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Protesta a Chiaiano
indymedia Napoli , 16-07-2011 - 14:07
Sei persone che questa mattina hanno preso parte al sit in di protesta dinanzi alla discarica di Chiaiano sono riuscite ad entrare nel sito. Successivamente sono state raggiunte dalla polizia che li riaccompagnate all’esterno dell’area presidiata dagli uomini dell’Esercito e identificate. La loro posizione è al vaglio degli investigatori.… Continua a leggere...
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Lecce Detenuto si impicca in carcere
Indymedia Piemonte , 16-07-2011 - 01:07
Detenuto si suicida nel supercarcere di Borgo San Nicola, a Lecce. L'uomo si trovava in carcere per l'omicidio di Donato Andrisani, di 60 anni, originario di Francavilla Fontana, avvenuto nel gennaio scorso e confessato dal detenuto.
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[BO] Ai domiciliari gli anarchici di Fuoriluogo
Indymedia Piemonte , 16-07-2011 - 00:07
I 5 erano stati arrestati il 6 aprile e si trovavano in carcere per associazione per delinquere finalizzata all’eversione dell’ordine democratico. Resta in carcere anche Maddalena, residente a Ferrara: non ha chiesto attenuazione di colpa
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Gli Sforzi dell'Ordine in Val di Susa
Indymedia Lombardia , 15-07-2011 - 18:08
//www.notav.info/top/video-shock-3-luglio-chiomonte-violenza-polizia-sui-manifestanti/
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Cinque ore di protesta davanti alla Tnt: «Ci trattano peggio delle bestie»
Indymedia Lombardia , 15-07-2011 - 17:07
IlPiacenza » Cronaca » Cinque ore di protesta davanti alla Tnt: «Ci trattano peggio delle bestie» E' riesplosa di nuovo la protesta di una parte di lavoratori nordafricani della Tnt piacentina. Ieri sera hanno scioperato e urlato davanti alla sede per più di 5 ore. Denunciano: «Ci trattano peggio delle bestie» di Emanuela Gatti - 15/07/2011 C' è rabbia, disperazione, delusione e stanchezza negli occhi dei 150 lavoratori nordafricani della Tnt che ieri, 15 luglio, hanno protestato (di nuovo) davanti alla sede dell'azienda alla Caorsana, sostenuti dal sindacato autonomo Cobas e dal Prc di Piacenza. Denunciano le condizioni disumane, i ricatti, che a detta loro, subiscono all'interno dell'azienda, la non applicazione del contratto nazionale di lavoro e la busta paga falsa (ossia una cifra molto bassa dichiarata mentre il resto dello stipendio verrebbe pagato fuori busta, in nero). La manifestazione, non autorizzata, iniziata verso le 20.30, stava rischiando di arrivare allo scontro diretto con la polizia (un reparto della celere era già arrivato da Milano per lo sgombero) ma tutto è stato scongiurato dalla mobilitazione del sottosegretario ai Trasporti Bartolomeo Giachino e da un tam-tam di telefonate tra esponenti politici. Insomma probabilmente il sottosegretario Giachino lunedì prossimo dovrebbe venire a Piacenza per aprire un tavolo di trattativa e di conciliazione per risolvere o almeno arginare una situzione che ha tutta l'aria di voler degenerare. Le due coop Stella e Vega che forniscono i lavoratori alla Tnt tratteranno con il sindacato autonomo dei Cobas. A dare man forte e sostegno ai lavoratori in protesta, oltre ai Cobas, anche una trentina di persone del centro sociale Vittoria di Milano, i ragazzi del Nap (Netwoek antagonista piacentino) e il Prc piacentino con Carlo Pallavicini. Alla fine, dopo 5 ore di slogan (uno su tutti: "Busta paga falso"), di canti, di urla davanti ai cancelli della multinzionale gli extracomunitari se ne sono andati confidando e sperando nell'incontro della settimana prossima. Sul posto la Digos di Piacenza e i carabinieri. Verso l'una di notte è arrivato anche il questore Calogero Germanà che ha parlato con i manifestanti. COSA CHIEDONO - I ragazzi della Tnt chiedono l'applicazione del contratto nazionale ma non solo, anche condizioni più umane: «Ci trattano come le bestie - dicono - possiamo andare in bagno una volta al giorno, c'è un solo bagno per 300 persone. Ci chiedono il permesso di soggiorno ogni volta che entriamo e usciamo dai cancelli, non possiamo usare la mensa e dobbiamo mangiare fuori, per terra. Non ce la facciamo più. Inoltre, veniamo qui alle 5 di mattina e aspettiamo di essere chiamati, anche delle ore e se non c'è lavoro torniamo a casa senza aver lavorato e senza soldi. C'è gente che arriva da Milano per sperare di lavorare e poi se ne deve tornare a casa senza un soldo dopo aver aspettato un giornata intera o sotto il sole o la pioggia».
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Alta velocità, Chiomonte: dietro il recinto non c’è traccia del cantiere
Indymedia Lombardia , 15-07-2011 - 13:07
L'eurodeputato Vattimo in visita al sito dove dovrebbe partire il cunicolo esplorativo della Torino-Lione: "Abbiamo constatato che i lavori non sono neanche iniziati" Fino al 27 giugno la chiamavano “libera repubblica della Maddalena”. In quelle settimane, in cui il movimento No Tav prese possesso dell’area del futuro, primo cantiere della Torino-Lione, si gridò all’abdicazione dello Stato. Era un’osservazione non del tutto impropria, tuttavia, tra quei pochi ettari di vigne e di bosco, si poteva camminare, con il solo incomodo di qualche tronco di ciliegio da scavalcare. Oggi, a tre settimane dallo sgombero della “libera repubblica” e a dieci giorni dai pesanti scontri del 3 luglio, l’area è completamente off limits per tutti, stampa compresa, anche se i giornalisti sono stati invitati per la visita dell’europarlamentare Gianni Vattimo. Entra solo lui (non senza difficoltà) accompagnato da un membro della Comunità montana e da un paio di esponenti dei Comitati No Tav; gli altri, compresa una signora che da venti giorni non può lavorare nelle sue vigne, fuori. All’imbocco della via dell’Avanà, dove i No Tav montarono la barricata “Stalingrado” che si sbriciolò come un grissino al primo colpo di ruspa, c’è ora un pesante cancello metallico con tanto di filo spinato, presidiato da carabinieri in mimetica. I locali della centrale elettrica, come quelli più a monte del museo archeologico della Maddalena, sono occupati dalle forze dell’ordine. Alle 13, ora del cambio turno, si possono contare nove mezzi (di cui tre blindati) salire verso la zona del cantiere, sotto il viadotto della Ramat dell’autostrada Torino-Bardonecchia. Tra Carabinieri, Polizia e Guardia di Finanza erano in seicento subito dopo lo sgombero: “Ora – racconta un agente in borghese fuori dalla “zona rossa” mentre un elicottero militare sorvola la zona – siamo di meno, tre, quattrocento”. Sono settimane pesanti, anche per loro: “Noi abbiamo fatto il nostro mestiere – racconta – e lo abbiamo fatto bene, credo. Almeno rispetto al 2005 (scontri di Venaus, Ndr), per non parlare del 2001… Il problema è che non si può andare avanti così per molto. Basta che inizi il campionato di calcio, e qui rischiamo di smobilitare”. Pochi metri più in là un geometra di Almese sembra dargli ragione: “Noi non molliamo. Voglio vedere – dice indicando la stretta gola di fronte alla centrale elettrica – come faranno a far passare di qui il primo camion di terra. Ce ne vogliono migliaia. Che fanno? Li scortano uno a uno fino al Mocenisio (una delle probabili zone di smaltimento dello smarino, Ndr)?”. Ma cosa difende questo imponente schieramento di forze? L’inizio dei lavori del Tav Torino-Lione? No di certo. Il cunicolo della Maddalena è un semplice tunnel esplorativo per sondare il ventre della montagna. I lavori portati finora a termine, oltre alla discenderia provvisoria dal viadotto dell’A32, sono soltanto quelli di recinzione dell’area sottoposta a ordinanza prefettizia, lavori realizzati dalla Italcoge e dalla Martina, due imprese locai della Valle, una della quali (la Italcoge di Susa), inciampata negli anni scorsi in qualche procedimento giudiziario. Della Cmc di Ravenna, che ha vinto l’appalto per scavare il tunnel, non c’è ancora traccia: “Secondo me non arriveranno mai”, ghigna il geometra di Almese. Del “cantiere fantasma” parla Gianni Vattimo dopo un’ora di visita guidata: “Abbiamo constatato una cosa molto semplice – racconta il filosofo europarlamentare – che il cantiere semplicemente non c’è. O almeno, non ci sono le condizioni per cui il fondo europeo a favore di Ltf (Lyon-Turin Ferroviaire, l’impresa incaricata della progettazione, Ndr) è stato sbloccato: l’unico lavoro realizzato è la recinzione della zona, oltre a qualche lavorino stradale per l’accesso alla Maddalena, ma nell’area dello scavo non c’è un bel niente”. “E non possono fare nulla – giura un esponente della Comunità montana – perché nella zona dove dovrebbe materialmente partire il tunnel (non compresa nel territorio requisito dal prefetto, Ndr) gli espropri temporanei non sono neanche stati avviati. Ci vorrà tempo”. Il Tar del Lazio, intanto, ha respinto il primo dei ricorsi della Comunità montana contro la legittimità del cantiere; ce ne saranno altri. Sembra risolto, invece, il “giallo” della commissione Via. I deputati torinesi Stefano Esposito (Pd) e Agostino Ghiglia (Pdl) erano saltati sulla sedia mercoledì nell’apprendere che la commissione incaricata di fornire la valutazione d’impatto ambientale (Via) entro il 31 luglio, era scaduta e vacante. Ventiquattrore di panico per i finanziamenti europei, poi la soluzione: la proroga della Commisione Via è stata inserita in un emendamento alla Manovra finanziaria. Dal Fatto Quotidiano del 15 luglio 2011 http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/07/15/alta-velocita-chiomonte-dietr...
