Intervento della scrittrice ed editrice Eva Forest a Firenze, al recente 1° Forum Sociale Europeo, nell’ambito della conferenza su “L’area di libertà, sicurezza e giustizia dell’Unione Europea”.
In nome della democrazia e con il pretesto di proteggere la sicurezza edei popoli stanno accadendo cose terribili nel mondo: stragi indiscriminate, genocidi di intere etnie, minacce di guerra con armamenti dalle conseguenze imprevedibili; abbiamo visto sfilare nelle gabbie i prigionieri afghani in viaggio per Guantanamo, massacri allucinanti nelle città palestinesi, recentemente in un teatro di Mosca l’impiego di gas letali. Gli orrori si succedono e sono ogni volta più gravi e frequenti e gli stati li giustificano alludendo ai pericoli del terrorismo. In mezzo a questo panorama drammatico, venire qui, oggi, a parlare del degrado dei Diritti Umani nel Paese Basco, un paese piccolo, che non arriva a tre milioni di abitanti e che è praticamente sconosciuto, può apparire un po’ sproporzionato ma, ciononostante, è indispensabile e persino urgente perforare il silenzio repressivo che avvolge questa realtà. Perché ciò che accade nel Paese Basco non solo è intimamente legato a ciò che accade nel mondo, ma costituisce anche un esempio di cui tenere conto in questa ricerca di dialogo e comprensione dei problemi che oggi ci riunisce qui.
L’area politico – geografica che occupa Euskal Herria (Paese Basco, N.d.T.), il fatto di trovarsi nella Comunità Europea, di far parte di due stati che si considerano altamente democratici, tutto ciò conferisce alla repressione che subisce il Paese Basco alcune caratteristiche molto particolari, che possono costituire un avvertimento rispetto a quanto potrebbe accadere, in futuro, ad altri paesi dell’Europa, se non restiamo vigili.
E non crediate che sia facile spiegarlo, perché quando la repressione si verifica in uno stato democratico «rispettabile», la sua denuncia si fa molto difficile e poco credibile.
Il silenzio e la manipolazione dell’informazione sono due delle potenti armi con le quali si sono incaricati di occultare la realtà. Del Paese basco non si sa nulla, al punto che si potrebbe dire che non esiste; l’unica informazione che circola è che c’è «un gruppo terrorista che uccide per uccidere», «una minoranza fanatica che lo appoggia» e tutto ciò sullo sfondo di «un nazionalismo antiquato e razzista». Questa è l’immagine che fa comodo e che viene diffusa ossessivamente. Nulla si dice del problema reale, nulla del diritto all’autodeterminazione che viene negato ai Baschi, nulla delle continue lotte; lotte che non reclamano solo questo diritto, ma che mirano a cambiamenti sociali profondi, per un ordine più giusto e per una società più vivibile ed umana. Nulla si dice del favoloso e creativo movimento popolare che diversifica queste lotte e ottiene grandi successi, sempre taciuti: fermare, per esempio, una centrale nucleare come Lemoniz o mobilitare migliaia di persone in difesa della loro lingua o in solidarietà con i prigionieri politici, o avere un quotidiano che si regge sul finanziamento popolare e che vanta una tiratura di 30.000 copie. Nulla si dice delle grandi manifestazioni contro la NATO, l’adesione alla quale è stata rifiutata da Euskal Herria, o in solidarietà con i popoli oppressi che sostengono il loro diritto a liberarsi. Sempre silenzio e demonizzazione. E questa nuova modalità di farsi scudo della Democrazia per, in suo nome, accusare di essere nazisti o fascisti i dissidenti e presentare il mondo alla rovescia.
