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Euro e dollaro: le vere ragioni per la guerra all'Iraq
by tom bosco Thursday, Mar. 20, 2003 at 10:31 AM mail:

Euro e dollaro: le vere ragioni per la guerra all'Iraq

Euro e dollaro: le vere ragioni per la guerra all'Iraq
di Tom Bosco

In questi giorni, l’attenzione del mondo intero è concentrata sul braccio di ferro tra l’amministrazione Bush e alcuni stati membri delle Nazioni Unite, in particolare quelli con diritto di veto come Francia e Russia, assolutamente contrari ad una guerra contro l’Iraq. Ma cosa c’è realmente dietro tutte queste manovre?
Uno dei commenti più interessanti sulla crisi irachena giunge dall’Australia, a firma di Geoffrey Heard, il quale afferma che questo muro contro muro tra Stati Uniti ed Europa non è semplicemente per l’Iraq o per il suo petrolio, bensì per il dominio economico mondiale. In effetti, sconcerta un po’ tutti quanti il fatto che gli USA siano determinati persino ad una guerra unilaterale, senza un mandato o una risoluzione delle Nazioni Unite. Come mai questa ostinazione?
Il motivo è semplice: la moneta utilizzata in futuro per il commercio del petrolio, e di conseguenza il dominio economico mondiale. USA o Unione Europea? Sinora l’America aveva il monopolio, ma proprio l’Iraq, nel 1999, lo infranse iniziando a vendere il suo petrolio non più in dollari, bensì in euro, ricavandone maggiori vantaggi. Se l’America invadesse l’Iraq assumendone il controllo, ributterebbe a mare l’euro e la sua posizione di dominio economico diverrebbe inattaccabile. Australia e Gran Bretagna sostengono gli USA, convinti di ricavarne in seguito dei vantaggi. Francia e Germania sono la punta di lancia dell’Unione Europea, la Russia vorrebbe aggregarsi e la Cina non disdegnerebbe che gli europei si ritagliassero una bella fetta di potere, in attesa che la sua economia a livello internazionale cresca al punto di condividerne poi i benefici. In effetti, ultimamente il dollaro è stato messo un po’ in crisi dall’euro sui mercati internazionali.
Il dibattito su questo argomento, benché non compaia sui grandi media (che, chissà perché, non ne parlano assolutamente), non è se l’America soffrirebbe dalla perdita del monopolio del dollaro nel commercio del petrolio — il che è scontato — bensì quanto duramente ne verrebbe colpita. L’opinione comune tra gli analisti è che l’impatto sarebbe molto duro nella migliore delle ipotesi, e catastrofico nella peggiore. Per gli Stati Uniti si profilerebbe il collasso economico.
Dopo l’Iraq, infatti, altre nazioni hanno cominciato a prendere in considerazione l’idea di usare l’euro come moneta di scambio nelle transazioni petrolifere: l’Iran, il Venezuela, la Russia. Insomma, se questa tendenza ad usare gli euro e non i dollari si diffondesse a macchia d’olio (ed è questo che gli Stati Uniti temono di più), il tremendo disavanzo statunitense (al momento in cui scrivo dovrebbe essere pari alla stratosferica cifra di 6.453.244.681.378,86 dollari!) determinerebbe un crollo senza precedenti nella storia.
In pratica, la guerra all’Iraq avrebbe principalmente quattro obiettivi:

• Salvaguardare l’economia americana riportando l’Iraq al commercio del petrolio in dollari, così questa moneta tornerebbe ad essere l’unica ed esclusiva.
• Mandare un messaggio molto chiaro a tutti gli altri produttori petroliferi su quanto succederebbe se non rimangono nella cerchia del dollaro.
• Mettere sotto il diretto controllo americano le seconde riserve petrolifere mondiali.
• Creare uno stato vassallo dal quale gli Stati Uniti, presumibilmente con elementi di Gran Bretagna e Australia, possano dominare l’intero Medio Oriente e le sue riserve petrolifere.

