diverse, è percepito e politicamente difeso da formazioni borghesi e conservatrici (PNV-EAJ), socialdemocratiche (EA), comuniste (PCE-EPK) e verdi (ala verde di IU). Partiti che hanno nel 1998 sottoscritto un accordo, denominato di Lizarra-Garazi, per una soluzione negoziale al conflitto basco su modello dell’accordo Irlandese del Venerdì Santo. Punto principale di questo “patto” è l’accettazione della natura politica del conflitto nei paesi baschi, la cui risoluzione, quindi, non può che essere politica, e concretizzarsi dunque in un aperto processo di dialogo e di negoziazione che includa tutte le parti implicate. Tale accordo portò ETA a dichiarare una tregua unilaterale che rispettò in modo ineccepibile, mentre lo stato Spagnolo e quello Francese, durante la tregua stessa, arrestarono 134 cittadini baschi (48 dei quali hanno denunciato torture), compresi alcuni membri della delegazione che partecipava alle trattative. Fatti questi che vennero percepiti come una vera e propria campagna di repressione e che indussero ETA a rompere la tregua, facendo così crollare l’accordo di Lizarra-Garazi. Nonostante ETA sia la forma più conosciuta del conflitto in Euskadi, non dobbiamo dimenticare che la questione basca ha radici lontane che sedimentano nel desiderio di un popolo di conservare le proprie forme di autogoverno, le proprie istituzioni e stili di vita. Aspirazioni legittime che si sono concretizzate storicamente in un sistema di governo “forale” ossia tramite una serie di leggi basche, i Fueros, che dotavano i baschi di un sistema di giurisdizione autonoma. Tale era l’eccezione basca nel XVIII sec, quando nel resto della penisola Iberica gli antichi regni medioevali perdevano la loro capacità di autogovernarsi e prendeva forma la nazione spagnola. La fine del sistema di autogoverno forale si ebbe dopo una serie di guerre di natura dinastica tra i pretendenti al trono spagnolo, le guerre carliste (1833-1839 e 1872-1876), in cui i baschi parteggiarono per la fazione risultata sconfitta e furono soggetti alla soppressione dei Fueros stessi, tramite un atto unilaterale coadiuvato da un’occupazione militare. E in tale ottica che bisogna considerare il problema basco, da intendere inoltre in un contesto di diritto internazionale dove sussiste il principio di autodeterminazione dei popoli, sancito dalla Carta delle Nazioni Unite (art 2) e da numerosi altre convenzioni e trattati internazionali, da esercitare in determinate condizioni. Infatti non è possibile inventare un popolo e poiché possa nascere uno stato ci devono essere elementi sostanziali che caratterizzano certe situazioni presenti in un determinato territorio. Non è sufficiente che un numero anche rilevante di individui proclami per motivi fiscali ed economici la propria voglia di indipendenza, come ha fatto la Lega Nord in Italia dalla fine degli anni ’80; sarebbe qualcosa di effimero e privo di sostanzialità, assolutamente non inerente con il principio di autodeterminazione. Ciò è quello che li differenzia geneticamente dal popolo basco, popolo nel vero senso della parola, con una lingua, una storia, una cultura, delle tradizioni e un ordinamento giuridico indipendente dalla nazione spagnola e con una radicato senso di appartenenza ad una comunità, quella appunto basca, percepita come diversa, non come migliore ad altre. Con tale spirito è riconosciuto come basco chi parla l’Euskera, non chi ha stupidi “motivi di sangue” per esserlo, come proclamavano i nazionalismi di inizio secolo. E’ per questi motivi che bisogna riconoscere ai baschi il diritto all’applicazione pratica del principio di autodeterminazione dei popoli, tramite delle forme praticabili nella società attuale quali possono essere idonee consultazioni referendarie che diano la possibilità al popolo sovrano di stabilire i caratteri reali del proprio destino. E’ giunto il momento di svelare quella cappa di silenzio che si è creata attorno alla situazione del popolo basco, è giunto il momento di stimolare i propri referenti politici, in ogni paese democratico, per una presa di coscienza su questo problema esistente all’interno della Comunità Europea. Riteniamo inaccettabile che in un paese democratico come il nostro ci siano solo poche realtà come i Comitati Euskadi di Siena, Bari, Genova, vari centri sociali e le federazioni PRC di Brescia e Casalecchio di Reno (Bo) a tenere alta l’attenzione su tale controversia che dovrebbe riguardare in primo luogo ogni realtà che si colloca nell’ambito progressista, anche in questo momento storico, dato che è a partire dalle negazioni principali dei diritti dell’uomo, tra cui anche il diritto all’autodeterminazione dei popoli, che ci si allontana da quell’ambita meta i cui colori sventolano sempre più dai balconi italiani.
La situazione basca è complessa e non basta certo questo volantino per capirla appieno. Vi suggeriamo alcuni links: http://www.gara.net quotidiano della sinistra indipendentista basca (in euskara e spagnolo) http://www.kaixo.com motore di ricerca basco (in euskara e spagnolo) http://euskalherria.indymedia.org/ indymedia Euskal Herria (in euskara, spagnolo e francese) paesibaschiliberi@yahoogroups.com mailing-list italiana su Euskadi (per iscriversi paesibaschiliberi-subscribe@yahoogroups.com) http://www.ecn.org/reds/etnica/baschi/baschi.html sezione di Reds (in italiano) dedicata ad Euskadi ge-eh@libero.it Solidali con Euskadi - Genova askapena1@euskalnet.net mail di Askapena, organizzazione internazionalista basca di solidarietà
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