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Indymedia Lombardia , 28.11.2008 19:04
La sentenza sulla guerriglia del marzo 2006 in corso Buenos Aires «Identificano i manifestanti e li incolpano di tutto»: l'accusa chiede di rifare il processo. Ma la Cassazione conferma le condanne. ROMA — «La polizia ha una cultura deviata delle indagini perché pensa che identificare una persona che partecipa a una manifestazione consenta, poi, di attribuirle tutti i reati commessi nell'ambito della stessa manifestazione». Una presa di posizione severa quella del procuratore generale della Cassazione, Alfredo Montagna, che ieri ha chiesto (ma non ottenuto) l'annullamento della condanna a quattro anni di carcere per alcuni autonomi milanesi che avevano preso parte agli scontri di piazza in Corso Buenos Aires a Milano l'11 marzo 2006. Parole che «sorprendono» per il procuratore aggiunto di Milano Armando Spataro. E «lasciano esterrefatti», per il sottosegretario all'Interno, Alfredo Mantovano. La prima sezione penale della Cassazione non ne ha tenuto conto. E ha confermato in via definitiva, per sedici degli imputati, la sentenza emessa dal gip il 19 luglio 2006 e confermata il 12 novembre 2007: per tutti una condanna per resistenza e violenza aggravata a pubblico ufficiale, devastazione, danneggiamento, lesioni volontarie, porto di ordigni esplosivi ed incendio. Solo A. D. ha avuto una pena più lieve a quattro mesi di reclusione. Grazie all'indulto nessuno di loro dovrebbe però tornare in carcere, come hanno spiegato i legali degli imputati. Quel giorno Milano aveva vissuto scene di guerriglia urbana durante una manifestazione non autorizzata di esponenti dei centri sociali, nata per protestare contro un raduno della Fiamma Tricolore. Per il pg Montagna le indagini della polizia non avevano tenuto conto che non c'erano foto con gli imputati ritratti negli atti di devastazione. E il processo andava rifatto. Anche se gli imputati ammettevano la resistenza aggravata al pubblico ufficiale. Da qui la strigliata alla polizia e alla sua «cultura deviata delle indagini» e il monito che «la giustizia non sia amministrata con due pesi e due misure». A difesa della polizia giudiziaria si è subito schierato il procuratore aggiunto di Milano Spataro, accusa nel primo processo: «Rivendichiamo la paternità di quelle scelte, così come il possesso, insieme alla pg, di una cultura delle indagini nient'affatto deviata, ma rispettosa delle garanzie dei cittadini» ha detto, portandone a riprova «le attività della Procura e della pg di Milano e le condivise conclusioni di tutti i giudici che si sono occupati delle gravi vicende dell'11 marzo 2006». Duro anche Mantovano: «La magistratura può ben ritenere indagini di polizia insufficienti a sostenere una decisione di condanna, pur essendo arduo motivare il non coinvolgimento in atti di violenza per soggetti che hanno organizzato una barricata nel centro di Milano, come pure ammette il pg. Non può però affermare in via generalizzata che "la polizia ha una cultura deviata delle indagini", soprattutto quando hanno già condotto a condanne in primo e in secondo grado». E ancora: «Suona illogico chiedere di assolvere gli autori di devastazioni e contestualmente denigrare l'intero sistema delle forze di polizia».
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