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IO QUESTORE TU TAV
Indymedia Lombardia , 15-07-2011 - 10:07
Frosinone: ritrovato ordigno su bratta tav Napoli-Roma-Baku razzo terra-aria di ultima generazione molto elegante collegato a fili e una scatola cranica era pronto per essere disegnato dalla mano di un digossino-bambino polizia indaga sulla pista di cocaina della questura male organizzata Frosinone: ritrovato ordigno su tav Napoli-Roma-Kabul ordigno ritrovato lungo linea dell'alta velocità Roma-Napoli ordigno tra Ceccano e Castro dei volsci questura Frosinone in collaborazione con Hollywood segue la pista del situazionismo organizzato per risalire a puffi piazzano RAZZO TERRA-ARIA DELL'ESERCITO ITALIANO sotto cavalcavia della superfiga Roma-Napoli tratto compreso tra Ceccano e Castro ricordato ordigno dove fosse ieri sera dagli agenti stessa questura che l'ha piazzato mistero massonico neanche tanto provenienza e soprattutto destinazione del potente ordigno di ultima generazione in dotazione alle forze armate cioè le stesse che hanno trovato ordigno lungo un metro con un diametro di 13 millimetri mezzo calibro 81 privo carica esplosiva ma non di propulsiva ritrovamento inquietante moltissimi interrogativi ambienti investigativi molta determinazione evitare allarmismi questore Giuseppe De Matteis conferenza stampa piste investigative "pista seguiamo criminalità comune e organizzata riscontri operati esclude ritrovamento mano di organizzazioni terroristiche internazionali come al-Qaeda al-Questura ha chiosato questore-cabarettista atto compiuto da associazioni criminali a scopo rapina estorsione rivoluzionario antropologico ufo in questa direzione: questa ci siamo arrivati base riscontri concreti il riscontro ordigno è mia testa piena; vedete, ne escono fili impegnati con verifiche approfondite perfino scavando buche per riempirle glissato ancora De Matteis ci porterebbero ad alcuni gruppi accesso ad armi Forze Armate per azioni di criminalità carabinieri poliziotti finanzieri agenti di Vanna Marchi servizi segretissimi venditori di polizze Mediolanum stiamo cagando approfonditamente collegamenti con la Tav presto per dire ordigno intenzione di fare ma sappiamo cosa stiamo facendo noi" anche trattarsi di un gesto dimostrativo dello stato confusionale ordigno in cui servizi segreti dai tempi del 1989 anno della fine del finto comunismo SCARTATA IPOTESI TERRORISMO escludono comunque scopo eversivo o terroristico "Sapevamo dove andare a cercare" consegna dagli artificieri Roma esaminato anche da agenti della scientifica e anche un passante e da black-block ordigno coperto da alcune buste una quindicina di metri un pilone della ferrovia congegno da lanciare al passaggio di uno dei tanti Tav in meno di un'ora razzo terra-aria elicottero ultima generazione collegato fili e scatola di cereali in scatola era a terra vicino cavalcavia senza esplosivo ma il propellente di lancio un fiocchetto rosa delle istruzioni per DIGOS coperto da buste stampigliato stemma Repubblica Italiana individuato DIGOS ambito di una caccia alle battute ed a chi ne sparava più grosse questore-fantasista De Matteis ha disposto ordigno lungo tratta ferroviaria Tav in provincia di Frosinone prevenzione fortemente voluta dalla polizia di Stato per invitare coglioni ritorsioni danneggiamenti alla superveloce Per scorsa notte sul luogo del ritrovamento hanno lavorato gli agenti della polizia scientifica, quelli della Digos e il personale della Polfer di Frosinone e Cassino che comitiva! procura Repubblica Frosinone ha aperto fascicolo contro ignoti ovvero non identificati all'interno della comitiva armata ordigno sequestrato messo in sicurezza dentro altre buste "senza disagio cittadini viaggiatori linea Tav nè per puttaniere capo baracca di fenomeni". OhMinoPecorelliDoveSei.. si ringraziano la repubblica Il tempo ANSA lo splendido-già piduista corrieredellasera il popolo italiano http://roma.corriere.it/roma/notizie/cronaca/11_luglio_14/tav-ordigno-ro... http://roma.repubblica.it/cronaca/2011/07/14/news/frosinone_trovato_ordi... http://www.corriereinformazione.it/2011071411848/attualita/attualita/raz...
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La Carispaq nella bufera tra i silenzi della politica e le coperture istituzionali
Indymedia Abruzzo , 15-07-2011 - 10:06
L’AQUILA. Tre vicende, un protagonista (la Carispaq). Sullo sfondo il dramma dell’Abruzzo. La politica distratta è impegnata a guardare altrove. Nessuno sa cosa accade nelle stanze del potere.
