Un incidente - con incendio e fuga di un gas (l'acido cianidrico) talmente nocivo da venir utilizzato dai nazisti nei campi di sterminio per eliminare gli ebrei - ha messo in pericolo più di altre volte la vita di centinaia, forse di migliaia, di persone perché il fuoco è divampato ad appena venti metri dal deposito che contiene alcune tonellate di fosgene
QUEL GAS KILLER, UNA BOMBA TRA LE CASE
Un incidente - con incendio e fuga di un gas (l'acido cianidrico) talmente nocivo da venir utilizzato dai nazisti nei campi di sterminio per eliminare gli ebrei - ha messo in pericolo più di altre volte la vita di centinaia, forse di migliaia, di persone perché il fuoco è divampato ad appena venti metri dal deposito che contiene alcune tonellate di fosgene. Neppure nel 1973, quando un aereo militare (l'ormai famoso Argo 16) precipitò a centi metri dallo stesso silos, il rischio di una catastrofe fu tanto vicino. I chimici spiegano che si tratta di un gas utilizzato come «intermedio di sintesi per produrre il toluen di isocianato». Ma dietro questi tecnicismi si nasconde un vero e proprio killer utilizzato nelle ultime guerre mondiali per sterminare eserciti e civili. Bastano tredici tonnellate, si legge nei libri militari, per far piazza pulita in un raggio di cinque chilometri quadrati. Scontato, quindi, che ieri sera, dopo aver spento le fiamme, i pompieri abbiano soprattutto cercato di abbassare con l'acqua la temperatura del silos nel timore che il calore potesse farlo esplodere. Proprio per questo negli Usa, dove viene utilizzato per lo stesso processo produttivo, c'è l'obbligo di tenere i depositi di fosgene interamente sott'acqua. Al Petrolchimico, invece, sta lì, esposto alle intemperie, a poche centinaia di metri dalle case dei cittadini di Marghera e a sei chilometri in linea d'aria da Piazza San Marco, da una città che tutto il mondo ci invidia. In Italia ci abbiamo costruito a due passi una fabbrica tra le più pericolose ed inquinanti. Sì, perchè anche se non esplode il fosgene o non si incendiano le peci clorurate, il danno il Petrolchimico lo ha già provocato, lo ha fatto alla laguna che circonda Venezia, ai suoi abitanti, alla flora e alla fauna. C'è da aggiungere la presunta irresponsabilità di chi, in questi ultimi 20-25 anni, ha gestito aziende tanto a rischio. Nei numerosi processi penali avviati dopo ogni incidente, dopo ogni fuga di gas, alcune delle quali non hanno provocato solo feriti all'interno della fabbrica, ma pure intossicazioni all'esterno, i periti nominati dal giudice o i consulenti del pubblico ministero hanno descritto una situazione degli impianti - valvole, tubazioni, colonne di distillazione e altro - da terzo mondo. In aula a parlare, spesso, non erano ecologisti con il coltello tra i denti o nemici giurati del capitalismo, ma compassati professori del Politecnico di Milano o docenti dell'Università di Torino e Pavia. Insomma, noti ingegneri e famosi chimici che mettono normalmente a servizio le loro capacità intellettuali e tecniche delle grandi società chimiche piuttosto che dei no-global. Eppure, descrivendo gli impianti del Petrolchimico, non si sono trattenuti dal riferire che si tratta di vera e propria ferraglia, vecchia, consunta, che non conosce manutenzione da più di un decennio. Inoltre, in occasione di incidenti, è venuto alla luce che molti dipendenti non sanno come intervenire di fronte ad un'emergenza, in poche parole non sono stati addestrati e preparati ad affrontarla. Così è accaduto, stando alle accuse, che la loro azione invece che ostacolare, facilita la fuoriuscita di gas nocivi. Un tempo c'erano oltre ventimila persone a lavorare dentro quella fabbrica, adesso sono poche migliaia e di fronte a tutti questi rischi varrebbe davvero la pena fare uno sforzo per trovare loro sistemazioni e occupazioni diverse e mettere la parola fine alla chimica in laguna.
Il Mattino di Padova del 29/11/2002
www.anarcotico.net
|