Aggiungiamoci che questo minerebbe fortemente l’ascesa dell’Unione Europea coi suoi euro, l’unica moneta forte abbastanza da poter tentare di competere col dollaro sui mercati mondiali. Naturalmente, risolta la questione irachena, si provvederebbe a “sistemare” anche il Venezuela...
Ma vediamo un po’ cos’altro si scrive di interessante in giro per il mondo a proposito di questa crisi.
Il New York Times riporta che un membro del parlamento canadese, Carolyn Parrish, alla televisione si è fatta scappare questa frase: “Maledetti americani. Detesto quei bastardi.” Al che il Toronto Globe e il Mail hanno lanciato nel loro sito internet un sondaggio, chiedendo ai canadesi se erano d’accordo sul fatto che gli americani “si stiano comportando come dei bastardi”. Il 51 per cento ha risposto di sì. D’altra parte, negli Stati Uniti il dibattito sulla guerra in Iraq e l’opposizione della Francia ha raggiunto ormai temperature al calor bianco, al punto che circolano adesivi per i paraurti delle automobili con su scritto “Adesso l’Iraq, poi la Francia”...
Jay Leno, conduttore di un divertente programma serale in USA, l’ha detta giusta: “Forse il presidente Bush è militarmente il più scaltro della storia: prima fa in modo che l’Iraq distrugga tutte le sue armi, e poi gli dichiara guerra.” (http://www.nytimes.com/2003/03/07/opinion/07KRIS.html?th)
Per quanto riguarda l’Australia, la cittadina di Wollongong, nel Nuovo Galles del Sud, per protestare contro l’atteggiamento del governo nella crisi irachena, intende fare richiesta al Consolato Generale di Francia a Sydney affinché sia questo paese a rappresentarne gli interessi, “dato che il Governo Australiano non intende rappresentare gli interessi degli australiani”. (riportato da http://www.news.com)
Il Times scrive che persino papà Bush ha messo in guardia il suo figliolo dai rischi di un’azione militare unilaterale, per il momento, apparentemente, senza grossi risultati... (http://www.timesonline.co.uk/article/0,,3-605441,00.html)
E sentite questa, perché ha dell’incredibile: secondo il Mirror, George Bush ha cancellato un discorso da tenere di fronte al Parlamento Europeo a Strasburgo in quanto i membri di tale parlamento non avrebbero garantito di tributargli una “ standing ovation”, del genere di quelle preconfezionate che è solito ricevere, ad esempio, durante il discorso sullo Stato dell’Unione, negli USA, grazie a sale riempite apposta di sostenitori.
(http://www.mirror.co.uk/news/allnews/page.cfm?objectid=12713155&method=full&siteid=50143)
Nel frattempo, John H. Brown è il secondo diplomatico statunitense a rassegnare le dimissioni come protesta per l’uso ingiustificato della forza da parte del suo paese.


Per concludere, cambiando argomento, l’attore Mel Gibson e la sua famiglia in questi giorni stanno subendo violenti attacchi da parte di gruppi di pressione ebraici. L’attore viene accusato di antisemitismo per i contenuti del suo nuovo film, del quale è produttore e regista, che narra le ultime dodici ore della vita di Gesù. Suo padre Hutton, invece, è sotto il fuoco di fila per aver tranquillamente dichiarato di non credere in alcun modo alla versione ufficiale, secondo la quale gli attacchi dell’11 settembre sarebbero stati condotti da terroristi di Osama bin Laden. Oltre a questo, il vecchio Gibson ha pure messo in dubbio la versione ufficiale sull’Olocausto: “Andate a chiedere a qualcuno che lavora in un crematorio quanto ci vuole a far sparire un cadavere; occorrono un litro di benzina e venti minuti. Allora, sei milioni di persone? All’epoca non c’erano neanche tutti quegli ebrei in Europa.”
(http://abclocal.go.com/kabc/news/030903_nw_gibson.html )



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