Quando si parla di Carispaq non si possono non ricordare le vicende intricatissime che l’hanno vista per ben tre volte al centro della scena, solo nel recente passato. In un caso come protagonista assoluta (la richiesta degli interessi passivi su mutui e prestiti nel post sisma) e negli altri, nelle vesti di co-protagonista (l’affaire Consorzio Federico II e la truffa Madoff dei Parioli). Eventi che non hanno lasciato indifferenti e che, forse per coincidenza temporale, hanno poi provocato le dimissioni silenziose del suo direttore generale, Rinaldo Tordera. Ed in tutto questo c’è anche chi si interroga sull’immobilismo dei parlamentari abruzzesi che non si sono occupati delle questioni pur rilevanti per approfondire e capire cosa sia successo e che responsabilità politiche vi possano essere nelle vicende aquilane. Solo Elio Lannutti, senatore dell’Idv eletto nella circoscrizione Veneto ma nato in provincia di Chieti e alcuni parlamentari radicali iscritti al gruppo del Pd hanno “interrogato” il Governo sul comportamento della Carispaq, senza però ottenere risposta. Degli altri abruzzesi in Parlamento, ad eccezione di Mascitelli dell’Idv che ha controfirmato qualche atto di Lannutti, nessuna iniziativa significativa. L’INTERESSE DI RISQUOTERE GLI INTERESSI SUGLI INTERESSI Il decreto legge del 28 aprile 2009, n. 39 (cosiddetto decreto-legge Abruzzo), convertito in legge il 24 giugno 2009 prevedeva la sospensione (congelamento) delle rate dei mutui da aprile 2009 sino a dicembre 2009. Una manovra pensata ad hoc per sgravare le vittime del terremotato da un sovraccarico economico (almeno, all’inizio, la legge fu interpretata così…). Ma presto gli Aquilani dovettero ricredersi scoprendo che il congelamento della rateizzazione aveva dei costi, cioè interessi da pagare sugli interessi. E, infatti, secondo la legge in questione, il congelamento delle rate dei mutui avrebbe comportato «durante l’intero periodo di sospensione, interessi semplici nella misura contrattualmente prevista», si legge nel testo. Le alternative sarebbero state due: il pagamento in un’unica soluzione delle rate sospese senza alcun onere aggiuntivo per interessi e/o mora entro il 15 gennaio 2010 (in poche parole gli aquilani per non pagare gli interessi avrebbero potuto versare 9 rate tutte insieme) o il ricorso ad un particolare finanziamento agevolato (tasso fisso 3% - durata max 72mesi) dedicato all’“emergenza terremoto” per il pagamento entro il 15 gennaio 2010 delle rate sospese. Soluzioni che non avrebbero migliorato di molto le condizioni già disastrate degli Aquilani. La Cassa di Risparmio della Provincia dell'Aquila (la principale banca della città) cominciò ad esigere gli interessi sui mesi sospesi ma, secondo i comitati cittadini, lo fece «in maniera anomala e pretendendo somme aggiuntive». E’ per questo che il senatore Elio Lannutti si è fatto avanti con un’interrogazione al Governo, preoccupato, per le numerose segnalazioni di cittadini residenti nei territori abruzzesi colpiti dal terremoto del 6 aprile 2009 (per la maggior parte artigiani e piccoli imprenditori che hanno perso la propria attività) secondo i quali «la Carispaq ignorava completamente le richieste di sospendere l'addebito degli interessi passivi». «Questo comportamento della Carispaq è inaccettabile», faceva notare allora Lannutti,«considerando che il governatore della Banca d'Italia, Mario Draghi, e il Ministro dell'economia e delle finanze, Giulio Tremonti, avrebbero invitato le banche ad andare incontro alle imprese sostenendole, evitando un eccesso di automatismo e garantendo loro il sostegno finanziario necessario alla loro ripresa». Così come in un’interpellanza il 16 settembre 2009 lo stesso senatore, insieme al parlamentare Mascitelli, aveva constatato che la Carispaq aveva «più volte messo in difficoltà i propri clienti pressandoli per il pagamento di interessi passivi con la revoca dei fidi e la sospensione delle carte di credito». Ma se da, un lato, i cittadini parlavano di anomalie nel conteggio degli interessi e di procedure poco chiare praticate dalla banca, (come il rifiuto di produrre il piano di ammortamento), dall’altro Carispaq affermava proprio il contrario. L’istituto di credito, infatti, parlava così:«abbiamo aderito al provvedimento di sospensione delle rate dei mutui e degli altri finanziamenti bancari, offrendo alla nostra clientela la possibilità di scegliere, entro il 30 novembre 2009, tra due opzioni (la sospensione con dilazione e la sospensione in senso stretto) senza alcun costo aggiuntivo, come invece molti sostengono». L’AFFAIRE DEL CONSORZIO FEDERICO II Il nome della Carispaq è spuntato fuori anche nell’ambito della inchiesta sugli appalti del G8 e del dopo-terremoto, l’inchiesta che partita da Firenze è approdata a L’Aquila producendo l’iscrizione nel registro degli indagati del coordinatore del Pdl, Denis Verdini, l’imprenditore Riccardo Fusi, presidente della Btp, e l’imprenditore Ettore Barattelli. Il processo non è ancora iniziato, non ci sono ancora sentenze ma lo stesso pm ha chiesto e ottenuto il proscioglimento di Barattelli. Secondo le indagini Fusi voleva entrare nel giro degli appalti per la ricostruzione dell’Aquila e interpellò Verdini che parlò con Chiodi che in una telefonata intercettata con Verdini si rese disponibile a prendere un caffè con l’imprenditore Fusi («un caffè non si nega a nessuno»). Le indagini partite per capire gli interessi che gravitavano intorno alla protezione civile poi finirono per focalizzare l’attività del consorzio Federico II, associazione d'imprese che fu creata dopo una riunione avvenuta il 12 maggio a Palazzo Chigi, incontro presieduto da Gianni Letta al quale parteciparono anche Verdini, Fusi, Barattelli e dirigenti della Cassa di Risparmio dell’Aquila. Dopo quel meeting il Consorzio Federico II ottenne diversi lavori in appalto, come emerge dal rapporto dei Ros che hanno condotto le indagini. Si tratta «dei lavori di rifacimento della scuola Carducci con appalto all'associazione temporanea d'imprese "Btp spa, lavori subappaltati alla "Marinelli ed Equizi srl" e alla "F.lli Ettore e Carlo Barattelli" per un importo di 6 milioni e 843 mila euro. E ancora l’ammodernamento della caserma Campomizzi con appalto alla consorziata "Marinelli ed Equizi srl" solo per offerta economicamente più vantaggiosa, lavori subappaltati alla "Barattelli" per un importo complessivo di 11 milioni e 235 mila euro e, con contratto privato dalla Cassa di Risparmio dell'Aquila i lavori di contenimento dei danni delle sedi dell'istituto di credito site in corso Vittorio Emanuele II e nel palazzo Farinosi-Branconi per un importo di 2 milioni di euro, con contributo statale del 50% per la seconda sede in quanto palazzo sottoposto a vincolo della Sovrintendenza per i beni artistici». E’ proprio su questo «ammontare consistente di lavori appaltati» che, ancora una volta, Lannutti ha voluto vederci chiaro chiedendo al presidente del Consiglio dei ministri e al ministro dell'Economia e delle finanze se e soprattutto in che modo, alla luce dei dati riportati, i dirigenti della Cassa di risparmio de L'Aquila (Carispaq) avessero partecipato agli incontri ed ottenuto vantaggi o altre utilità dal Governo. Dubbi nati soprattutto in seguito alle dichiarazioni dell’allora vicedirettore della Carispaq, Angelo Fracassi, che aveva ammesso di essere presente all’incontro del 12 maggio a palazzo Chigi. «La scelta di andare da Letta», aveva confessato Fracassi agli inquirenti, «fu presa durante una colazione di lavoro che si svolse a L’Aquila. Oltre a me e a un altro funzionario della banca erano presenti gli imprenditori Barattelli, Vittorini, Marinelli e Fusi». L’ INCHIESTA MADOFF DEI PARIOLI E LE DIMISSIONI DI TORDERA L’ultimo fatto di cronaca, ancora una volta una inchiesta giudiziaria, è piombato sulla Carispaq pochi mesi fa in seguito alle notizie emerse dall'inchiesta sulla maxi-truffa da 300 milioni di euro del “Madoff dei Parioli”, Gianfranco Lande, che ha messo in ginocchio vip e alta borghesia capitolina. Secondo quanto emerso la Carispaq (in particolare la sua filiale romana) non avrebbe vigilato e controllato i flussi di denaro ed i conti intestati a Gianfranco Lande, mente della truffa. Pochi giorni dopo il presidente della Carispaq, Rinaldo Tordera, dopo 12 anni, ha fatto fagotto e se n’è andato lasciando il timone della presidenza. Una notizia trapelata solo alcuni giorni dopo nel silenzio assoluto della banca. Secondo alcune versioni le dimissioni sarebbero scaturite da una azione disciplinare che il Cda della Cassa di risparmio della provincia dell'Aquila avrebbe notificato al direttore generale contestandogli l'omesso controllo sui conti della filiale romana (corso Vittorio Emanuele 299), intestati a Lande. «I vertici della Carispaq non potevano non sapere che, dietro tutti quegli ingenti spostamenti di denaro, ci fosse qualcosa di losco», ha commentato Lannutti in un intervento al Governo, «avrebbero dovuto quantomeno interrogarsi secondo la normativa antiriciclaggio e segnalare quei flussi sospetti all´autorità competente. Invece nulla è stato fatto». E la domanda amletica che chiude l’interrogazione del senatore lascia spazio ad altri dubbi «se è vero -come è emerso dalle indagini- che, dal 1994, sono transitati decine di milioni di euro di Lande dagli sportelli della Cassa di risparmio de L'Aquila, soldi poi spariti, come è possibile che nessuno dei politici lo abbia segnalato alla Banca D’Italia visto che la Carispaq godrebbe di ampie coperture politiche con rapporti che si stenderebbero fino ai vertici di Governo?» Marirosa Barbieri 15/07/201