Non si dice nulla neppure della grande repressione, delle nuove leggi antiterrorismo, della kafkiana misura penitenziaria della dispersione, che mantiene i prigionieri non solo lontani dalle loro famiglie, ma anche in un costante stato di angoscia e disorientamento. Nulla si dice della tortura; e quando parlo di tortura non mi sto riferendo a semplici maltrattamenti, ma a tecniche più sofisticate e ad altre più brutali, fra le quali la bañera (immergere il prigioniero in una vasca d’acqua o altro fino al limite dell’annegamento, N.d.T.) e l’utilizzo della corrente elettrica sono molto frequenti. Affinché vi facciate un’idea, nel 2001, il TAT, un’associazione di medici e giuristi che lotta contro la tortura, ha raccolto in un libro più di 75 casi di persone che avevano denunciato di essere state torturate; e da questa cifra restano esclusi coloro che per paura delle rappresaglie non si sono azzardate a fare denuncia.
Nulla, infine, si dice della grande violenza istituzionale, del terrorismo di Stato.
E dovrebbe essere motivo di riflessione non solo politica, ma anche etica, il fatto che tutto questo sta accadendo in questa Europa che si dice democratica, nella quale i governi tacciono e accettano, le maggioranze politiche tacciono e consentono e, quando levano la voce, è per alludere solo «al terrorismo», senza specificare ciò che dicono, senza fermarsi a rifletterci sopra, senza indagare al di là delle frasi vuote che si trasformano in stereotipi. Perché sebbene sia vero che nel Paese Basco esiste una lotta armata, che molti non accettano e che ha conseguenze molto dolorose, ciò che è veramente grave è la grande violenza dello Stato.
Da questo forum di libertà, ci piacerebbe dire a coloro che hanno responsabilità nel Parlamento Europeo ed accettano liste nere che sbarrano la strada politica a partiti e rappresentanti democraticamente eletti, che è molto importante stare all’erta e non lasciarsi ingannare, che bisogna guardare con attenzione, fino a vedere il fondo dei problemi, che bisogna cominciare da lì, se veramente si vuole risolverli ed arrivare a buone intese, affinché la società progredisca.
Noi abbiamo abbondante documentazione per illustrare la nostra denuncia e, se voi siete interessati, possiamo fornirvi molti dati perché, per quanto riguarda i Diritti Umani, abbiamo seguito minuziosamente, quasi con la lente di ingrandimento, il modo in cui si è verificata la transizione dalla dittatura alla democrazia, come è andata evolvendosi questa democrazia, come essa si sia sempre più deteriorata, fino a raggiungere l’attuale stato di degrado.
Mi riferivo a tutta questa esperienza accumulata, quando, all’inizio, ho detto che possiamo dare il nostro contributo per iniziare a lavorare insieme.
Nel 1982, ho realizzato un lavoro, molto dettagliato, su 300 casi di tortura, nel quale già si dimostrava che l’85% delle persone torturate, lo erano allo scopo di incutere loro paura e paralizzarle socialmente. Si trattava di persone arrestate, torturate e rimesse in libertà, dopo pochi giorni, senza alcuna accusa, dal giudice; e in quei momenti, vent’anni fa, noi denunciammo che in Euskal Herria, con il pretesto di perseguire il terrorismo, si stava cercando di eliminare qualsiasi movimento sociale dissidente. Ciò che dicevamo allora, che sembrava sproporzionato, ora si è fatto più evidente ed è divenuto una pratica generalizzata nel mondo. Il nostro era un preludio come, su altra scala, lo fu la Guerra del Golfo, che annunciava ciò che sarebbe accaduto in Yugoslavia e nelle guerre a venire.
Dopo l’11 settembre, la repressione si è acuita, nel mondo; la repressione si è estesa e si è fatta sfacciata e cinica ed in Europa abbiamo subito questa ripercussione. Quando Bush ha detto che bisognava utilizzare la guerra sporca, coloro che in Spagna avevano creato i GAL (squadroni della morte organizzati sotto i governi spagnoli a guida socialista, N.d.T.) per eliminare ETA si sono fregati le mani dicendo: «Vedete che avevamo ragione? Questo era ciò che bisognava fare». Quando negli USA la CIA ha chiesto di poter condurre interrogatori «in profondità», i torturatori, in Spagna, si sono sentiti appoggiati e la tortura, nel Paese Basco, è aumentata; ora si tortura di più e con maggiore impunità e, quest’anno, i casi raccolti dal TAT sono in numero maggiore rispetto all’anno scorso.