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(Resistenze montanare) Imparare a dire no
Indymedia Lombardia , 15-07-2011 - 09:07
di John Berger, tratto da http://www.internazionale.it/news/pop/2011/07/13/imparare-a-dire-no/ Più di mille persone provenienti da tutta la Francia si sono ritrovate nella cittadina di Thorens-Glières, in Alta Savoia. Una discussione pubblica, aperta e intergenerazionale, sui comportamenti e gli strumenti di protesta di fronte a ciò che è inaccettabile. Osservazioni sul bisogno di apprendere e l’ignoranza involontaria. No, non è un tema da esame di pedagogia. È il titolo del resoconto di alcuni fatti accaduti nel corso dello stesso fine settimana. Venerdì 13 maggio 2011 sulle Alpi francesi c’era la luna piena e l’aria era così limpida che potevi vederne i crateri a occhio nudo. A New York, Dominique Strauss-Kahn, presidente del Fondo monetario internazionale e probabile candidato del Partito socialista alle elezioni presidenziali francesi, aveva prenotato una suite privata da tremila dollari a notte al Sofitel Hotel di Manhattan. Sabato 14, più di mille persone provenienti da tutta la Francia si sono ritrovate nella cittadina di Thorens-Glières, in Alta Savoia, per partecipare a un “appuntamento di cittadini” per discutere ed esaminare la storia e le strategie della resistenza armata e politica. Vari veterani della resistenza francese contro l’occupazione tedesca hanno parlato tranquillamente delle loro esperienze di settant’anni prima. Non è stata un’occasione per lanciare una campagna politica. È stata una discussione pubblica, aperta e intergenerazionale, sui comportamenti e gli strumenti di protesta di fronte a ciò che è inaccettabile. Nel pomeriggio di quello stesso sabato una pattuglia della polizia di New York scortava Strauss-Kahn fuori da un aereo che stava per decollare diretto a Parigi. Strauss-Kahn viaggiava in business class con una prenotazione fatta diversi giorni prima. Lo arrestavano per indagare sul tentato stupro di cui era accusato. La mattina presto di domenica 15 maggio cinquemila persone hanno cominciato a raggiungere, per lo più in automobile, il plateau des Glières, che è a un’altitudine di 1.500 metri sopra la città di Thorens. Era un mattino freddo, nuvoloso e ventoso. Sull’altopiano c’è una monumentale scultura dedicata alla resistenza armata francese contro i nazisti tedeschi, i fascisti italiani e il governo collaborazionista francese di Vichy tra il 1943 e il 1944. È considerato un sito storico ed è meta di pellegrinaggio. La strada che porta all’altopiano è lunga, stretta e tutta a tornanti. È una zona selvaggia – selvaggia in senso geologico – scoscesa, frastagliata, cupa, rocciosa. Per salire bisogna cambiare di continuo direzione. Può far pensare ai percorsi tortuosi della storia. Testarda determinazione La Savoia è stata l’unica regione della Francia a liberarsi da sola dall’occupazione tedesca, senza l’aiuto di truppe straniere. Le forze della resistenza erano formate da gruppi di diverso orientamento politico provvisti, per lo più, di armi e munizioni paracadutate sul plateau dai caccia della Raf con spedizioni dirette dal generale de Gaulle, che operava da Londra. A un battaglione locale di quattrocento partigiani era poi affidato il compito di trovare e distribuire le armi. Contraddittorietà dei messaggi, finalità contrastanti, spie e forti nevicate portarono alla morte più di un quarto del battaglione. Prima di morire molti uomini furono torturati dalla Milice, la polizia politica di Vichy. Non è un monumento al fulgore della vittoria, ma alla testarda determinazione a resistere. Nel corso di quella mattinata domenicale i momenti di sole sono stati rari e brevi. A causa delle nubi gelide e nebbiose, per buona parte del tempo la visibilità era ridotta a poche centinaia di metri e il monumento era nascosto. Accanto a un edificio di pietra usato come rifugio da sciatori di fondo e occasionali pellegrini era stato montato un piccolo podio di legno, con una fragile copertura di tela, destinato agli oratori che avrebbero parlato ai cinquemila presenti. Era poco più grande di un teatrino dei burattini. C’erano due microfoni, il tettuccio sbatteva nel vento e, un po’ più in là, alcuni altoparlanti montati su lunghi pali rivolti verso il pendio roccioso dove i partecipanti al raduno avevano cominciato a sistemarsi e a sedersi sull’erba con le giacche a vento chiuse fino al collo. Chi voleva essere più vicino al palco era rimasto in piedi. Le giacche a vento erano di molti colori e le persone di età diverse. Cosa li aveva portati lì? Dopo la liberazione nel 1944 il Consiglio nazionale della resistenza pubblicò un documento in cui si delineavano i tratti della Francia che ora si poteva costruire: un paese caratterizzato da sicurezza sociale, un sistema scolastico libero e di alto livello, servizio sanitario pubblico, condizioni di lavoro e salari garantiti, con mezzi d’informazione indipendenti dal governo e dalle grandi imprese. Attraverso scontri e confronti continui tale piano fu portato più o meno a compimento tra il 1946 e il 1952. La Francia diventò un paese con una certa giustizia sociale e responsabilità democratica, impegnato in dibattiti continui, e a volte confusi, sul mantenimento o il potenziamento di tale giustizia. La situazione è rimasta stabile fino agli anni ottanta. Poi, il nuovo ordine economico della globalizzazione, delle multinazionali e dell’egemonia del capitalismo finanziario, fondato su speculazione e debito, ha preso ad avanzare come un gambero in tutto il mondo fino a raggiungere la Francia. I partiti politici della sinistra e della destra hanno cercato di negoziare e tergiversare, poi si sono arresi. Il vocabolario politico è cambiato. La flessibilità ha spinto via a gomitate la solidarietà. La Francia caratterizzata da una certa giustizia e fraternità ha cominciato a sgretolarsi e nessuno si è preoccupato di ripararla. Nel 2007, con l’elezione di Nicolas Sarkozy alla presidenza, le prospettive economiche e sociali sono radicalmente cambiate. L’intero istituto della sicurezza e della giustizia sociale, fatiscente, appassionato, sconclusionato, è stato sistematicamente e rapidamente smantellato. Secondo Sarkozy e i suoi consulenti tutto ciò che esso rappresentava era ormai obsoleto. Metà delle persone sull’altopiano si era portata un ombrello. C’era chi ne aveva portati due. Quando si è messo a grandinare, li hanno aperti e hanno offerto quelli di scorta alle persone in piedi o sedute lì accanto che non ce l’avevano. Durante la sua campagna elettorale, Sarkozy fece una visita (molto pubblicizzata) al plateau, dove annunciò che, se fosse stato eletto presidente, sarebbe tornato una volta all’anno per rendere omaggio agli eroi della Resistenza. Fra l’altro disse che quel luogo aveva una sua particolare “serenità”. Al che vari sopravvissuti della guerra di resistenza, in collaborazione con attivisti sociali più giovani, hanno creato un’associazione di resistenza di ieri e di oggi, che invitava i cittadini a recarsi sul plateau ogni mese di maggio, in una data convenuta, per esprimere la loro opposizione allo smantellamento della Francia nata dalla lotta di resistenza. Ecco perché quelle cinquemila persone si trovavano lì sull’altopiano, in piedi o sedute, ad ascoltare, fare e porsi domande, una domenica mattina. Niente striscioni, bandiere o slogan. Solo parole, frasi, che uscivano dagli altoparlanti e si propagavano nell’aria di montagna e nel vento battente. A un certo punto la grandine è cessata. Per qualche istante è brillata tiepida la luce del sole. Poi la grandine ha ripreso a cadere a chicchi più grandi. Quindi ha smesso di nuovo. Tra un discorso e l’altro regnava il silenzio vigile tipico degli animali che, lanciato il loro richiamo, aspettano di sentire se da lontano arriva una risposta. I piedi per terra Le parole descrivevano le esperienze. Le parole di Walter – arrestato a diciassette anni dai tedeschi e mandato nel campo di concentramento di Dachau – hanno ricordato i compagni che non sono più tornati. Le parole di Jean-Pierre hanno descritto il trattamento che oggi ricevono in Francia i lavoratori stranieri privi di documenti. Le parole di Didier hanno detto il prezzo del latte pagato dalle multinazionali agli allevatori di vacche e hanno spiegato che nei loro contratti c’è una clausola che gli vieta di protestare. Le parole di Radia hanno denunciato le torture che subiscono i combattenti per la libertà arrestati in Tunisia dalle forze di sicurezza ancora al potere. Ogni parola, così come le persone che le ascoltavano, aveva i piedi per terra. Corine lavorava come cassiera in un supermercato della vicina città di Albertville. Era lì con cinque colleghe e le sue parole sono servite a testimoniare il loro rifiuto di lavorare la domenica per poter trascorrere la giornata con i figli. Tutte e cinque rischiavano di essere licenziate. La domanda posta da tutte le parole era: come facciamo a dire no? Come facciamo a dire sempre no? Quello stesso pomeriggio, a Madrid, è cominciata l’occupazione di Puerta del sol organizzata da giovani che protestavano contro i brutali tagli alla sicurezza sociale imposti al governo spagnolo dal Fondo monetario internazionale. Di lì a poco altre occupazioni sarebbero seguite in altre città spagnole. Questo movimento spontaneo di giovani indignati è stato immediatamente chiamato 15-M, per 15 maggio. Quello stesso giorno, a New York, alcune ore dopo, Strauss-Kahn veniva portato fuori da una stazione di polizia di Harlem, ammanettato, disperato, detenuto in attesa di processo. Su questo scandalo sono già state scritte innumerevoli parole. Probabilmente quel che è davvero successo tra lui e la cameriera d’albergo nella suite del Sofitel Hotel non sarà mai chiaro. Eppure quasi nessun commentatore ha specificato che, innocente o colpevole, qualunque cosa abbia o non abbia fatto, Strauss-Kahn era – se teniamo presente il luogo, le circostanze e il momento storico – incredibilmente inconsapevole delle probabili o possibili conseguenze di ogni sua mossa. Ignoranza e innocenza sono due cose molto diverse. A volte, però, hanno in volto la stessa espressione. Come si spiega un’ignoranza simile? E se la spiegazione non fosse né morale né clinica, bensì ideologica? Il Fondo monetario internazionale, di cui Strauss-Kahn era direttore, procede secondo una logica sofisticata, rarefatta, concentrata sul virtuale, una logica che specula su rischio, tendenze e calcolo della redditività, sulla costante della fiducia perennemente elusiva degli investitori. Per una visione del mondo così aerea quel che succede sul terreno, come ogni forma di danno collaterale, è marginale e irrilevante. Di solito, secondo questa logica, può essere ignorato. L’ultima persona a prendere la parola sul plateau des Glières è stato un giovane. Di sicuro era la prima volta in vita sua che si rivolgeva a così tanta gente. Le sue parole hanno descritto l’esperienza di lavorare a Parigi con i senzatetto che occupano gli edifici vuoti. Ha concluso il suo resoconto, schivo come un botton d’oro (il botton d’oro cresce sull’alpeggio a quella quota e, se lo raccogli e lo metti in un bicchiere, piega quasi subito il capo), ripetendo le parole di un veterano: “Creare è resistere, resistere è creare”. Niente più grandine. Gli ombrelli erano chiusi. Il vento era sempre gelido. Si offrivano sciarpe a chiunque ne volesse prendere in prestito una. Gli altoparlanti erano stati spenti. L’erba era fangosa. “Attenti a non scivolare!”, ha ammonito una nonna. E con i loro tempi i presenti hanno cominciato a discutere in piccoli gruppi di quel che avevano appreso. Appreso a proposito di esperienze sul campo. Traduzione di Maria Nadotti Internazionale, numero 905, 8 luglio 2011 John Berger è uno scrittore, giornalista e critico d’arte inglese. Tra i suoi libri pubblicati in Italia Presentarsi all’appuntamento. e Abbi cara ogni cosa..
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Riga l'auto di un poliziotto, fermato: «Gli agenti mi hanno picchiato»
Indymedia Lombardia , 15-07-2011 - 07:07
i fatti nella notte tra il 26 e il 27 marzo in viale Bligny Un 19enne denuncia: pestato e minacciato in Questura da tre uomini dopo una lite davanti a un locale MILANO - Pestato dai poliziotti perché aveva rigato l'auto di uno di loro: è questa la denuncia di uno studente 19enne, sulla quale è stata aperta un'inchiesta. Il fatto è accaduto nella notte tra il 26 e il 27 marzo in viale Bligny. «Sei un coglione, perché hai rigato l’auto del poliziotto sbagliato. Sei fortunato, perché se non mi fossi trattenuto, non hai idea di quello che ti avrei fatto: ti avrei sventrato», gli avrebbe sibilato l’agente. Ad avvalorare la querela sporta nei suoi confronti (è stato identificato dalla firma del verbale, ma avrebbe agito in concorso con altre persone) ci sono le testimonianze di 9 giovani che si trovavano con il 19enne quella notte. LA VENDETTA E L'INSEGUIMENTO - In base al racconto del ragazzo, ora al vaglio del pubblico ministero Paolo Filippini, intorno alle 3 di quella notte una Kia Sportage nera ha urtato la sua auto, una Seat Ibiza, mentre parcheggiava davanti a un locale. Dalla Kia sono scesi due uomini che hanno negato tutto: «L'auto ha i sensori di parcheggio», hanno detto, entrando nel locale. Il ragazzo allora ha rigato con le chiavi, per «vendetta», la portiera della Kia, ma i due se ne sono accorti. E' così partito un inseguimento: davanti le due auto della compagnia di amici, dietro una Giulietta bianca con a bordo i due uomini accompagnati da un terzo. In porta Genova, all’angolo con via Vigevano, la Giulietta ha tagliato la strada ai ragazzi, costringendoli a fermarsi. I tre occupanti sono scesi e si sono accaniti sulla Seat del 19enne, prendendola a calci e urlando insulti. I ragazzi erano terrorizzati, perché pensavano a una rapina, e stavano per scappare. L'uomo che prima si trovava al volante della Kia ha però estratto un tesserino della polizia e lo ha appoggiato al vetro del finestrino, continuando a colpire la macchina. LA CHIAMATA AL 113 - Alla vista del tesserino, il 19enne spegne il motore e sblocca le portiere. Il poliziotto spalanca quella del guidatore e gli intima di scendere, gridando: «Pezzo di m..., vigliacco, figlio di ..., righi le macchine e poi scappi». Il 19enne viene colpito a un occhio, forse con un cellulare, e poi trascinato fuori dalla macchina. Viene fatto scendere con la forza anche l’amico. I ragazzi temono ancora che si tratti di una rapina. Tant’è che una ragazza della compagnia che si trova sull’altra macchina, chiama il 113 dicendo che è in corso un’aggressione. Mentre sul posto arrivano due volanti e un’altra auto, lo studente viene strattonato e colpito al viso. Riferisce che un uomo in borghese estrae le manette, gli flette un braccio dietro la schiena e minaccia di mettergliele. LE FRASI IN DIALETTO - Lui li provoca, perché sente i tre uomini parlare tra loro in dialetto e chiede se ci sia qualcuno che parla l’italiano e gli dica che sta succedendo. Questo scatena altre violenze: viene spinto contro l’auto e riceve un colpo al volto e un calcio alla coscia. A questo punto viene ammanettato e perquisito. Sente dire: «Chissà se nasconde qualcosa». E poi: «E' pulito». Quindi, chiede di chiamare genitori, ma gli dicono di no. Viene caricato su una volante e portato in Questura. L’uomo che prima è sceso dal lato passeggero della Kia si mette al volante della sua Seat e la porta in via Fatebenefratelli. Sempre lui, una volta arrivati in questura, gli sussurra: «Sei un coglione perché hai rigato l’auto del poliziotto sbagliato. Sei fortunato, perché se non mi fossi trattenuto, non hai idea di quello che ti avrei fatto: ti avrei sventrato». Il ragazzo viene quindi denunciato a piede libero per resistenza. Il test per l’alcol a cui lo sottopongono dà esito negativo. E all’arrivo del padre, che lo vede tumefatto, il poliziotto che ha firmato il verbale gli dice che si è fatto male accidentalmente. Infine, il 19enne viene portato dallo stesso agente e dall’uomo che gli aveva messo le manette all’ospedale Fatebenefratelli. La prognosi è di 5 giorni. (fonte: Omnimilano)
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Rai: polemica su Bella ciao, il documentario sul G8 di Genova
Indymedia Lombardia , 15-07-2011 - 07:07
visto ieri su rai4...non ci credevo..anche se è iniziato all'1 di notte, quelle immagini le avevo sempre e solo viste in internet o sui vari documentari scaricati in rete...in tv mai! ---------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- Ennesima polemica in casa Rai. Al centro ancora una volta l’informazione, se così possiamo chiamare quella che la tv di Stato diffonde. Ad alzare la voce è uno dei pochi veri intellettuali ancora rimasti in Viale Mazzini: Carlo Freccero (nella foto). Il direttore di Rai 4 è furioso perché ritiene evidente il boicottaggio nei confronti di Bella ciao, il documentario realizzato da Roberto Torelli e Marco Giusti e dedicato a una delle pagine più vergognose della storia d’Italia: la repressione dei manifestanti che protestavano contro il G8 riunito a Genova. Dieci anni fa moriva Carlo Giuliani, ma ciò che accadde alla Scuola Diaz e nelle caserme fu ancora più terribile, se mai sia possibile superare l’orrore della morte. I mass media, in special modo le televisioni, hanno preferito dare la versione “ufficiale” dei fatti. La verità, come è emerso dai processi giudiziari, è che sono stati commessi veri e propri massacri nei confronti dei manifestanti. E’ da ingenui pensare che la violazione dei diritti umani riguardi solo la Cina…Il professor Freccero è indignato: “Dopo la mia denuncia su Repubblica di qualche giorno fa qualcosa sembrava essersi mosso eppure a un giorno dalla presunta messa in onda non ne so niente, non mi è è stata data la possibilità di fare alcun promo - ha dichiarato lo scrittore. – Non so ancora se andrà in onda o meno. E’ una vergogna. Bella Ciao dovrebbe andare in onda domani per commemorare sia il decimo anniversario del G8 di Genova sia il terzo anniversario di Rai4. Ma - ha spiegato l’autore tv – non c’è alcuno spot sul documentario, nessuno mi ha informato. Da non credere“. Così van le cose in Rai. Le inchieste sono merce rarissima e quando vengono prodotte si fa di tutto per non mandarle in onda. Anche a distanza di 10 anni, i fatti di Genova sono attuali e politici. Si tratta di una pagina nera della storia del ’900 con cui molti, evidentemente, non vogliono fare i conti. D’estate, meglio parlare del caldo e delle corse coi tacchi a spillo. Meglio ricordare alla gente che “bisogna bere acqua, tanta acqua“. O no? http://www.lanostratv.it/cronaca-attualita/rai-polemica-su-bella-ciao-il...