Una nuova legge è stata introdotta per rendere illegale un partito che rappresenta più di 200.000 elettori, criminalizzare i suoi dirigenti e ad incarcerarli e un’ondata di persecuzione si è messa in movimento per arrestare le figure più in vista del movimento popolare. La minaccia di essere accusati di «collaborazione con il terrorismo» pende sulle nostre teste. Nel mio Paese siamo già in molti a poter essere sospettabili perché, fra le altre cose, dire ciò che io, ora, vi sto dicendo, può comportare un’accusa di apologia della violenza. La parola Democrazia, oggi più che mai, si è trasformata in un’arma / scudo per proteggere il potere che aggredisce, in un’arma che copre la violenza dello Stato. «Noi democratici… vi accusiamo di terrorismo», «Noi democratici… vi accusiamo di nazismo» e persino un giudice «molto democratico», trascinato dal suo delirio demonizzatore, è arrivato ad insinuare che in Euskal Herria si pratica la pulizia etnica!
Tutta questa violenza è un esperimento; il Paese Basco è un laboratorio nel quale si sperimentano forme nuove che diverranno modello e verranno poi applicate su scala maggiore. Oggi mettono fuori legge questo partito, ma se non facciamo nulla per evitarlo, con la stessa legge, domani metteranno fuori legge altri partiti. Così come consentire il criminale embargo e un’aggressione permanente all’Iraq vuol dire dare il via libera affinché lo stesso accada in altre parti del mondo; vuol dire lasciare mano libera all’imperialismo, affinché, ogni volta che gli convenga, faccia retrocedere un Paese sviluppato all’era preindustriale.
Questa visione globale del problema è indispensabile per capire ciò che sta avvenendo, affinché possiamo unirci e collaborare in maniera efficace alla ricerca di nuove vie per ottenere una pace reale, che non sia la pace ingannevole dei cimiteri.
Un ultimo punto, molto preoccupante, prima di concludere: nonostante la gravità della repressione visibile, alla quale ho fatto riferimento, è molto più grave un’altra repressione, sotterranea, che non si vede, e che pure tende a distruggerci; sto parlando della passività, dell’indifferenza, del consenso. Come possono accadere cose tanto gravi senza che la collera ci invada e senza che ci mobilitiamo per intervenire? Mi sto riferendo alla perdita di sensibilità che conduce all’anestesia, alla perdita della capacità di critica che conduce alla sottomissione, all’obbedienza, alla docile accettazione di un mondo disumanizzato che ci dicono essere il migliore. Al controllo del pensiero, cui tante volte allude Chomsky.
Tutto ciò non è gratuito, ed è importante che noi lo sappiamo; sono forme di morte che ci stanno preparando e che dobbiamo denunciare.
Noi siamo per la vita e la vita è partecipazione, conoscenza, interessarsi dei problemi, avere riflessi, scuotersi di fronte all’ingiustizia, agire. La vita è comunicazione, scambio di esperienze, arricchirci l’un l’altro, essere informati. Rompere l’ignoranza e l’isolamento al quale vogliono condannarci. Connetterci. Sapere che non siamo soli, che qui e là, su tutto il Pianeta, vi sono fuochi di lotta e resistenza, che siamo più di quanti sembra e che è possibile vincere se restiamo uniti e siamo solidali.
Il messaggio, infine, che vorrei trasmettere a coloro che ascoltano con buona volontà e con l’animo di avanzare nella ricerca di un mondo più vivibile, è un invito a venire in Euskal Herria: venite e guardate con i vostri occhi e giudicate. Anche noi, a volte, andiamo lì dove un fuoco di lotta e resistenza ci indica che c’è vita. A suo tempio siamo andati in Vietnam; ora andiamo in America Latina, in Palestina, in Iraq. E guardiamo, guardiamo fino a saturarci, e ciò che vediamo ci arricchisce e ci rende più solidali e più forti nella nostra lotta.
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