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G8 2011, allerta black bloc e proteste dei sindacati
Indymedia Liguria , 15-07-2011 - 07:06
Genova - Lunedì la presentazione dell’ultima serie di iniziative dei 40 giorni per il decennale del G8 con il motto “ Loro la crisi, noi la speranza ”. Con la conferma del corteo del 23 da Sampierdarena a Caricamento (30.000 persone previste) con il concerto finale e della fiaccolata alla Diaz. leggi tutto
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I fascisti che manifestarono a Genova
Indymedia Lombardia , 14-07-2011 - 16:08
I fascisti che manifestarono a Genova (Dieci anni fa, in questi giorni, mi preparavo a partire per Genova, senza sapere bene se m'aspettava una battaglia o un campeggio. Avrei avuto entrambe le cose, e tante altre ancora, che sono un po' stanco di raccontare. Mi limito a ripubblicare qui un pezzo che scrissi nel 2007, quando ormai i poliziotti avevano riconosciuto di aver lasciato le molotov alla Diaz, e Fournier aveva ammesso la "macelleria messicana"). Genova fu una manifestazione fascista. Suona molto strano, e amaro, eppure è così. Anche noi, che a Genova ci siamo andati volentieri e ci ritorneremmo anche domani, per gli stessi motivi, anche noi dovremmo cominciare a raccontarcela in un modo un po' diverso. Quando dico “raccontare”, non parlo di bugie, ma dell’esigenza di raccogliere centinaia di testimonianze, memorie, fotogrammi, in un qualcosa che abbia un capo e una coda, un senso e una morale: un racconto. In questo racconto, di solito, ci sono gli 8 uomini più importanti della terra riuniti in una città, e migliaia di persone seriamente preoccupate per la situazione che vanno nella stessa città a manifestare il loro malcontento. Alcuni erano pacifici, altri molto meno, alcuni erano immersi in una loro mitopoietica personale di zone rosse e armature di gommapiuma, alcuni la sapevano più lunga. E parecchi hanno preso tante, tantissime mazzate, soprattutto in una scuola (le Diaz) e una caserma (Bolzaneto). Un ragazzo è morto. Noi ce la raccontiamo così, e tutto sommato nel nostro racconto non c’è niente di sbagliato. Resta comunque un racconto insoddisfacente, che non spiega quasi nulla. Il nostro racconto pecca del solito vecchio peccato: l’autoreferenzialità. Siccome a Genova c’eravamo anche noi, riteniamo giusto raccontarlo dal nostro punto di vista. Preso il treno, fatto il corteo, prese le mazzate, ripreso il treno. Tutto questo può essere interessante (anche le foto delle vacanze sono interessanti, a piccole dosi), ma è solo la punta dell’iceberg. È tempo di ammetterlo: noi non siamo i protagonisti di Genova. Un livido, una cicatrice, un bello spavento, non hanno fatto di noi i protagonisti. Avremmo voluto tanto esserlo, una volta almeno nella nostra vita. Con tutte quelle videocamere in giro il rischio di passare alla Storia era molto forte. Ma anche stavolta i fatti ci hanno oltrepassato, e di molto. Genova avrebbe dovuto essere la nostra manifestazione, ma non lo è stata. Genova è stata la manifestazione dei ragazzi in uniforme blu, in uniforme nera, in tuta aderente con casco accessoriato, con scudo di plexiglas, con lacrimogeni non omologati. Genova è stata la sagra del tonfa, il manganello multiuso. Genova è stata la dimostrazione delle forze dell’ordine, che venivano da tutte le parti a confrontare le proprie esperienze: bella la tua divisa, forte il tuo manganello, fammi vedere come usi lo spray. Come se qualcuno avesse detto (e qualcuno deve averlo detto): adesso vi facciamo vedere quanto riusciamo a essere fascisti, se c’impegniamo. Quasi un esperimento, che nei giorni successivi fece molta paura: e se fosse stato l’inizio di un nuovo stato di cose? La paura sfumò quando ci rendemmo conto che no, finita la sagra la giustizia italiana riprendeva il suo corso sbuffante, incerto, ma sui soliti binari repubblicani. Era stato un esperimento, e neanche molto riuscito. Meno male. Però adesso vorremmo che ci raccontassero la storia. La mamma bastonata, il pancabbestia straniero preso a calci in testa, non sono i veri protagonisti. Tutto quel che possono raccontare sono le loro mazzate, prese senza sapere il perché. Molto più interessante, più drammatico e più intrigante, sarebbe il racconto di chi quelle mazzate si è messo a darle: chi sei? Da dove vieni? Com’è che d’un tratto, da difensore della legge e dell’ordine, ti sei trasformato in un picchiatore di vecchiette? Hai preso qualcosa? Qualcuno ti ha fatto un discorso? Quante cose potresti dirci, se ne avessi voglia. E che storia ne verrebbe fuori, se anche i tuoi colleghi parlassero. Altro che le nostre cronache scipite – treno-corteo-mazzate-treno – che ormai fanno sbadigliare gli invitati a cena. L’inizio potrebbe essere ambientato da qualche parte in un ministero. O nei quartieri generali di una forza dell’ordine, con un gruppo di persone che si pone problemi e trova soluzioni. Alcune di queste persone avranno avuto le mostrine, altri le cravatte; ad ogni buon conto noi vorremmo conoscerli tutti: poter dare un nome e un cognome a certe decisioni importerebbe moltissimo. Vorremmo anche un capitolo circostanziato sul training dei ragazzini in uniforme blu e nera sul piazzale di fianco al nostro: quelli che mentre noi facevamo i seminari sul disastro climatico e la Banca Mondiale, prendevano appunti sui manifestanti dotati di razzi terra aria e gavettoni di sangue infetto. Quelli che mentre noi ascoltavamo Manu Chao e mandavamo giù birra e salsicce, si caricavano con la techno e mandavano giù pasticche. Vogliamo sapere come mai su quel defender in Piazza Alimonda si trovavano due sbarbatelli, e uno aveva in mano la pistola e l’altro il volante. Quanto daremmo per dettagli anche piccoli, ma succosi, come ad esempio: quel poliziotto che si graffiò il giubbotto alle Diaz e poi si autodefinì accoltellato, fu un geniale improvvisatore o eseguiva un ordine? Identificare le responsabilità, risalendo le catene di comando, sarebbe il minimo. Noi vorremmo qualcosa di più: preso atto che a Genova ci fu una colossale manifestazione delle forze dell’ordine, che eclissò la manifestazione anti-g8, vorremmo sapere per quale motivo i poliziotti e i carabinieri manifestavano. Vorremmo capire il senso: era un messaggio? A chi era rivolto? E ha funzionato? Perché alla fine della fiera rimane in noi la sensazione di essere stati menati a casaccio, per nessun motivo, da gente che in realtà pensava ad altro, e menava la nuora perché la suocera intendesse. Non è piacevole. Una volta si diceva “vogliamo sapere per cosa combattiamo”. Noi siamo molto più pacifisti: ci accontenteremmo di sapere per quale motivo le abbiamo prese. E ne abbiamo prese tante. Resta la delusione di chi ha visto la Storia passare davanti ai caschi e i manganelli, e si è messo in posa pensando di avere un posto in prima fila. E invece no. Eravamo solo le vittime predesignate del solito gioco italiano troppo difficile da capire, e impossibile da raccontare. Però sarebbe interessante, anche solo provarci. http://leonardo.blogspot.com
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"No al container" (radioattivo): oggi manifestazione a Genova
Indymedia Liguria , 14-07-2011 - 12:06
nell'ambito delle lotte contro le nocività... GENOVA Container radioattivo, oggi la manifestazione 14/07/2011 08:16 leggi tutto
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Tav, un ostacolo burocratico può farla saltare per sempre
Indymedia Piemonte , 14-07-2011 - 09:07
Al progetto da inviare alla Ue entro il 31 luglio per otteneere i finanziamenti manca il sì della commissione di "Via" scaduta il 22 giugno. La soluzione: forse un emendamento alla Finanziaria di MARCO TRABUCCO
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Parma - Di nuovo in piazza
Indymedia Emilia Romagna , 13-07-2011 - 22:06
Autore: reporterIn piazza torna la protesta Fuori la quarta manifestazione consecutiva contro il sindaco Vignali GALLERIE FOTOGRAFICHE : http://parma.repubblica.it/cronaca/2011/07/13/foto/fotocronaca_tra_piazza_e_consiglio-19081297/1/ http://parma.repubblica.it/cronaca/2011/07/13/foto/protesta_e_corteo_degli_indignati-19088801/1/
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Licenziata mentre è in coma - "Crea intralcio alla produzione"
Indymedia Lombardia , 13-07-2011 - 22:06
La vicenda è stata denunciata dalla Cgil di Bergamo. La donna aveva partorito la quarta figlia mentre si trovava già in stato vegetativo. Il marito: "La parola 'intralcio' ci ha turbato" Licenziata mentre è in stato vegetativo perché, secondo l'azienda, "la discontinuità della sua prestazione lavorativa crea evidenti intralci all'attività produttiva". Rosa, nome di fantasia, è in stato vegetativo dal 2010, conseguenza di un aneurisma cerebrale, e ha quattro figli, l'ultima dei quali è nata quattro mesi dopo l'evento. La Filctem Cgil e l'Ufficio vertenze della Cgil, che assistono la signora, hanno impugnato il licenziamento. Il 4 giugno 2011 la Nuova Termostampi di Lallio, per la quale la signora ha lavorato 16 anni, le comunica il licenziamento con una lettera: "Con la presente dobbiamo rilevare che lei ha effettuato le assenze per malattia di seguito riportate. Avendo effettuato 368 giorni di malattia nell'arco del periodo, lei ha superato il periodo di conservazione del posto di lavoro". Ma è la seconda parte della lettera indirizzata alla donna, denunciano i sindacati, che ha maggiormente urtato i familiari che l'hanno aperta e letta per lei: "Comunque - prosegue il documento - la discontinuità della sua prestazione lavorativa crea evidenti intralci all'attività produttiva, all'organizzazione del lavoro e al suo regolare funzionamento, incide in modo sensibile sull'equilibrio dei rispettivi obblighi contrattuali. Per tutti i motivi sopra esposti, le notifichiamo pertanto la risoluzione del rapporto di lavoro tra noi in corso a far data dalla presente. Le sue spettanze di fine rapporto, comprensive dell'indennità sostitutiva del preavviso, le saranno liquidate, come di consueto, direttamente sul suo conto corrente entro l'11 luglio 2011". La lettera di licenziamento è successiva alla richiesta, formalizzata dal marito perché ovviamente la signora non poteva farlo, di godimento delle ferie e dei permessi maturati prima dello scadere del periodo di malattia consentito. "Mi sembra scandaloso che un'azienda neghi la fruizione delle ferie utilizzando la motivazione delle esigenze produttive - commenta il marito - e ancor più ci ha turbato la parola intralcio. Chiedo rispetto per i diritti di mia moglie. Chiedo che se ne ha diritto venga riassunta: nulla di più". In altri casi simili "anche grazie alla sostanziale assenza di costi per il datore di lavoro, le aziende non hanno provveduto al licenziamento ma, al contrario, hanno mantenuto in essere il rapporto di lavoro. Mi pare di poter dire che l'azienda in questione abbia quanto meno sottovalutato la condizione difficilissima di una propria collaboratrice. Di attenzione al fattore umano qui proprio non si vede traccia", ha commentato il segretario provinciale della Filctem Cgil di Bergamo, Fulvio Bolis. La Società Nuova Termostampi, in una nota a firma dell'amministratore delegato Maria Nella Manzoni, smentisce invece quanto denunciato dalla Cgil. Senza entrare nel dettaglio della vicenda, indica che "preso atto del comunicato della Cgil, ritiene che le informazioni fornite siano altamente fuorvianti della realtà dei fatti e lesive dell'immagine aziendale. L'azienda provvederà a intraprendere tutte le iniziative del caso al fine di tutelarsi nelle opportune sedi". Reazioni anche dal mondo politico: "E' una cosa vergognosa", ha sostenuto il parlamentare Antonio Misiani (Pd) affermando che "le motivazioni alla base del licenziamento sono surreali. Altro che 'evidenti intralci all'attività produttiva': dietro la freddezza burocratica di questa terminologia c'è una incredibile mancanza di umanità, che aggiunge ulteriori sofferenze al dolore di una famiglia già colpita duramente nei suoi affetti. Mi auguro di tutto cuore che l'azienda torni sui suoi passi, in nome del rispetto dovuto alla donna e ai suoi familiari. Sulla vicenda Misiani ha presentato insieme con il collega Emanuele Fiano, anch'egli del Pd, un'interrogazione parlamentare al ministro Maurizio Sacconi. 13 Luglio 2011 http://milano.repubblica.it/cronaca/2011/07/13/news/licenziata_mentre_in...
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La follia negata
Indymedia Lombardia , 13-07-2011 - 20:07
Il Messaggero, nella Cronaca di Roma dell’8 Luglio u.s., ha dedicato un’intera pagina ad un non infrequente grave avvenimento, connesso alla disabilità mentale. Vengono semplicemente riportati i fatti in sequenza ed una breve, opportuna ma non esaustiva notazione di Luigina Di Liegro. Meritorio è l’aver riservato tanto spazio, lasciando però al lettore autonomia di commento o riflessioni. Il resoconto giornaliero ha riportato il panico generatosi nella zona di S. Giovanni, dove un infermo, allontanatosi da una comunità, definita terapeutica, dopo aver ferito con un coltello la cuoca, si era avventato in strada, con altrettanta determinazione, contro due altre persone, spedendole all’Ospedale: la donna in condizioni più serie. Le modalità dell’accadimento tuttavia impongono diversificate considerazioni: 1. Marco L., questo il nome del giovane paziente, già 3 anni prima aveva assalito il parroco di Santa Marcella, all’Aventino, e ferito due passanti al grido: “Sono l’Anticristo, vi finirò tutti”. 2. Probabilmente, a seguito di quell’evento, Marco sarà stato spedito, senza troppo sottilizzare, all’Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Montelupo Fiorentino, una struttura tra le più vergognose della nazione, come noto, dove avrebbe dovuto giovarsi di un reale trattamento riabilitativo. 3. Marco, al momento della dimissione, è stato affidato, come si legge, alla Comunità Tarsia di via Giovanni Battista Piatti. Interessante sarebbe stato conoscere la motivazione giustificativa della decisione. Quanto meno, è lecito immaginare che il malato sia stato giudicato compensato e quindi ragionevoli i presupposti dichiarati della sua uscita. A riguardo, le perplessità, alla verifica dei fatti, appaiono consistenti. 4. Alla data del 14.02.2005 la citata Comunità Tarsia, non figurerebbe nell’elenco della Regione Lazio tra quelle riabilitative. Significherebbe ciò un affidamento avvenuto a struttura non pienamente rispondente ai requisiti consoni ad ospitare un simile tipo di infermo? Di chi eventualmente la responsabilità? Risponderà mai qualcuno? Il tutore o l’Amministratore di Sostegno o chi per essi, saprà o vorrà far valere i suoi diritti alla cura e di cittadino? Chi risarcirà le vittime di circostanza? 5. La società civile, capace solo di proclami fumosi, altisonanti e colpevolizzanti, si è mai preoccupata nella sostanza di fare prevenzione, attivando, per esempio, programmi di psicoeducazione per familiari, volti essenzialmente a favorire in loro il riconoscimento di quei segnali, cosiddetti premonitori, della malattia, secondo l’antico detto popolare che è meglio prevenire anzichè curare? Marco è vittima anche di questa miopia istituzionale. 6. Ma è pure vittima di coloro (tanti) che non vogliono sentir parlare di TSO prolungati, di comunità sanitarie, chiuse o aperte che siano, e di Ospedali. Accolgono invece, incoerentemente e senza proferire verbo, l’internamento in OPG e in carcere. Un malato di mente inconsapevole viene strappato al suo contesto urbano, alla sua eventuale equipe curante ed ai suoi affetti. Sarà questo un trauma pesante che non supererà mai, assurdamente condannato, come è, a scontare una pena per reati contro la persona, in condizioni di squilibrio mentale. 7. Il povero Marco, superato il momento di follia, stordito ed affranto, come si evinceva dalla foto, aveva implorato, nell’istante di riacquistata lucidità:”Vi prego. Aiutatemi, sto male. Ho qualche problema in testa”. Pochi attimi prima, anche lui involontario malfattore e cronico non riconosciuto, aveva dovuto subire per i suoi misfatti l’umiliazione del selvaggio tentativo di linciaggio. 8. Per i tanti come lui, la medicina, questa medicina, non può nulla. Ora, la sua società che lo ha sempre e solo contenuto, mai curato, perché priva di scienza, gli riserva di nuovo, come per quasi tutti quelli che delinquono, l’attuale Ospedale Psichiatrico Giudiziario, non disponendo di logiche ed adeguate alternative. Ritornerà recluso, senza colpe e questa volta vi resterà a lungo, o fin tanto che le dosi massicce di psicofarmaci non lo condurranno al suicidio o non lo uccideranno direttamente. In questo caso a referto medico figurerà sbrigativamente il laconico arresto cardiaco, a lavare le coscienze. segretariofisam@sospsiche.it
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Detenuto denuncia i furti degli agenti e viene pestato
Indymedia Piemonte , 13-07-2011 - 19:07
Ismail Ltaief, un tunisino di 45 anni, in carcere a Velletri per detenzione illegale di armi aveva denunciato alcune guardie penitenziarie che rubavano del cibo ai detenuti, prima hanno tentato di farlo ritrattare con delle promesse, poi il pestaggio brutale. Domani nella cittadina laziale, comincia il processo a carico di 5 agenti
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G8, premiato il medico delle torture
Indymedia Lombardia , 13-07-2011 - 15:07
G8, premiato il medico delle torture un "bonus efficienza" dalla Asl 3 Giacomo Toccafondi l'anno scorso è stato riconosciuto colpevole degli abusi nella caserma di Bolzaneto di MARCO PREVE http://genova.repubblica.it/cronaca/2011/07/08/news/g8_premiato_il_medic... La Asl 3 premia il medico genovese che, secondo i giudici della Corte d'Appello, è uno dei responsabili di quel "delirio di violenze, sopraffazioni, umiliazioni" che fu la caserma prigione di Bolzaneto durante il G8 del 2001. Nel 2010, a marzo, Giacomo Toccafondi, seppur i suoi numerosi capi d'imputazione siano andati in prescrizione, è stato però ritenuto civilmente responsabile per gli abusi che commise e i comportamenti che tenne, nella prigione speciale del G8. Ma un anno dopo, quando la direzione generale dell'Asl 3 ha dovuto stilare la lista dei dirigenti medici più meritevoli, ecco che Toccafondi compare nell'elenco dei buoni. Non a tutti i suoi dirigenti, infatti, la Asl 3 ha riconosciuto la voce "retribuzione di risultato" che premia i dipendenti più efficienti che hanno centrato i loro obiettivi. Si tratta di 4548,79 euro consegnati al medico che, scrivono i giudici, "anziché lenire la sofferenza delle vittime di altri reati, l'aggravò, agendo con particolare crudeltà su chi inerme e ferito, non era in grado di opporre alcuna difesa, subendo in profondità sia il danno fisico, che determina il dolore, sia quello psicologico dell'umiliazione causata dal riso dei suoi aguzzini". All'interno della Asl genovese e dell'ambiente medico il caso sta facendo discutere. Colpisce, soprattutto, il fatto che la valutazione sia stata effettuata senza, in apparenza, tenere in considerazione questioni etiche, morali o assai più semplicemente di buon senso ed opportunità. Anche se per il processo di Bolzaneto si attende ancora il verdetto della Cassazione, la sentenza per i fatti della caserma carcere è stata talmente dura che si pensava avrebbe indotto atteggiamenti più prudenti negli enti coinvolti, in questo caso la Asl 3 e il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria presso cui era distaccato il "dottor mimetica", come era stato soprannominato per la sua predilezione per gli abiti militari. Senza dimenticare che Toccafondi è stato condannato ad un anno per omicidio colposo per la morte, avvenuta nel 2002, di una detenuta sudamericana rinchiusa nel carcere di Pontedecimo. La donna era deceduta in seguito ad una malattia infettiva diagnosticata in ritardo. Sulla vicenda Toccafondi, tra l'altro, nonostante alcuni pubblici solleciti, anche l'Ordine dei Medici non è mai intervenuto. Ma, a ben vedere, l'assenza di conseguenze per i condannati in appello per le vicende del G8 è pratica piuttosto diffusa, e lo racconta in dettaglio un dossier contenuto nell'ultimo numero della rivista Micromega. Al pari dell'Asl 3 si è, infatti, comportato il ministero dell'Interno nei confronti degli alti dirigenti di polizia condannati, anche loro in secondo grado, al processo per l'irruzione alla scuola Diaz. Anche in questo caso le parole della Corte d'Appello sono state terribili: "L'enormità di tali fatti, che hanno gettato discredito sulla nazione agli occhi del mondo intero, non rende seriamente rintracciabile alcuna circostanza attenuante generica". Ma la raffica di condanne a quattro o cinque anni per i falsi, le prove inventate e le lesioni gravi, senza contare i reati caduti in prescrizione come la calunnia, non hanno arrestato la carriera di super investigatori come Francesco Gratteri, Gianni Luperi, Gilberto Caldarozzi, Vincenzo Canterini, o l'ex capo della Digos genovese Spartaco Mortola di recente nominato questore. Tutti blindati da un capo, Antonio Manganelli che da tempo chiede di "dimenticare Genova" e da una politica che da destra a sinistra, passando per Di Pietro, è sempre stata contraria ad una commissione parlamentare d'inchiesta. (08 luglio 2011)
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fascisti al raduno del milan
Indymedia Lombardia , 13-07-2011 - 15:07
che schifo http://www.corriere.it/gallery/sport/07-2011/Milan-raduno/01/raduno-camp...
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IRLANDA DEL NORD: SCONTRI A BELFAST, 22 AGENTI FERITI
Indymedia Lombardia , 13-07-2011 - 11:07
(ASCA-AFP) - Belfast, 12 lug - Ventidue agenti della polizia feriti, tra cui 4 ricoverati d'urgenza in ospedale: e' il primo bilancio fornito dalle forze di sicurezza irlandesi sui violenti scontri scoppiati oggi nelle vie di Belfast. La polizia ha sparato pallottole di gomma su circa duecento dimostranti nel quartiere cattolico di Broadway e i manifestanti hanno risposto con lanci di mattoni e 40 bombe molotov. La stagione delle tradizionali marce protestanti in Irlanda del nord raggiunge il suo apice proprio il 12 luglio, data della battaglia del Boyne nel 1690. Le violenze di queste ultime settimane hanno fatto riaffiorare lo spettro dei ''Troubles'', termine con cui si indica la cosiddetta 'Guerra a bassa intensita'' che si e' svolta tra la fine degli anni '60 e la fine degli anni '90 in Irlanda del nord e i cui effetti si sono allargati anche all'Inghilterra e alla Repubblica d'Irlanda causando oltre 3000 vittime.
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